Santa Reparata a Buddusò
Perla nascosta ai piedi di un dirutto nuraghe
Sassari, Tip. Arcivesovile, 1954
di Giovanni Battista Demelas
Visioni panoramiche
La chiesa dedicata in onore di Santa Reparata dista, dall’incantevole, ricco e ridente paese di Buddusò, circa 4 Km. È situata su amena posizione, ubertosa di pascoli, non molto distante dalla strada asfaltata che conduce ad Alà dei Sardi.
Tutta la zona, dove attualmente sorge la chiesa, era una folta foresta di quercie: alberi secolari intorno ai quali erano allignati roveri ed arbusti minori da renderla tanto impenetrabile che serviva di rifugio di animali selvatici. Oggi la vegetazione meno ricca e meno rigogliosa di ieri, presenta gli esemplari più caratteristici delle specie più note della flora e costituisce l’ornamento più bello della zona, e insieme l’indice più sicuro e rassicurante della salubrità del clima.
La regione ha dei tratti di terra molto grassa, costituita di silicato idrato di alluminio. È una specie di argilla plastica, morbida e untuosa al tatto, che potrebbe essere utilmente sfruttata nella fabbrica di crogiuoli, mattoni refrattari, stoviglie, есс.
Un tempo gli onesti e laboriosi fratelli Dente, vi possedevano una piccola rudimentale fornace e vi fabbri cavano, all’aperto, tegole sottili e curve che ottimamente e con molto risparmio, sostituivano gli embrici piani.
Verso occidente si eleva una rupe scoscesa e rotta, formata da blocchi granitici, sovrapposti in disordine.
Negli interstizi prosperano folte macchie di elce, dalle foglie sempre verdi, che all’alitar del vento fremono e sussurrano mormorii di voci lontane. Dal piano giunge lassù, affievolito, il richiamo rotto dagli autoveicoli che sfilano sulla strada polverosa e dal tintinnio dei campani e campanacci delle pecore e delle capre che, gioiosamente, saltellano di balza in balza, innalzando i loro belati come un inno di ringraziamento al creato che le circonda e le nutrisce.
L’intera zona è amenissima, incantevole, ridente.
In un anfratto, da tempi immemorabili, riposavano in pace il sonno dei morti, due teschi umani, color avorio, ben conservati, le cui cavità orbitarie si affissavano nello infinito. Erano i miseri resti mortali di due giovani innamorati che, secondo un’antica leggenda popolare, si tolsero la vita, o vennero uccisi, per amore contrastato dai rispettivi parenti che tra loro si odiavano a sangue.
I due teschi, destinati a scomparire, sono riposti in un angolo della sacristia.
Sull’ultimo blocco della vetta di questo sfasciume cascante si ha l’impressione di essere librati nell’azzurro come quell’angelo, bianco e svolazzante della Mole Adriana. che guarda verso regioni lontane.
Vi si godono, senza pur esserne sazi, panorami vasti e variabili, tante bellezze della natura.
Verso oriente grandeggia, a forma di cono, un altro ammasso di rocce granitiche accavalcate insieme rifusamente. Guardato da lontano lo si vede nel suo insieme ed é interessante per la scabrosità delle sue forme e per il colore grigio della roccia.
Sulla vetta accessibile da una sola parte, sorgeva un nuraghe di cui rimangono scarsi ruderi. Fu smantellato prima dai soliti ricercatori di tesori e poi venne completamente demolito ed il materiale venne utilizzato per chiudere le tanche.
Dall’alto si gode una estesissima visuale panoramica che appaga l’occhio del più appassionato ed esigente turista.
Lontano si profila sull’orizzonte l’imponente massiccio del monte Sa Pianedda, che nasconde dentro le sue tumide viscere le sorgenti dei tre principali fiumi della Sardegna: il Coghinas che sbocca verso Castelsardo, il Tirso che muore ad Oristano ed il Rio di Posada che si riversa nel mare di Siniscola. Si scorge la gran massa granitica di Ololviga, ricca di detriti archeologici, celebre per il suo nuraghe omonimo e per la rinomata Fonte della Salute, di età preistorica. Girando attorno lo sguardo, appaiono come su di una tela cinematografica: qualche nuraghe diroccato, corroso dal tempo e dalla furia degli elementi, tappezzato di un muschio color ruggine; strade serpeggianti come nastri; il corso tortuoso del Rio Mannu; catene di montagne d’impari altezze chiomate di alberi fronzuti, brughiere estese, lande incolte, praterie lussureggianti, armenti lanuti che pascolano vigilati dai cani che abbaiano con un latrato ringhioso di fastidio; braccianti che lavorano e cantano; casupole erette dai vigili pastori troppo affezionati alla semplicità caratteristica dei loro luoghi.
In tutta la zona, ricca dei più sottili incanti, risplende e trionfa tutta la luce della Sardegna.
Ai piedi del monte su cui ergevasi come sentinella vigile la mole nuragica, alcuni coloni, durante i lavori agricoli, trovarono numerosi ammassi di mattoni frantumati che mostravano di aver subito l’azione violenta del fuoco. Alcuni di questi presentavano la superficie incrostata di scorie e vetrificata; altre scorie di fusione e ceneri e pezzi di carbone erano commiste alla terra. Tratta vasi di un forno fusorio, Questa scoperta attesta un’attività metallurgica esercitata in epoca preromanica.
Molti anni fa, alcuni coraggiosi, pronti dicevano a lottare e vincere le forze dell’inferno, in quel luogo solitario, verso la mezzanotte, si accinsero a far degli scavi clandestini, in cerca di tesori. Lavoravano speranzosi e sudavano, affetti di una specie di orgasmo trepidante. Il negromante, con serietà marchesale, leggeva un vecchio libro annerito dal fumo e dall’uso, alla luce tremula e fiocca di un lampioncino a stearica. Spronava gli scavatori a dar maggiore incremento al lavoro e raccomandava l’audacia, la fiducia, e in modo particolare il silenzio. Alla profondità di qualche metro venne alla luce un gran masso granitico di forma piatta e abbastanza larga. Nel rivoltarlo, il più giovine, ruppe improvvisamente il sacro silenzio gridando con ansima: «Forza paris». Queste semplici parole pronunziate in maniera enfatica portarono sfortuna agli avidi ricercatori. La rottura del silenzio ruppe ogni speranza: il tesoro sognato svanì come per incanto ed i fossori ritornarono dietro i loro passi delusi e a mani vuote.
Qui mi viene in mente la spiritosa novella di Quatrelles, che costituisce il colmo del contrattempo amoroso sotto forma di un fazzoletto da naso, la cui mancanza in un momento critico, spoetizza irrimediabilmente la bella, ch’era sul punto di cedere alle insistenze richieste di un vagheggino… raffreddato.
Nella regione di S. Reparata si sono gettate le basi di alcune trasformazioni fondiarie di cui in parte beneficieremo presto noi stessi, ma di più beneficieranno le prossime generazioni. Basta ricordare la bonifica sanitaria che, con l’aiuto dei nuovi procedimenti di disinfezione, è stata compiuta un’opera, altamente umanitaria che ha saputo risolvere uno dei problemi più angosciosi della sua terra: la lotta contro la malaria. Le zanzare che prima, qui, minavano la salute e la vita dei contadini e dei pastori, sono totalmente scomparse. Oggi non si hanno più casi di malaria primitiva, né recidiva e i coloni, liberi da quel tremendo incubo si danno anima e corpo alla valorizzazione delle loro notevoli risorse, assicurando così quella migliore alimentazione che è alla base della elevazione del tenore di vita.
Su questa zona si danno appuntamento i cacciatori con le migliori doppiette e con cani di varie razze. È qui che si ritrovano i più forti puntatori, i polsi più fermi e gli occhi più infallibili del paese e di città, e di qui partono per le battute più clamorose e movimentate.
Al tiratore sfortunato i suoi nervi ballano, le gambe tremano, il cuore sale in gola. Talvolta sbaglia di nuovo, gli vien voglia di buttar tutto, ma non può perché l’appassionato cacciatore sa che tutto gli è permesso nella vita meno che rinunciare a questo sport che dà un piacere sottile e inebriante paragonabile a quello che offre la velocità.
Oggi ai piedi del nuraghe dirutto sta una gemma nascosta: Santa Reparata.
Un’apparizione
Il popolo che spesso veste di gentile poesia le proprie leggende, racconta: Un vecchio pastore, il cui nome, perché non circondato dall’aureola delle umane grandezze, si perde nell’oscurità dei secoli, s’incamminava solo soletto, lungo il sentiero a nastro che dal rione Funtana, in Buddusò, attraversati gli sconscendimenti e i dirupi di Borucca e di Nullu, le praterie di S’Ena e del Su Ponte Piana, giunge alla regione Caddos de Fune.
Mi par di vederlo: una figura ieratica, stilizzata, ergersi sul campo fertile ingemmato di candide margheritine prataiole screziate di rosso incedere, solo soletto, baciato dal sole, tra lo svolazzar delle allodole garrule che si riflettevano sui laghetti delle scintillanti acque del Coghinas. Ha la chioma incolta, la fronte alta, gli occhi scintillanti, la barba ispida, la faccia bronzea.
Indossa il caratteristico costume del paese: il capotto d’orbace, nero come ala di corvo, le brache candide come il latte delle sue pecore, il corsetto con due fila di bottoni vitrei, la cintola di cuoio stretta alla vita, e il lungo berrettone che gli ondeggia sulle spalle.
Ha la «soga» di pelle cruda a tracolla e la roncola a spallarme stretta con la destra callosa.
Cammina sui campi ancor non limitati da muri barbari e da sterpi spinosi. Cammina contemplando le bellezze della natura. La varietà di tanti fiori, piante ed animali, il canto di tanti uccelletti non sembrano fatti per altro che per ricreare l’uomo e lodare la bontà di quel Dio che li creó. Ai piedi di un nodo di rocce sovrapposte, su cui oggi é issata una croce, vede seduta in atteggiamento devoto, una donzella, soffusa di celeste bellezza, dalle vesti candide come la neve e la persona tuffata come in un mare di luce, in un cielo tutto d’oro.
AVE MARIA, disse la misteriosa fanciulla con voce angelica, blanda come la carezza di una mano amica.
GRATIA PLENA, rispose il vecchio non senza meraviglia e con accento commosso.
Era il saluto usuale che si scambiavano fraternamente i pastori e i contadini di antico stampo, quando si incontravano per i campi, sui viottoli, per via, e quando si facevano all’uscio delle coniche capanne, coperte di stoppie, per rendere o restituire la visita alle persone care.
– Io sono santa Reparata, ripigliò l’umile ancella, sollevandosi dritta su di un masso di granito che affiorava dalla terra e, facendo un ampio cenno con la destra socchiusa e con l’indice teso, soggiunse: Sullo spiazzo di quel piccolo promontorio voglio che si edifichi una chiesa in mio onore. Assicurò del suo particolare aiuto il buon vecchio che si sentiva impari a tale missione e scomparve per incanto, come un fenomeno atmosferico, come una meteora luminosa, lasciando impressa sulla pietra l’orma del suo piede. La notizia dell’apparizione venne appresa con esultanza, dal clero e da tutto un popolo, entusiasta, pieno d’ardore e di zelo.
Si raccolsero oblazioni spontanee, offerte commoventi che rappresentavano infiniti sacrifici, rinunzie, una larga e spontanea onda di affetto. La chiesetta sorse così in poco tempo, come opera straordinaria, divina. Qui non purezza e sovranità di linee non modelli di architettura classica, ma solo armonica semplicità.
L’umile casa della preghiera divenne presto frequentatissima per il moltiplicarsi di favori e di grazie. Oggi è faro di luce, fonte perenne di doni celesti per mille e mille anime che alla fede chiedono pace e conforto.
La chiesa
La chiesa, dove alta regna la soavità del silenzio, sorprende il visitatore con un senso di così improvviso e tenero raccoglimento, e lo avvolge in una così delicata atmosfera di pace e di serenità, che l’impressione rimane dolcissima e profonda nel ricordo. Non è un gioiello d’arte e di finezza, pure molti sono coloro che vi accorrono richiamati dalle tradizioni o attirati dalle memorie. Non è ampia ma è tutta pervasa di un senso pio e spirituale attrattiva che invita alla preghiera. La facciata, come del resto tutto l’insieme del sacro edificio, non ha pregi artistici. La struttura è abbastanza semplice, però la sua semplicità commuove l’animo nostro, perché fu creazione dei nostri padri, perché è fiorita nel nostro clima con la nostra mentalità e con un sapore profondamente spirituale e cristiano.
L’ingresso, ad architrave di granito con arco di carico sovrapposto, è ben finito.
Il visitatore ha l’impressione di entrare nel fresco e riposato recesso della pace, che allieta l’anima e invita alla preghiera.
Sulla linea di colmo della facciata principale sorge. di modeste proporzioni il campanile bifronte, ad arco. La antica campana che, dall’alto invitava i fedeli alla pre ghiera si conserva nella chiesa parrocchiale di Buddusò. Il bronzo fesso e senza battaglio, ha la data di fusione, 1579, con la scritta, a stampatello e ad alto rilievo: Sancta Reparata ora pro nobis.
Il tetto, a travature di legno, è coperto da tegole a canale.
Il primo pavimento di argilla, ben battuto e pianeggiante, è stato sostituito da una forte massicciata in cemento a spese dell’insegnante Bachisio Tucconi.
Dal comitato costituito per le feste popolari del 1951, sono stati offerti numerosi banchi che, benché sprovvisti di inginocchiatoi, sono di grande utilità per i pellegrini che sostano a ringraziare Santa Reparata per favori ricevuti o bisognosi di aiuto e di conforto.
Alcune finestrelle, con profonde strombature, riempiono lo squarcio del muro della navata destra.
L’altare maggiore che prima era costruito in robusta muratura, ha ora la mensa e le colonnine di granito, eseguite con un certo gusto artistico che non dispiace.
Anche l’antica nicchia ha subito una trasformazione. È stata allargata convenientemente per la custodia della statua ed è decorata all’esterno di un paramento in legno, di stile gotico, verniciato color verde pisello.
In alto, sull’altare maggiore, circonfusa dalla luce tremula di tante fiammelle, troneggia la statua della santa taumaturga.
La statua che fin dall’edificazione della chiesa era esposta alla venerazione dei fedeli, era scolpita in legno, e rassomigliava a quella che si venera, in un quadro della scuola fiorentina, nella chiesa di Santa Maria del Fiore a Firenze.
Bella e maestosa si presentava nella nicchia la snella figura della Santa, raffigurata in piedi, alta quasi al naturale, coi colori della vita nella faccia e nelle mani. Teneva in mano una palma ed un libro. Un velo candido le scendeva dal capo, e dalle spalle un manto azzurro arabescato.
Aveva nel viso lungo ed ovale, nella persona alta ed armonica, nella fine e minuziosa pieghettatura della veste che le ricadeva ai piedi, una maestà veramente regale. In essa si può ben dire che l’artista trasfuse tutta la fiamma del suo genio ispirato e credente.
Nell’esemplare, nonostante la ricoloritura plasmatavi da mano inesperta, permaneva ancora la policromia originale, che è di un giallo carnoso nel volto, di un rosso cupo nelle vesti e di un bianco grigio nei capelli.
L’aria del volto nobile, gravemente meditativo, e melanconico, dimostrava la passione intima dell’anima.
Grazie segnalatissime, guarigioni prodigiose si verificarono a favore di coloro che si affidavano alla sua protezione.
Che la Santa vi compartisse in abbondanza celesti benedizioni e grazie terrene ai suoi devoti, lo provano i numerosi ex voto che pavesavano le pareti del presbitero.
I fedeli, una volta sperimentati i benefici effetti della divina protezione, non mancarono mai di accorrere alla chiesa ogni qual volta si trovarono oppressi da angustie. da flagelli e pestilenze.
Pregavano i giovani portando l’amore e la pietà delle famiglie di domani. Pregavano i bimbi innocenti effondendo, nella penombra mistica del luogo sacro, la piena dei loro affetti con dolci canti. Preghiere ferventi florivano sulle labbra dei vecchi inginocchiati e raccolti in religioso silenzio più eloquente di qualunque canto.
Da alcuni anni l’antica status, è stata sostituita da un’altra nuova, in plastica, bella se si vuole, che ha sostituito una frase in parte intonata alla sola semplicità armonica dell’umil casa di Dio.
La figura di quella cara effigie sveglia negli animi buoni una calda fiducia di essere esauditi.
Ai piedi dell’altare si sente più la solitudine ed il distacco da tutte le cure terrene, da tutti gli affanni della vita.
Qui i pellegrini piegano le ginocchia e pregano con fede. Certi pieni d’inesplicabile contentezza prorompono in tenerissimi affetti verso la loro generosa benefattrice, altri danno libero sfogo a tutte le dimostrazioni della loro gratitudine, chi domanda rimedio alle loro infermità, chi indulgenza per i gravati di colpa, chi salvezza nei pericoli, chi riparo nelle rovine materiali e morali, chi refrigerio nelle vicende dolorose.
Talvolta una lettura spirituale su di un testo prescelto non riesce a fermare l’attenzione, e la nostra fantasia seguita le sue corse pazze per mille strade diverse, che nulla hanno da vedere con la preghiera.
In questa chiesetta, presso l’altare, la fantasia rimane imbrigliata e la dirige, nel silenzio e nel raccoglimento, ad un profondo, ardente anelito dell’anima verso la fede in una legge divina che assicura il trionfo finale delle più alte aspirazioni ed esigenze morali dell’uomo.
La chiesa era prima ad una semplice navata quindi insufficiente a contenere i numerosi fedeli.
Nel 1913 si costituì un comitato composto del sottoscritto e dei signori Bacciu Giuseppe di fu Fedele e Satta Giovanni di fu Giuseppe. Si raccolsero dal popolo oblazioni spontanee e giornate lavorative gratuite e così la chiesa poté avere una nuova navata laterale.
L’aumento dello spazio materiale fu parallelo all’aumento della devozione con la quale quei di Buddusò e dei paesi limitrofi presero ad onorare Santa Reparata. Il nuovo ampliamento venne abbellito da un modesto altare dedicato alla Madonna del Buon Cammino, la sua figura chiusa nella nicchia disadorna e povera, si leva conte gnosa e piena di grazia, quasi di dolce maestà. È la vera incarnazione del concetto del divino poeta:
Umile ed alta più che creatura.
La chiesa è oggi meta di pellegrini che vogliono passare alcune ore o una giornata di pace a sollievo dello spirito affannato dal turbinio della vita moderna. Molti ivi vanno spesso ad effondere il loro cuore nella preghiera.
La campana in bronzo, fessa e senza battaglio, che fin dall’origine adornava il piccolo campanile ad arco, collocato sulla linea di colmo della facciata principale, è custodita nella chiesa parrocchiale.
Sulla campana sta scritto, ad alto rilievo e a caratteri chiarissimi: «Sancta Reparata ora pro nobis». La data di fusione è ricordata con quattro cifre, delle quali due in numeri romani e due in cifre arabiche, «M. D. 79) (1579).
Un tempo le pareti del presbitero erano tappezzate di ex voti, offerti dai fedeli, per grazie ricevute. Erano trecce nere come ali di corvo, ciocche castane di capelli muliebri, cuori d’argento, braccia, gambe, mani e piedi modellati su cera, con segni di cicatrici, di ferite aperte e di contusioni o fratture.
Nel 1915, Mons. Cesarano, vescovo di Ozieri, in occasione della sua prima visita pastorale, diede, dalla chiesa, lo sfratto a tutto questo materiale votivo.
Divine chiamate
Non sempre Dio usa strani portenti per confondere il mondo superbo e fargli confessare la provvida onnipotenza che lo regge.
Non occorre che con la sua opera divina infreni le procelle dei mari, sospenda il corso degli astri, argini l’impeto dei fiumi e spenga l’ardore degli incendi.
Non sono sempre o pontefici annosi, o ispidi anacoreti, o vigorosi leviti, o militari intrepidi che si presentano nel gran teatro della Chiesa con in fronte l’aureola e con tra le mani la gloriosa palma del martirio.
Dio per corona delle sue opere grandiose, si serve anche degli strumenti imbelli, di quella delicata porzione del genere umano che si chiama sesso fragile.
Le donne, le timide verginelle, anche nel fior fiore della giovinezza, vogliono fare la loro comparsa.
Scegliamo, fra mille, l’esempio di Santa Reparata, Vergine e Martire.
Essa si presenta alla ribalta, vestita della rossa stola e inghirlandata del verde alloro, mostrando mille sanguinolenti ferite che ingemmano il suo corpo. Il padrone evangelico chiama gli operai a lavorare nella sua vigna ad ore diverse: alcuni ancor prima di nascere! Tale, senza dubbio, il Battista: non per nulla nostro Signore lo disse «il più grande tra i nati di donna, altri all’ora terza, ossia nella prima giovinezza, come Agnese, Cecilia, Luigi: alcuni ad ora ancor più tarda alla nona e all’undicesima, quando la vita è in piena maturità o verso il tramonto,
come Paolo apostolo, Agostino, Ignazio da Loyola. Reparata venne chiamata alla terza ora, nel fior degli anni, quando l’attrattiva del mondo e le seduzioni dei sensi sembrano più che mai invitare a rimanere in ozio, a darsi bel tempo, a divertirsi e a godere.
– «Veni». Era la voce di Gesù che la chiamava: la stessa voce con la quale il maestro chiamava gli Apostoli: «sequere me».
– «Ecce venio», rispondeva sollecita: così, come la Madonna all’Angelo del Signore: «Fiat mihi secundum verbum tuum».
Oramai gli occhi della sua anima avevano contemplato Gesù, visto quanto è infinitamente bello, amabile, e il suo cuore se n’era tutto infiammato. E siccome l’amore porta naturalmente a somigliare all’oggetto amato, così, come Gesù, Ella intraprese quella via povera, solitaria, mortificata, tutt’ardente d’amore che doveva condurla al Calvario, alla croce, al Paradiso.
La giovine donzella, protetta da Dio, cammina, a grandi passi, nella via della perfezione. Trionfa sul mondo col suo disprezzo, e canta vittoria sugli idoli con la sua fede.
Rifiutò offerte di matrimonio perché si era consacrata al suo sposo divino. La sua fervida pietà si esplicò nella frequenza delle pratiche religiose. Essa riconosceva la necessità della grazia divina e col raccoglimento della più umile fedele, andava ad attingerla alle fonti del Salvatore.
Sola, debole, nel fior della giovinezza, inerme, circondata da tutte le lusinghe dei piaceri, blandita dagli artifizi della vanità, tentata dall’interesse della vita, minacciata di morte, martoriata nel corpo e nello spirito, trionfò sui numerosi suoi nemici perché chiamata da Dio e protetta dalla sua grazia, fu resa invulnerabile alle loro saette.
A misura che cresceva negli anni, si vedeva crescere nell’amore della virtù. Invano si opponevano per arrestarlo con le speranze del secolo e le ricchezze: invano l’assalivano con gli stimoli della carne ribelle della fervida gioventù: invano l’angelo di Satana le faceva sentire la legge che combatte contro lo spirito. A lei sempre arrise la vittoria sulla debolezza del sesso e dell’età. Sostenuta dal braccio di quel Dio che elegge i deboli per confondere i forti, né della morte, né dei carnefici ebbe paura.
Questo prodigio, per me non è inferiore a quello di Noè che si salva attraverso il naufragio del mondo: di un popolo che varca a piedi asciutti i mari ed i torrenti: di tre garzoni che scherzano tra le accese fornaci: di un Giuseppe che esce vittorioso tra gli assalti i più lusinghieri: di un Tobia che sospira al Dio di Sionne tra le dissolutezze di Ninive: di una Ester che ne fa risaltare la gloria in una corte infedele; di una madre generosa e santa che sette volte trionfa della crudele empietà di un Antioco in sette dei suoi figlioli che ella rinfranca al martirio, e sui quali infine trabocca anch’essa, prima a penare ed ultima a morire.
Tutti strumenti eletti da Dio per vincere gli ostacoli che il mondo armato della triplice concupiscenza, scaglia contro i cuori che palpitano di amor divino.
Sulla via dei trionfi
San Paolo, nella prima lettera diretta ai Corinti, dice: «Infirma mundi elegit Deus, ut confundat fortia», Dio sceglie gli strumenti più inetti, secondo il modo di vedere degli uomini, per condurre a termine le grandissime opere della sua sapienza».
Prova evidente di tale verità la vediamo nei dodici apostoli. Eran umili pescatori, ignoranti, zotici, il rifiuto degli Ebrei, eppure richiamano alla memoria di tutti gli uomini il vero Dio, così profondamente da essi dimenticato, e fanno risorgere ad una novella vita tutto il genere umano prostrato nell’idolatria.
Partono senz’armi, senza denari, senza protezione. Pietro ad Antiochia e a Roma, Paolo ad Atene, Giovanni ad Efeso, Giacomo nelle Spagne, Tommaso nelle Indie. Predicano il Vangelo senza causare turbolenze e ribellioni; sopportano ogni sorta di inumanità; carceri, catene, insulti, percosse, privazioni e via via consumano coi sacrifici l’opera incominciata con le umiliazioni dal loro maestro.
Il braccio secolare gli spogliava dei beni più necessari e comuni, insidiava loro l’esistenza sottoponendoli alle più crudeli torture, allungava loro studiosamente le pene, perché sentissero la morte più dolorosa, la bevessero a sorsi e prima di morire morissero innumerevoli volte. Ed essi non opponevano forza a forza, né con le armi né con le violenze.
Roma spediva ordini a proconsoli e pretori che continuassero la lotta contro i pionieri della fede, in tutte le provincie dell’Impero Romano, che è quanto dire per la maggior parte del mondo.
La Chiesa perseguitata, abbattuta, disprezzata, mozza, povera, recisa. metteva più salde radici, diventava più ferace, e i germogli pullulavano in tutto il mondo. Così la Chiesa si leva vittoriosa contro la potenza romana che si faceva servire anche dai popoli barbari, indomiti e bellicosì. E la povera e disprezzata nemica signoreggio sul trono dei persecutori, e gli apostoli inermi si slanciarono a quella conquista che si perpetuò in cielo ove portarono i segni delle sostenute battaglie e la gloria del trionfo. Per virtù di quella croce che si stringeva fra le callose mani, le aquile fulminanti di Giove, i fieri simulacri di Marte, s’infrangevano in uno con l’umana grandezza che si interessava di sostenerli.
La luce del Vangelo irradiò il mondo.
Qui, in un modo che sa del sublime, vediamo rinnovata la grande opera della creazione sugli spenti occhi di quel mondo perverso e guasto che si era dimenticato del Creatore.
Questa è un’evidente prova della verità scritta da San Paolo: «Infirma mundi elegit Deus, ut confundat fortia».
Contro la religione di Cristo, nel mar burrascoso della vita, si susseguono le più terribili persecuzioni, ma la Chiesa continua gloriosa e trionfante la sua via: supera tutte le burrasche e prosegue vittoriosa la sua corsa.
Le prime onde furiose che si sollevarono contro la barca di Pietro furono quelle rosse di sangue della persecuzione. E fu una persecuzione tanto furiosa e feroce che duro per ben tre secoli, che strazió, massacrò milioni di martiri. Tra essi però, nostro Signore Gesù Cristo seppe far sorgere dei mirabili esempi d’eroismo: San Stefano, San Sebastiano, Agata, Agnese, Cecilia, Lucia e cento, e mille altri simili, senza contare quegli altri milioni di cui s’ignora il nome, ma di cui certo è il combattimento e il trionfo.
Alla persecuzione dei tiranni segue quella non meno perniciosa degli eretici. Un giorno si dice che il mondo si sveglio e si stupi di trovarsi ariano. Ma contro Ario e gli altri eresiarchi ecco, alla voce di Dio, insorgere veri giganti di santità e dottrina: Atanasio, Eusebio di Vercelli, Ireneo di Lione, Ambrogio e Agostino che con la parola e le opere di polso, debellano e disperdono eretici ed eresie.
Intanto il nuovo impero d’Occidente si sforzava a confondere il potere civile con l’ecclesiastico. Gli imperatori e i principi nominavano i vescovi che erano dei lupi rapaci, dei preti simoniaci e sacrileghi.
Ma ecco, accanto alla Sede di Pietro, sorse Pier Damiani, cardinale di Ostia, che gira infaticabile in mezzo alla corruzione di allora, insiste in modo opportuno ed importuno, prega, riprende e castiga e tutti l’ascoltano intimoriti.
Anche le orde maomettane si scatenarono contro la Chiesa, ma ai loro ripetuti assalti sorsero: Luigi IX di Farncia, Bernardo di Chiaravalle, Pio V, che riportarono strepitose vittorie sul nemico.
Altre tempeste vennero suscitate dagli Albigesi, dai Catari e da mille altre sette eretiche che a dir di Dante nell’Inferno, come «nere cagne, bramose e correnti» si avvolgevano pel gregge di Cristo menando ovunque terribili stragi.
Quando la navicella di Pietro sembrava naufragare, Gesù fece sorgere due uomini: San Francesco d’Assisi e San Domenico di Gusman.
Il primo come dice Dante nel Paradiso, tutto serafico in ardore con l’esempio della sua povertà e con la parola della più tenera carità, fa appello ai cuori, li distacca dai beni transitori della terra e li innamora tutti del cielo.
Il secondo che, a dir di Dante, fu «cherubica luce uno splendore», si rivolge alle intelligenze, vi fa penetrare sprazzi di luce viva, le libera dall’errore e le riconduce alla verità.
Venne la volta del protestantesimo che scagliava contro la chiesa di Cristo tutte le bestemmie e tutte le eresie unite in un sol fascio. Si vedevano i re creati papi, i popoli proclamati re, templi e monasteri profanati, le monache fuggire dai chiostri, i frati seguirle con a capo Martin Lutero… Ma la tonaca buttata via alle ortiche del frate apostata, la raccoglie e la indossa un prode soldato. Un frate degenerato si rivolta contro la chiesa e un prode soldato convertito insorge a difenderla: un frate diventa il braccio di Satana, un soldato, Ignazio di Loyola, diventa il braccio di Dio.
Se la Francia, la Spagna e la nostra Italia non seguirono la stessa disastrosa e triste sorte delle altre nazioni europee lo deve al povero soldato sciancato, Ignazio e ai suoi degni figli spirituali che formano la Compagnia di Gesù.
Insorse contro la navicella della Chiesa la Rivoluzione Francese, Napoleone, il razionalismo, il modernismo. Però contro tutti questi nemici ben agguerriti, i santi combattevano e vincevano.
L’impero romano si armò compatto a distruggere il regno di Dio. Il sangue cristiano correva a torrenti per le piazze, per gli anfiteatri, sulle pubbliche vie. Erano i secoli dei martiri.
Massimilano Erculeo, Aurelio, Adriano, Caracalla, Eliogabalo, Gallo, Severo, Caligola, Diocleziano, Massenzio, avevano puntate le loro lancie, aguzze ed affilate, e quelle dei loro guerrieri, non meno taglienti, contro la Chiesa, e la Chiesa prendeva sulla terra maggior dominio. L’ultimo dei sopra nominati imperatori, benché forte e ben agguerrito, venne sbaragliato per virtù dell’emblema della redenzione apparsa al grande Costantino, contornata dalle parole: «In hoc signo vinces».
La rivoluzione francese, nel frenetico parossismo di una febbre infernale, si agitò tremendamente a togliere la Croce dal luogo sacro per innalzarvi l’idolo della dea ragione, eppure dopo il passaggio di quel turbine vorticoso fu vista risplendere ai raggi di un sole più brillante di prima.
Domani, contro la Chiesa, si scateneranno nuove lotte, nuove eresie? Si accavalleranno onde su onde infrangendosi spumeggianti sugli scogli? Nuovi lampi squarceranno con sinistri bagliori, le nubi vagolanti sul cielo nero? Può darsi, ma la Chiesa continuerà a marciare sulla via dei trionfi perché protetta da Dio, guidata dagli angeli e difesa dai santi, ispirati e incoraggiati, nelle titaniche lotte. dalla loro Regina, la Vergine Santissima, chiamata «petra et columna Ecclesiae».
Sappia l’incredulo che ogni grido di morte lanciato contro il Nazareno è una nuova vittoria per Lui, e una nuova sconfitta per chi ha l’ardire di combatterlo. La sto ria di diciannove secoli parla per dimostrare questa grande verità, che cioè, chiunque si arma contro Cristo sarà sconfitto. Si armarono i Cesari e le armi andarono in frantumi ai primi assalti: si armarono gli eretici e furono sbaragliati: si armarono di tutto punto i satelliti di Sa tana e furono respinti. Insomma, quanti furono re, imperatori, potenti, che tentarono di vincerlo, restarono vinti e soggiogati dall’Eterno Trionfatore.
Increduli, settari, Gesù non si vince. Il vostro fremito contro di Lui vi ricadrà sul capo. Voi volete la morte del fabbro di Nazaret ed il Nazareno vi preparerà la bara: voi volete superarlo ed Egli vi toglierà la vita.
Parlate pure contro di Lui, scrivete a suo danno grandi volumi, tentate anche di sradicare dai cuori dei credenti la fede cristiana, bersagliate, imprigionate, uccidete i suoi degni figli, tanto Gesù non riposa sugli allori conquistati, ma veglia pronto ad aureolarsi di nuove vittorie.
Per difendere e diffondere in ogni tempo la fede e la sua Chiesa, Dio suscito delle anime nobili e grandi. Anime che affrontarono col sorriso sulle labbra l’ira nemica.
In mezzo a questa eroica schiera di soldati di Cristo, che sacrificano la vita col martirio, vi furono anche eroiche e intrepide donzelle, giudicate dal mondo deboli e inette. Tra queste vediamo oggi con gli occhi della fede, una martire: Santa Reparata, la grande amica dei nostri antenati, la nostra protettrice, tenero virgulto divelto dall’uragano. Assistita da Dio trionfò sul nemico. La mano sacrilega del carnefice, intrisa di sangue innocente, le diede la vera vita che non vede tramonti, sorse, e sfolgorante di luce, passo con le sue compagne di fede sulla via dei trionfi, stringendo al seno la palma ed il giglio.
Martirio di sangue
Gesù, prima di ammettere i suoi seguaci, faceva questo patto: Bada ch’io non tollero divisioni: chi non è con me è contro di me: se volete seguirmi, conviene che il mondo sappia che siete miei: chi si vergogna di me io mi vergogno di lui: io non so che fare di gente debole, io voglio soldati animosi, capaci di affrontare la battaglia: chi non si sente temprato a fortezza, rinunzi al cielo: là non si arriva che combattendo.
Santa Reparata, seguace fervida della dottrina di Cristo, fu una di quelle figure luminose, di quei caratteri di fermezza degni di quella fede che li ispira, e di quel cielo che li premia.
Abbiamo poche notizie relative alla sua vita, e gli atti che vanno sotto di lei presentano del leggendario e gran numero di tradizioni vennero interpolate alla genuinità della sua storia.
L’umile ancella nacque, come rosa delicata nel groviglio di pungenti spine, a Cesarea, un tempo porto ed emporio della Siria meridionale, capoluogo della Palestina. Vi fu imprigionato l’apostolo Paolo prima di essere inviato a Roma.
Dopo la morte di Erode ed i suoi figli tetrarchi, la Palestina fu annessa all’impero Romano, visse sotto rapaci procuratori che provocarono la ribellione del 66, domata solo nel 70, dopo un’eroica resistenza, con la distruzione di Gerusalemme per opera di Tito. Il paese riconquistato divenne la provincia romana di Giudea.
Nel 248 il generale Decio fu acclamato imperatore. Riorganizzò la difesa militare: ordinò una sistematica persecuzione contro chiunque non partecipasse ai sacrifici agli dei.
Reparata di sentimenti cristiani trasse i natali da genitori nobili, ricchi, e strenui difensori dell’idolatria.
Appena pubblicato da Decio l’editto generale dei Goti, Reparata, affranta da dure battaglie esasperanti, cercò un po’ di pace serena rifugiandosi tra i selvosi monti, in un sito recondito e tranquillo, ospite di buone amiche.
La furia satanica colpiva specialmente i capi della religione cristiana. Subirono il martirio molti vescovi ed il pontefice Fabiano che fu sepolto nel cimitero di San Callisto.
Ovunque non si risparmiava arte alcuna a far vacillare nella fede anche gli eletti.
Reparata presagiva alle amiche le imminenti sciagure che l’aspettavano: e intanto raccomandava loro di non smarrirsi di coraggio, di andare incontro alle violenze estreme e a dimenticarsi di questo mondo per non più ricordarsi che di Gesù Cristo e del dovere di essergli fedeli fino alla morte. Le ultime parole vennero interrotte da un rumore cupo come uragano che s’avanza. Erano i soldati.
Le care amiche la baciano, l’abbracciano, se la stringono forte al cuore, la scongiurano di guardarle ancora per l’ultima volta e implorano su di esse prima di partirsene una benedizione estrema che le riempia di coraggio e di fede.
Momento atroce!
Reparata getta un sospiro più eloquente di mille espressioni, si distacca con penoso sacrificio da quell’amplesso pieno di tenerezza, si segna del vivifico segno della croce: preghiamo a vicenda dice per trovarci un giorno senza timore di separarci in paradiso, e si dà in mano dei carnefici.
Povera colomba di età floridissima, di forme egregie, di spiriti generosi, amabile per incanto, tra gli artigli di uccelli rapaci!
L’anima, il corpo, le sue passioni, i sensi, lo spirito, il candore, la sua medesima fragilità, diventano in mano del nemico un’arma terribile per tribolarla.
Gli sgherri la fissano rabbiosamente con gli occhi iniettati di sangue, e con le mani frementi pronte a ghermirla.
Ella è una torre fortissima, si cerca in mille modi di minare le fondamenta, ma non crolla giammai.
Il suo pensiero corre insistente al martirio spietato che sarà fatto delle sue membra delicate.
Vede tutte le trafitture che strazieranno il suo cuore. Ovunque volga lo sguardo tutto le richiama le immagini crudeli e le tremende particolarità della catastrofe.
Vede gli occhi iniettati di sangue della ciurma che le sta di fronte; vede il livore di quelle facce da cui traspare l’ira la più furente; sente sprigionarsi dalle loro bocche assetate di sangue innocente, orribili bestemmie, vede le armi che, impugnate nervosamente da quelle mani nerborute, mandano bagliori sinistri.
Tutto le parla di tormenti e di morte. Alle prime insistenze del carnefice che la voleva costringere a rendere onore agli idoli, non si degnò neppure di guardarlo.
«Ti prego – andava suggerendole quel mostro umano – abbandona l’infame setta dei cristiani, il cui capo morì sull’infame legno della croce, adora con me e con gli imperatori i nostri idoli e avrai ricchezze, piaceri ed ogni felicità. Se poi ti mostrerai sorda ai miei richiami, ti compiango: avrai angoscie, catene, ceppi e ti farò morir di dura morte».
In presenza di una folla ammirata e commossa per la indomabile fede, Reparata si fece innanzi animosa, glorificando, con ispirate parole, Iddio.
«Tu sei disse padrone della mia vita ma non della mia fede: questa l’ho già promessa ad un Dio che è maggiore dei re».
Appena pronunziate queste parole, gli sgherri, furibondi si slanciarono come cani rabbiosi sull’agognata preda.
Povera vittima innocente!
Il tremore violento la scuoteva da capo ai piedi e in mezzo alle trafitture più penetranti e ai dolori più acerbi prorompeva in voci di afflizione e di affanno. Tra i tormenti rimaneva intrepida nella fede. Sempre piena di coraggio e di forza, sempre vincitrice di se medesima e dei carnefici, non desisteva di ripetere con forza: «sono cristiana».
Qui non amore di gloria, non plauso della patria, non ardore di vendetta, possono sostenere al cimento, come poterono spingere alla voragine famosa, Curzio, Attilio Regolo a Cartagine, o reggere Scevola con l’intrepida mano sul fatale tripode. Qui è Dio che sostiene, è Cristo che spinge e lo Spirito Santo che agita.
La Santissima Trinità ha potuto sostenere la fede della vergine eroina con prodigio maggior di quello con cui furono salvati i tre garzoni dal fuoco, Daniele dai leoni il naufrago Giona dal ventre di un mostro, e Giuditta dalle mani di Oloferne.
Lo scaltro tiranno vibrando fuoco dagli occhi, vinto dall’odiata forza del vero, si contorce digrignando i denti per rabbia e aizza i satelliti alle più aspre vendette, degne di un cuore scellerato.
A dipingere questa lugubre scena, rifugge il pensiero la lingua e la penna: Il pensiero ad immaginarla, la lingua a riferirla, la penna a descriverla. Intanto infuriano maggiormente le raffiche dei colpi.
Fu allora che la giovane martire, respirando tutto il cristiano coraggio, e piena della più grande e viva fede, ripete: sono sposa di Cristo!
L’ira nemica imperversa furibonda. La martire intanto gira gli occhi qua e là sereni e placidi. talvolta li solleva pietosi al cielo per implorarne novella forza: ha sulle labbra la gioia, sulle guance la modestia, sulla lingua l’amore.
Generoso fu il coraggio, invitta la pazienza, meravigliosa la fortezza, sorprendente la rassegnazione nel sopportare i più atroci dolori, ma i carnefici, né ammirati, né commossi, inveivano maggiormente e il tiranno decretò la morte.
Le ultime prove
Gesù nel discorso tenuto alla vigilia della sua passione, ossia alla sera del giovedì santo quando istituì la Eucaristia, disse fra l’altro: «In verità vi dico che piangerete e vi lamenterete, e intanto il mondo godrà: voi sarete nell’afflizione; ma la vostra afflizione sarà cambiata in gaudio».
Solo in seguito gli apostoli dovettero ben comprendere queste parole del Maestro. Quando dopo la sua ascensione al cielo, rimasti soli sulla terra, si videro da tutti perseguitati e sottoposti ai più orribili patimenti, allora appresero quell’arte tanto difficile, ma pur tanto necessaria, di ben soffrire, che cambia le afflizioni in gaudio. San Paolo battuto con verghe a Filippi, lapidato a Listri, battuto e legato con catene in Gerusalemme, imprigionato in Cesarea e a Roma, eppure fra tante sofferenze, diceva che in lui «la gioia superava il dolore», che anzi talvolta «sovrabbondava di gaudio».
San Giovanni nella caldaia d’olio bollente e nell’esilio di Patmos, San Giacomo, Tommaso, Matteo, nella prigionia, nelle flagellazioni, nelle catene e nella morte, memori delle parole del loro Maestro, soffrivano nel corpo ma la anima sussultava di gioia.
Sant’Andrea non aspettava neppure di venir chiamato dal proconsole; spontaneamente si presentava al suo tribunale e venne subito condannato alla flagellazione a sangue, ed in ultimo crocifisso. Quando, da lungi, vide spuntare la croce su cui doveva immolare la vita, le corse incontro, le tese le braccia come se andasse incontro a persona amica e da tempo desiderata, e con impeto di gioia irresistibile esclamò: «Ave, crux, diu desiderata!». (Ti saluto, o croce, tanto desiderata e attesa!).
Anche Santa Reparata, educata nella scuola del divino Maestro, s’incamminava nella via del Calvario, raggiungeva la vetta, si stringeva forte alla croce, emblema di fede, di redenzione, di vittoria, e sull’altare del sacrifizio, innalzava, beata, il monumento dell’eterna sua gloria.
Così ancora una volta si avverò la divina promessa che dice: «Voi sarete afflitti e sofferenti; ma io vi rivedrò, e allora il vostro cuore esulterà, e nessuno potrà più rapirvi al vostro eterno gaudio».
Quante afflizioni, quante pene quante sofferenze, una più dolorosa dell’altra, sopportate con cristiana rassegnazione!
Il Martirologio Romano dice: «Non volendo sacrificare agl’idoli, sotto Decio imperatore, venne con varie specie di tormenti straziata».
Santa Reparata tra gli svariati tormenti che dolorosamente le laceravano il cuore, ebbe a soffrire anche quello del rogo.
Il giovine Abdénago, schiavo di Babilonia al tempo della cattività d’Israele, venne gettato coi suoi compagni in una fornace ardente, per ordine del re Nabucodonosor, perché non volle adorare una statua d’oro che egli aveva innalzato. Gli intrepidi giovani, in mezzo al fuoco ardente, camminavano «laudantes Deum et benedicentes Domino».
Anche Santa Reparata, tra gli orrori del martirio lo dava Dio e benediceva il Signore.
Tra lo smanioso crepitar delle fiamme che furibonde si sprigionavano dagli ammassati tizzoni, e tutto avvolge vano ondeggianti come alto mare battuto per gran tempesta avrà ripetuto, come Santa Cecilia: Ti benedico, Padre del mio Signore Gesù Cristo, poiché per questo tuo divin Figlio il fuoco che mi cingeva mi si è spento ai fianchi.
Dio proteggeva la fragilità della natura e del sesso, e la serbava così a nuovi supplizi perché fosse un testimonio chiarissimo dei suoi nuovi prodigi.
Dopo il rogo la prova delle lamine roventi preparate per straziarle il petto. Le carni cadevano a brandelli e le vene sprizzavano acceso sangue.
Durante i suoi spasimi di morte avrà fatte sue le parole di Sant’Agata: «Empio e crudele tiranno, non ti prende rossore no di tormentare in me ciò che tu stesso succhiasti, se pure non ti ebbe ad allattare una tigre, l’alimento e la vita!».
Intanto rimaneva composta in un sembiante di maestà e di mansuetudine, cinta di tutte le grazie che adornano il suo sesso e la sua età e con in fronte il carattere di una grand’anima che non teme.
Qui non amore di gloria, non plauso della patria, non ardore di vendetta come Curzio nella voragine famosa, Attilio Regolo a Cartagine, e Scevola a regger l’intrepida mano sul fatale tripode. Qui è Dio che sostiene. Rimaneva ferma nella fede perché nutrita del pane dei forti, rimaneva superiore a tutti i tormenti per godere del refrigerio e dei gaudi eterni.
La libertà di spirito e la costanza con cui sopportò la ira nemica se riuscì a convertire molti degli astanti inasprì maggiormente l’odio e il furore dei carnefici. Che importa?
L’autore dell’Oberon, Weland, celebre poeta tedesco, scrive: «Chiamate sempre beato, libero e grande l’uomo che non trema mai, che lo squillo della tromba trasporta alla tremenda battaglia, che sorridente vede ciò che gli altri atterrisce, e si stringe anche al petto, come una sposa, la morte, che lo corona d’allori».
Santa Reparata aveva un’anima grande, eccelsa; era una donna di valore sovrumano. era intrepida eroina.
Nobile eroe è chi lotta per la patria, più nobile chi lotta per il bene del paese, più nobile ancora chi lotta per la fede.
L’intrepida giovinetta andava incontro al pericolo e al sacrificio di sé stessa anche perché confortata dalla lezione che tutti gli uomini possono leggere: l’esempio che rende facili le azioni difficili.
Gesù, gli apostoli, i martiri, durante la loro carriera mortale, mandarono con le loro opere, sprazzi di luce abbagliante, per fugare le tenebre dell’errore, per riscaldare i deboli, per rinfrancare i forti, per guidare sulla retta via gli intrepidi drappelli che, calcando i piedi sulle orme intrise di sangue, desiderano conseguire la vita eterna.
Portiamoci col pensiero alle aspre cime del sanguinoso Calvario ove in mezzo a tenebre, ripiene di terrore e di spavento, una ciurma inviperita e crudele getta a terra il suo Dio, ne sloga furiosa con funi le braccia a stenderlo sulla croce, ne trafora e mani e piedi con grossi chiodi, lo leva in alto quasi in trionfo del suo furore. Osservate il volto pallido, i nervi irrigiditi, le ossa snodate. la voce tremola e languente che chiede perdono al divin Padre per i suoi nemici, le labbra amareggiate dal fiele, le ferite delle mani e dei piedi stillanti sangue: indi volgete lo sguardo pietoso a Reparata, degna sposa dello Sposo, e in lei vedrete mirabilmente compiuta una tragedia, si lacrimevole e ferale.
Io la vedo illanguidire per la veemente apprensione dei suoi dolori, grondante sangue fino alla pianta dei piedi, col volto cosparso di un tetro pallore di morte, mentre i carnefici col fiele in bocca vomitano bestemmie ed imprecazioni.
Ma io la vedo adorna di meriti e di virtù, la vedo ricolma di grazie, coraggiosa, forte, intrepida, sorridere al suo sposo divino ringraziandolo di averla fatta degna di soffrire per Lui, e pregare per gli spietati carnefici, suoi crudeli persecutori.
Superlativamente mirabile fu anche l’eroismo dello apostolo Sant’Andrea.
Arrestato dal tiranno Egea, famoso per l’odio e la ferocia contro i cristiani, dalle sbarre del carcere, disse esser quello il giorno più bello di sua vita giacché stava per ricevere la corona di trent’anni di fatiche apostoliche: che la morte non era un martirio, ma una liberazione: la croce non un supplizio, ma una grazia, una gloria, una gioia tanto desiderata.
E quando infatti la vide: «Viene disse o compagna fedele, stendimi le tue braccia, stringimi con i tuoi chiodi, inebriami coi tuoi dolori, sii tu l’altare del mio sacrifizio, il monumento della mia gloria, la scala del cielo».
E così, in questi trasporti d’amore, continuò il santo martire mentre lo stendevano sulla croce e mentre vi era inchiodato: e così, come vuole la tradizione, per ben due giorni e due notti continuò a parlare ripetendo spesso a suo e altrui conforto, quelle consolanti parole intese dal suo Maestro nell’ultima cena: «In verità vi dico, voi soffrirete e piangerete, ma la vostra stessa afflizione si muterà in gaudio».
Anche San Pietro, a Roma, rinchiuso nel carcere di Mamerto, dal quale venne soltanto tratto per salire il Gianicolo, ove venne crocifisso col capo all’ingiù, in mezzo a tante e continue sofferenze, non faceva che esultare e ripetere: «Beati voi se sarete perseguitati e tormentati per il nome di Cristo. Sublime fu l’eroismo dei due apostoli Andrea e Pietro, nell’affrontare i tormenti in difesa della fede, ma non meno eroica si mostrò Reparata durante tutto il lungo, snervante, martirio di sangue, sopportato con Cristo e per Cristo.
La brace dei tizzoni accesi la scottavano, le lingue della fiamma conflagrante, lambendole il delicato corpo, la tormentavano, le colonne di fumo nero, denso ed acre le mozzavano il respiro; però tra la rabbia felina degli spietati carnefici, lodava e benediceva Dio.
A Roma, il furore della potenza secolare cercava, sotto l’Imperatore Valeriano, di rovinare la Chiesa togliendole i più illustri suoi membri. Il tiranno infuriò contro San Lorenzo; gli comandò di rinunciare a Gesù Cristo e, vedendo vana ogni sua minaccia, lo fece flagellare a sangue. Non pago ancora, lo fece stendere su di una graticola infocata resa rovente dall’azione del fuoco, volendo aumentare e prolungare il supplizio.
La tranquillità del martire era si grande nel dolore che domandò al carnefice di volgerlo alla parte opposta, e quando fu bene abbrustolito disse: ormai è ben rosolato, mangia.
Anche Santa Reparata, forte nella fede, perché nutrita del pane dei forti, e spinta dall’esempio lasciato da miriadi di eletti cristiani, rimaneva superiore a tutti i tormenti per godere del refrigerio e dei gaudi eterni. Essa si considerava agnella fra i lupi. L’agnello non sa far male ad alcuno: anche battuto, malconcio e pesto, non cerca di nuocere, lambisce con la lingua la mano che gli conficca il coltello in gola e tutto al più lascia sfuggire un debole lamento. Ebbene, come umile agnella fra i lupi, Reparata soffriva in pace, pazientemente, rassegnata perché certa di vincere la causa di Dio che atterra e suscita, affanna e consola.
L’invitta eroina viene di nuovo trascinata in carcere e sorride ancora una volta di orgoglio al vedersi apprestare nuovi tormenti.
Estenuata di forze, grondante sangue, cade bocconi, si rialza, guarda in alto, offre a Dio sé medesima e attende la vittoria finale.
I malvagi della terra le domandano il cuore, ma Ella grida e ripete con quanta voce ha in petto di vergine e di santa: solo al mio Dio serbo la fede, a Lui solo mi abbandono con tutto lo slancio dell’anima. Espressioni queste di soavità celestiale, dove si sente scorrere un’onda purissima, era la tempra adamantina dei tempi in cui il cristianesimo dava le prove del suo attaccamento indomabile al solo Dio della vera religione.
Dopo nuove promesse ed inutili lusinghe venne condannata alla decapitazione. La porta del tetro abituro si spalanca cigolante sui cardini, ed Ella vede comparirsi innanzi un fatal satellite che con voce minacciosa le intima o di rinnegare la fede cristiana o di piegar subito il capo alla scure. Reparata alza di nuovo gli occhi al cielo, solleva in alto le mani in atto di preghiera, indi genuflessa, china il collo al barbaro messo e, “sia fatto – esclama – il voler di Dio “.
Fu il trionfo estremo della sposa di Cristo che varcò i cieli cinta di doppia ghirlanda perché meritevole di doppia vittoria.
Reparata ha superato le lusinghe, i tormenti, il tiranno e sé stessa: Ella è vergine e martire. La sua anima dice il Martirologio fu vista uscire dal corpo e volare in forma di candida colomba.
Così volò a nascondersi in quella divina luce inaccessibile che accieca tutte le mortali pupille degli uomini e giunse al possesso di quella gloria che Dio prepara a coloro che lo amano, ma lo amano con amor puro, con amor penitente, con amor premuroso.
Il culto
La devozione sincera in onore di Santa Reparata è diffusissima. Il sentimento religioso, cordiale, sentito, vivo, per Lei si manifesta ovunque con atti esterni.
Firenze, capoluogo della Toscana, con oltre 331 mila abitanti, una delle città più importanti d’Italia, e delle più celebrate del mondo per l’amena posizione e per il fascino che l’arte e la storia vi hanno profuso, ha per patrona Santa Reparata.
Sebbene gli storici non siano concordi circa l’origine del culto che i Fiorentini hanno avuto per questa Santa, nondimeno è senza dubbio che esso è antichissimo.
Quello che sicuramente si può affermare è che fino dal IX secolo, nel luogo stesso ove oggi sorge Santa Maria del Fiore si trovava una chiesa dedicata a Santa Reparata.
Matteo Villani, uno dei cronisti fiorentini di parte guelfa, che continuò la Cronica del fratello Giovanni fino al 1363, dice che dai priori del comune di Firenze si è fatto esaminare il perché la cattedrale si chiamasse anche Santa Reparata, e perché nella festa di questa Santa si corresse il pallio.
Dall’esame di alcuni scritti consta che in data 8 ottobre, giorno che ricorda la gloriosa morte della Martire, il generale romano Stilicone, «Magister militum» dell’imperatore Teodosio nel 407, sconfisse Radagasio, il re goto che, a capo di qualche centinaio di migliaia di barbari, di diverse stirpi, invase l’Italia.
Il vincitore costrinse quel barbaro re a toglier l’assedio da Firenze e a ritirarsi sui monti di Fiesole e fatto prigioniero fu decapitato subito dopo la distruzione del suo numerosissimo esercito.
La strepitosa vittoria fece determinare i Priori ad erigere una chiesa in onore di detta Santa.
Tale chiesa rimase fino al 1298, anno in cui da Arnolfo di Cambio si diè principio, nel luogo stesso da essa occupato all’attuale cattedrale che sebbene dedicata alla SS. Vergine Assunta in cielo sotto il titolo di Santa Maria del Fiore ha conservato anche l’antico titolo di Santa Reparata.
Dell’antica chiesa, che doveva essere, sembra, di forma basilicale, si conserva ancora nel sottosuolo una parte della cripta, che fu in seguito adibita ad uso di sepolture e che occupa in parte l’attuale sottosuolo del centro della navata maggiore.
Andrea Pisano, grande maestro dello scalpello, autore della «imposta bronzea» del battistero e dei bellissimi bassorilievi che ornano la parte inferiore del campanile, ha pure a Firenze, nel museo dell’opera del duomo, una statua dedicata a Santa Reparata, eseguita con profondo sentimento. Ha la palma alla destra e con la sinistra appoggiata sul petto tiene un lembo del manto. Nella stessa metropolitana si trova un quadro della stessa Santa, su cui ai lati sono riprodotte le quattro fasi del martirio: la prova dell’olio bollente, del fuoco, delle lamine di ferro e la decollazione. La martire tiene alla destra un libro e la palma, con la sinistra impugna uno stendardo bianco crociato. Ciò si riferisce alla leggenda che la Santa apparisse nel cielo ai Fiorentini agitando il detto stendardo il giorno della vittoria sopra Radagasio e fosse così segno sicuro che da Lei assistiti, sarebbero, come furono riusciti vittoriosi di questo re barbaro.
La tela, della Scuola fiorentina, fino a pochi anni fa veniva esposta alla venerazione dei fedeli sull’altare principale del duomo.
L’attuale facciata di Santa Maria del Fiore, innalzata su progetto di Emilio De Fabis, continuata da Luigi Del Moro e inaugurata nel 12 maggio 1887, conserva, nel tabernacolo a sinistra della porta principale, una bellissima statua, opera della celebre scultrice di Firenze, Amalia Dupré, figlia e allieva di Giovanni Dupré, rinomato scultore senese, erede del primato italiano di Lorenzo Bertolini, di cui segui le orme.
Altre due pitture di Santa Reparata si ammirano una in un polittico conservato in Duomo, dov’è rappresentata con la palma in mano ed è mezza figura; l’altra sulla parete della sagrestia della Basilica di San Miniato alle porte sante, tipica costruzione romanica fiorentina del secolo XI.
Il campanile del Duomo, detto di Giotto, chiamato col nome del primo artefice, quantunque la mole, «saldissima come una torre e leggera come uno stelo», sia stata costruita quasi tutta da Andrea di Pontedera e da Francesco Talenti, conserva la campana maggiore dedicata a Santa Reparata, e in suo onore è stata intitolata anche una via.
Inoltre vi sono altre due chiese dedicate alla Santa, una nella diocesi di Firenze, ed è la Pieve di S. Reparata a Pimonte, presso Barberino di Mugello, la quale risale, sembra, al 1200; l’altra in diocesi di Arezzo, presso Montevarchi, ed è la Pieve di S. Reparata a Mercatale.
Liturgicamente la festa è celebrata con rito di prima classe con ottava in tutta la diocesi fiorentina. L’ufficiatura (ufficio e Messa) è tutta del comune di una vergine e martire, compreso l’oremus». Anticamente però (prima del Concilio di Trento) esisteva un ufficio e Messa proprio, che venne poi abolito.
Siena, città della Toscana, capoluogo di provincia, una delle più caratteristiche città d’Italia, ricca di tesori artistici e di memorie storiche, oltre di possedere il duomo dalla ricchissima facciata, candida di marmi lavorati, e fulgente di mosaici, la chiesa di San Francesco, dall’interno nudo e severo, di profonda suggestione, la chiesa di Santa Caterina trasformata nel 1464 in oratorio, la chiesa dei servi, di Santo Spirito, di S. Agostino ecc. possiede anche una chiesa dedicata a S. Reparata.
Nizza, città della riviera ligure di ponente, capoluogo del dipartimento delle Alpi Marittime e sede vescovile fin dal secolo III, ha scelta per sua patrona S. Reparata, alla quale ha dedicata un’artistica chiesa che domina le case del più antico centro abitato.
Il comune di Correggio, provincia di Reggio Emilia, famoso per aver dato i natali all’insigne pittore Antonio Allegri, venera il piccolo martire S. Quirico nella sua chiesa ricordante una passata grandezza, ma, con particolare amore, ha scelto fin d’antica data, come potente protettrice, S. Reparata.
La città di Atri, provincia di Teramo, sede vescovile fin dal 1151, nell’imponente cattedrale, dominata da un alto campanile romanico, conserva la statua di S. Reparata alla quale il popolo, devoto si affida, invocandone la sua protezione.
Nella provincia di Teramo, la città di Atri, l’antica Atria o Hadria, che secondo alcuni avrebbe dato il nome all’Adriatico da cui dista otto Km., fin da quando, nel medioevo, fece parte del ducato di Spoleto e fu feudo dei Papi, degli Svevi, degli Angioini e degli Acquaviva, fino ad oggi, oltre l’imponente cattedrale, dominata da un alto campanile romanico, possiede anche la chiesa eretta in onore di Santa Reparata ove il popolo si raduna a sciogliere inni e canti di fervide preghiere.
Tra i segni dello splendore dell’antica Pisa sono sparsi in tutta la città notevoli monumenti: un edificio termale romano, il magnifico Duomo, la Torre Pendente, il Battistero, il Camposanto ed altri gioielli dell’architettura pisana di fama mondiale. Oltre alle chiese di Santa Maria della Spina, S. Pietro in Grado, S. Paolo a Ripa d’Arno, S. Frediano, S. Stefano dei Cavalieri, S. Michele in Borga, S. Caterina, S. Francesco, vi è anche la chiesa di S. Reparata. Questa Santa taumaturga, pregava il popolo Pisano: quando Pisa ghibellina affermava il suo predominio economico sulla Sardegna e sulla Corsica, quando uscì vittoriosa contro Lucca e contro Genova nella battaglia del Giglio e di S. Giovanni d’Acri; quando si affermavano le famiglie della Gherardesca, ghibellini, visconti e guelfi, al tempo del conte Ugolino, rievocato da Dante al canto XXXIII dell’Inferno; quando, nel 1326, la Sardegna cadde sotto gli Aragonesi, e nel 1406, dopo eroica difesa, Pisa venne asservita a Firenze e ridotta a «Città del Silenzio Anche oggi il popolo pisano, seguendo le antiche tradizioni dei loro antenati, invoca, con fede, guardando con fiducia all’avvenire, Santa Reparata.
Teano, comune della provincia di Napoli, ricordato nella storia del Risorgimento per il famoso incontro di Vittorio Emanuele II e Garibaldi, avvenuto al quadrivio della Catena il 26 ottobre 1860, e ricco di interessanti avanzi ellenistici, romani e medioevali, possiede la chiesa di Santa Reparata. I fedeli, prostrati davanti a questo simulacro, pregano e sperano.
Il prof. Solmi, dell’Università di Pavia, in Studi Storici sulle istituzioni della Sardegna nel medioevo, scrive «Una chiesa a Santa Reparata si trovava in antico anche in Corsica; ed altre oltreché a Pisa, a Firenze, a Nizza. a Teano ed Atri». Ciò si desume anche dalla Storia di Firenze di Davidsohn, storico tedesco, nato a Danzica, stabilitosi a Firenze e divenuto membro di accademie ed istituti italiani.
Ricorda il nome di Santa Reparata un lembo di terra, a grossi e nudi massi di granito in magra flora di cisti, situato sulle coste della Gallura, alle Bocche di Bonifacio. È un’isola quasi tonda di circa 2 Km. di diametro, riunita alla terra da un istmo sabbioso lungo 500 m. e largo poco più di 100. La cresta degli scoscesi ciglioni, ad ovest, è coronata dalla Torre di Santa Reparata e a nord dal Capo Testa. Notevole interesse, in questo territorio, hanno le cave di granito abbandonate, di epoca romana. Ivi si notano numerosi avanzi, mozzi e basi di colonne, e un masso staccato dagli antichi, lungo 15 m. e del volume di mc. 600. Da qui provennero due colonne del pronao del Pantheon di Roma e parte di quelle del Duomo e del Battistero di Pisa.
Santa Reparata fu il primo porto settentrionale della Sardegna, toccato dalla flotta pisana allorché si avviava all’impresa delle Baleari, e, nel secolo XIV, fece parte della curatoria di Montagia, nell’aspra regione che oggi è dominata da Santa Teresa di Gallura.
Nella baia di Santa Reparata approdò fra Giovanni Parenti, dell’ordine dei frati minori, nativo di Civita Castellana e morto nel piccolo convento di Monte Rasu in quel di Bono. Prima di indossare il saio francescano era uno dei migliori avvocati del foro fiorentino e da Firenze, si crede, che abbia importato in Sardegna il culto di Santa Reparata.
Usellus, vicaria della diocesi di Ales, a m. 289 sul mare, dista da Cagliari Km. 83,1, ha per patrono San Bartolomeo Apostolo e una popolazione di circa mille abitanti.
L’antica Usellus fu sede vescovile e colonia romana. Le notizie dei vescovi che ressero questa cospicua città risalgono al secolo XII. Con molta probabilità si dice che la diocesi esistesse fin dai tempi di San Gregorio Magno. La sede vescovile fu in seguito trasferita ad Ales. Giulio II con bolla dell’8 dicembre 1503, decreto l’unione delle sedi di Ales e di Terralba.
Che fosse colonia romana consta anche da una iscrizione funeraria, da alcune monete e da ruderi di antiche costruzioni, appartenenti alla colonia Julia Augusta Uselis, trovate dal La Marmora in quel territorio. Vi si rinvenne anche una tavoletta in bronzo contenente un decreto di ospitalità.
Con questo decreto la colonia fa atto di clientela e di patronato col cittadino romano Marco Aristio Albino Atiniano: lo elegge per patrono con diritto alla successione e con l’obbligo di ricevere come suoi clienti tutti gli abitanti della colonia. La data di questa tavoletta si riferisce al consolato di Sesto Sulpicio Tertullo, cioè all’anno 158 dell’era volgare. La parrocchia ha alle sue dipendenze, oltre la chiesa di Santa Lucia, anche quella dedicata alla Vergine e Martire Santa Reparata, che dista dal paese un centinaio di metri.
Non molto lontano da questa chiesa, secondo il P. Angius, esisteva la cattedrale, eretta in onore dell’Apostolo S. Pietro, che fu abbandonata, al tempo del vescovo Moro, dal 1147 al 1182.
Tra le scarse tracce dell’antica Usellus, presso la chiesa di S. Reparata, si rinvenne una moneta che ha nel diritto una testa con spiga e con le iniziali: Q.A.M.F.C.U. Invece al rovescio vedesi un aratro sormontato dalle due iniziali: D.D.
La Marmora interpreta: Quintus Antonius Marci Filius Coloniae Uselis. Duumvir. Secondo il Fara, la figura rappresentata sulla medaglia corrisponde a quel Quinto Antonio che fu pretore di Sardegna nel 670 di Roma e venne ucciso da L. Filippo, legato di Silla. Alla sua qualità di pretore avrebbe aggiunto quella di duunviro della colonia di Usellus, che andò in rovina verso la fine dell’Impero Romano. L’Angius la ritiene distrutta dai montanari della Barbagia che la saccheggiarono e massacrarono buona parte degli abitanti.
La chiesa di S. Reparata, a m. 320 sul mare, su bella posizione, è più lunga della chiesa parrocchiale. Ha la sacristia, il coro e 5 cappelle laterali. Tutto l’insieme è accogliente, invita alla preghiera e spira un mistico senso di raccoglimento all’anima ansiosa di quiete e solitudine.
La statua della taumaturga Vergine e Martire che è collocata come su di un trono di gloria sull’altare maggiore, ritta sulla sua persona slanciata, impugna con la sinistra la palma del suo glorioso martirio e con la destra tiene una candida colomba che ricorda le parole del martirologio romano: La sua anima, dopo il martirio, fu vista uscire dal corpo e salire al cielo in forma di colomba.
La sagra in onore della Santa dura tre giorni, dal 7 al 9 ottobre, ed è reputata la prima festa di commercio di tutta la Sardegna. Gran concorso da ogni parte e costumi multicolori innumerevoli.
Alle trionfanti manifestazioni di fede partecipano tutti con devozione vivace e feconda.
Durante le solennità liturgiche i fedeli implorano grazie particolari e con tono patetico e soave cantano i goccius nel caratteristico loro dialetto di cui trascrivo alcune sestine.
De celesti aureola ornada
E de duplici corona.
Sa firmesa tua a nos dona
In sa Fidi, o Reparada.
- In digiunus e orazionis,
Astinenzias e piedadis
E copiosas caridadis
Is affettus tuus riponis
Ses sullievu a is afflizionis
De sa vida tribulada.
Sa firmesa tua ecc.
- In su flori de s’edadi
De virtudis donas floris,
De sa nascita in onoris
Riputende vanedadi,
E serbendu a santidadi
Cun puresa immaculada.
Sa firmesa tua ecc.
- Bola intantu in is alturas,
O bell’anima purissima,
Che columba candidissima,
Tra is celestis creaturas,
De is terrenas amarguras
È sa prova giai passada.
Sa firmesa tua ecc.
- E de s’altu, o Protettora
Premurosa e tottu zelu,
De is carisma de su celu
Nos sias dispensadora,
Poghi firmus siaus ognora
In sa Fidi professada.
Sa firmesa tua ecc.
Traduzione:
Di celeste aureola ornata – e della duplice corona – la fermezza tua ci dona – nella fede, o Reparata.
- Nei digiuni e orazioni – astinenze e pietà – e copiose carita – gli affetti tu riponi – sei sollievo nelle afflizioni – della vita tribolata.
- Nel fiore dell’età – di virtù doni fiori, – della nascita gli onori, – reputasti vanità – conservando santità – con purezza immacolata
- Vola intanto sù in alto – o bell’anima purissima, – qual colomba candidissima, – tra celesti creature – delle terrene sventure – é la prova già passata.
- E dall’alto, o Protettrice – premurosa e con gran zelo, – dei carismi del cielo – tu ci sia dispensatrice – perché fermi siamo ogn’ora – nella fede professata.
Narbolia, nella provincia di Cagliari, è un piccolo paese di oltre mille abitanti. È situato a 57 m. sul mare. La chiesa parrocchiale è dedicata a Santa Reparata, scelta dai fedeli come loro protettrice e patrona principale. L’altare di una modesta bellezza nell’insieme, risale al 1794, ha scolpito nel marmo il martirio della Santa: la sua bell’anima in forma di colomba ed il carnefice con la spada. L’artistica statua, esposta alla venerazione dei fedeli sull’altare maggiore, soffusa di profumo mistico, ha in mano la palma del trionfo e la colomba simbolo di purezza e santità.
All’ombra della chiesa, diverse feste si celebrano, nel corso dell’anno. Delle feste religiose e profane che giovano a rompere il ritmo della vita normale tutta assorta nei lavori agresti durante la stagione estiva, tutta raccolta e neghittosa nei mesi invernali, la più singolare è quella che si celebra dopo il raccolto.
I fedeli vi accorrono numerosi. Per la pace arcana che avvolge la casa della preghiera, per la devozione tradizionale, per le grazie ricevute, lascia nell’animo un ricordo incancellabile.
Questa chiesa sorta dall’unione dei cuori in un comune ideale di fede e di pietà, accoglie i fedeli uniti nello spirito alle preghiere che attraverso i secoli l’hanno resa particolarmente sacra.
Se un male temporale affanna, se un castigo minaccia, se lo spirito sta per essere assorbito, nel baratro della tristezza, si ricorre all’intercessione della Santa perché si sa che Ella è infinitamente misericorde.
In ogni tempo i fedeli non mancano di renderle omaggio, ora ornandole l’altare di fiori da campo e fronde novelle, ora inginocchiandosi davanti per offrirle i più sinceri ossequi del cuore, domandarle la benedizione e santificarne la loro giornata.
La chiesa è frequentatissima specialmente durante i giorni della festa popolare anche dai popoli circonvicini Nella penombra del luogo sacro, si sente il distacco da tutte le cure terrene. I visi anche se stampati di dolore hanno, in quei giorni, qualcosa di lieto: li illumina tutti il raggio della fede, della speranza che fiorisce su dall’anima e cantano i «goccius» di cui riporto alcune sestine.
Pura Virgini sagrada
Forti Martiri gloriosa
Prega pro nosu amorosa
Dulci Santa Reparada…
- Prodigiosa creatura
S’est donada de su xelu
Chi bestendi umanu velu
Est columba tottu pura,
Cali angelica figura
In su mundu de passada. Prega …
- Dda possidit Cesarea
Ousta prenda tantu bella
Chi risplendit cali stella
In sa Siria e in sa Giudea:
Pinzas de sa genti ebrea
Cun rispettu cuntemplada. Prega …
- Prumu scioltu e ollu ardenti
Dd’est po bagnu preparau
Issa, appenas hat pregau
A Gesus onnipotenti,
Chi si gelat totalmenti
Sa mistura apparicciada.
Prega …
- Deciu, prus infuriend
Dda cundennat a su fogu
Ma sa genti in eussu logu
Cun ispantu est ammirendi
S’Eroina, chi cantendi
De su fogu est rispettada.
Prega …
- Salve, o Virgini gloriosa,
Salve, o Martiri costanti,
De su xelu triunfanti
Nos ascurta premurosa,
Gesus donat a sa sposa
Dogni grazia dimandada.
Prega…
Traduzione:
1.Pura Vergine sacrata forte martir gloriosa prega per not amorosa dolce santa Reparata.
- Prodigiosa creatura è discesa giú dal cielo stendo uman velo è colomba tutta purs figura nel mondo sei passata. e vepura quale angelica
- La possiede Cesarea – questa perla tanto bella – che risplende qual stella – nella Siria e in Giudea: – anche dalla gente ebrea – con rispetto è contemplata.
- Piombo sciolto ed olio bollente – le è per bagno preparato – Essa appena ha pregato – a Gesù onnipotente – si gela totalmente – la miscela preparata
- Decio maggiormente infuriato – la condanna al fuoco – ma la gente in quel luogo – con stupore sta ammirando – l’eroina che cantando – dal fuoco è rispettata.
- Salve, o Vergine gloriosa. – Salve o Martire costante – col tuo zelo trionfante – ascoltaci premurosa – Gesù dona alla sposa – ogni grazia domandata.
Il culto di Santa Reparata, per la fama dei numerosi prodigi, e grazie che concede ai suoi devoti, non lo si contenne ristretto al luogo di origine: esso navigò i mari e si propagò nel continente Italiano, nell’isola di Sardegna ed arrivò fino a Santa Teresa, nella Gallura.
Dalla chiesetta si apre uno di quei caratteristici orizzonti sardi dai vasti cieli che incombono su una linea fuggente di colline.
Secondo il Fara, storico del XVI secolo, la Gallura sarebbe una colonia gallica: la sua insegna è un gallo. Esiste infatti una specie di analogia fra la prontezza di spirito, la vivacità d’ingegno degli abitanti e l’anima e l’indole francese.
- A. Scartazzini, commentatore della Divina Commedia di Dante e Cristoforo Landino fanno derivare lo stesso nome dai visconti di Pisa la cui insegna era un gallo rosso in campo d’oro.
Il dialetto della Gallura, dice Valery nel Viaggio in Sardegna, sembra un pisano corrotto ed è allo stesso tempo grazioso, delicato, appassionato e satirico.
Santa Teresa di Gallura ha oltre 2.000 abitanti, situata a 25 m. sul mare, ove sorgeva l’antica città di Longonis, nel 1801 venne elevata a comune da Vittorio Emanuele I, la cui moglie Maria Teresa le diede il secondo nome. In modo particolare dalla torre di Santa Lucia, una delle 80 costruite sotto il dominio di Filippo II di Spagna, si vede buona parte della costa della Corsica e in giornate chiare, anche le case che costituiscono il centro abitato di Bonifacio. Tutto il vasto e vario panorama si allarga davanti allo sguardo estasiato. In giro l’occhio segue la chiostra dei monti dal profilo azzurrino. Ai piedi le pianure, prati ammantati del verde del mare.
La storia del medio evo parla di un castello in Longon-Sardo, ed infatti anche oggi ne appariscono le rovine alla punta estrema del porto.
Secondo una tradizione, questo castello fu edificato presso S. Teresa, dalla Giudichessa Eleonora d’Arborea allorché raccolse l’eredità del fratello Ugone trucidato da sicari aragonesi.
Fu presidiato da truppe in previsione di attacchi e fu campo di numerose battaglie e di assedio. Il possesso si alternò più volte finché, il re di Aragona, dopo un ultimo assedio fatto dai genovesi nel 1422, ne ordinò la demolizione.
Le rovine e il porto furono, nel 1493, donate dal re a Pietro Massa-Carroz di Arborea, e da quel tempo la desolazione invase il luogo.
Francesco Sanna Corda, parroco di Torralba. grande agitatore del movimento popolare della Sardegna, dalla fine del secolo XVIII ai primordi del secolo XIX, spinto dall’amore nutrito per la libertà, con ardimentosa temerità e con indomito coraggio, il 18 giugno 1802, s’impadronì della torre, dove fu issata la bandiera francese, salutata dallo sparo dell’artiglieria. Nello stesso tempo fu attaccato dalle truppe regie di mare e di terra. Il Sanna resisteva combattendo a cavallo, venne ferito dalle palle nemiche e morì poco dopo presso la torre stessa. Esso si qualificava commissario generale dell’Angjoi, aveva per segretario un Fouche, corso, ed era confessore di Madama Letizia, e si serviva di essa per indurre Napoleone alla spedizione.
Luogosanto, fra tante chiese seminate, a distanze varie, sull’aperta campagna ha quella di Santa Reparata.
La chiesa, taciturna e solitaria, nella profonda quiete della boscaglia del fondo valle, in regione Chivone, a tre Km. dal centro abitato, sembra una nave ancorata alle rive dell’eternità.
Un elce plurisecolare, ricco di foglie sempre verdi, protegge, con largo amplesso, qual nume benefico, il sacro recinto e le frondi, carezzate dal vento sussurrano arcane melodie.
Il sacro tempio, è costruito a conci rettangolari di granito, legati con malta di sabbia e calce. Oltre l’ingresso principale ha due porte laterali, e sulla linea di colmo della facciata s’innalza una massiccia croce di granito. Non ha campanile. L’interno, ad una sola navata, misura m. 14 per 5, la pavimentazione è di mattoni di terracotta, spessi e rossi; il congegno, in ginepro dell’impalcatura del tetto, coperto a tegole a canale, poggia su archi a botte ben’impostati.
Sulla nicchia dell’unico altare eseguito in muratura, troneggia la statua di Santa Reparata, scolpita sul marmo, con gusto veramente artistico. Il profilo del viso è delicato, fresco di anni giovanili, lo sguardo appare velato di profonda tristezza, la fronte spaziosa è aureolata di una folta capigliatura a cirri, le pieghe del panneggiamento che la ricopre sono finemente riprodotte al naturale. Tiene sulla destra un libro aperto: il Vangelo, e con la sinistra impugna la palma: emblema del martirio. L’atto della martire è così gentile e così soffuso di misticismo, che solo un grande poeta saprebbe esprimerlo degnamente.
A pochi passi dalla chiesetta, scorre placido un fiume. Scorre carezzando le sponde con un fruscio come di foglie smosse da un venticello estivo. Lungo tutto il corso fluviale, chiaro nell’estate e minaccioso nell’inverno, germogliano e crescono rigogliosi gli ontani con chioma larga con foglie vischiose, obovate, smussate all’apice con fiorescenza in forma di amenti peduncolati. Col suo legno tenero, leggero, omogeneo si fanno cancelli, carri, timoni per trascinare il vomero dell’aratro, rastrelli, ecc.
Su di un largo spiazzo pianeggiante, vicino al sacrato, vegetano, in mezzo ad una tritumaglia di pietrame, 22 olivi ad ampia chioma, con rami cenerognoli, con foglie opposte coriacee, verdescure di sopra, biancastre di sotto. Durante la festa popolare che ha luogo, tutti gli anni, il giorno antecedente alla solennità dell’Ascensione, al rezzo di questi alberi, si balla, si canta e si suona.
A mezzogiorno un odorino appetitoso annunzia vicino il pranzo. L’inappetenza scompare. Tutto è fresco, genuino, preparato con scrupolo. In quell’ora anche le vocette dei fanciulli, ebbri di aria, di sole, di grida, di gioia, si armonizzano e si diffondono suggestive.
Attorno ai tronchi di altri due alberi decrepiti, robusti, cavernosi, sui muri a secco che servono anche di argine alle contorte radici, i rivenditori espongono e smerciano torroni, dolci, vini e liquori.
A metà costa, sotto un fitto groviglio di alberi di alto fusto, in una trama serpigna, avviluppata da vegetazioni spinose che contendono all’erba il magro e roccioso suolo, sorge una fonte le cui acque fresche, cristalline, perennemente mormorano sui ciottoli levigati l’eterna cantilena, mentre le edere, abbarbicate ai tronchi centenari, palpitano come cuori.
In alto alcune casette, modeste abitazioni di umili pastori, formano lo stazzo di Austena. Gruppi di capre, branchi di pecore, dal vello folto, pascolano tra la bassa boscaglia che copre di un tono cupo le ondulazioni della ripida costa. Il verdeggiare della pianura è dato dalle colture di orzo, di grano, di ortaglie. Uva, vini e frutta, nella mite ma lunga dotazione di sole, nel riparo che la chiostra dei monti concede e la esposizione esalta, costituiscono una risorsa agricola di prim’ordine.
La lettera riguardante l’invenzione a Luogosanto, dei corpi dei due santi anacoreti, Nicolò e Trano, ricavata dalla informazione giuridica fatta in Sassari, l’anno 1519, scritta da Mons. Lodovico Gonzales, vescovo di Ampurias e Civita (Tempio), dice: «Due francescani ritornando da Gerusalemme, dopo la visita dei Luoghi santi, vennero, nel 1218 in Sardegna dirigendosi, così ispirati dalla Madonna, nella regione di Capo di Sopra, dove scoperti i corpi dei due santi anacoreti Nicolò e Trano, vi fissarono il loro soggiorno e vi edificarono con le offerte dei fedeli, un conventino e tre chiesette dedicate una alla Vergine Santissima e le altre due a quei Santi Anacoreti».
Tale notizia che il Gonzales asserisce di aver attinto da condaghi di antiche chiese, viene confermata dal cappuccino fra Giorgio Aleo nella «Cronaca Francescana» e da P. Guiso Pirella nella «Storia Cronologica dei Francescani in Sardegna».
Enrico Costa, nella sua monografia «Sassari» scrive fra l’altro: «Il soggiorno dei Frati Minori in Luogosanto e l’erezione colà del primo convento lo si potrebbe spiegare con lo sbarco dei primi Frati in quelle spiaggie e nelle vicinanze di Santa Reparata dove solevano approdare le navi che venivano dalla Toscana e dalla Corsica, dove vuolsi siano venuti i Frati».
Il cronista P. Mariano da Firenze, nel «Tractatus de ordine nobilitatis et exscellentiae Tusciae», asserisce che Fra Giovanni Parenti dopo la morte di San Francesco, «primum in insula Corsicae deinde in Sardinia predicans ordinem dilatavit»: propagò l’Ordine con la predicazione prima in Corsica poi nella Sardegna.
Il venerabile servo di Dio fra Giovanni Parenti, nativo di Civita Castellana, tocco dalla divina parola di San Francesco d’Assisi, lasciò le arringhe del foro fiorentino, diede l’addio per sempre a tutte le vanità del mondo, ed entrò nell’ordine francescano dei minori conventuali o claustrali come son detti in Sardegna.
Fu nella Spagna ove eresse molti conventi, venne nominato ministro generale, governò l’Ordine per 6 anni, presentò le dimissioni perché il suo desiderio, la sua aspirazione prendeva ormai consistenza, e si localizzava in un dato campo d’azione: Corsica e Sardegna. Andò nella Corsica ove suscitò con la predicazione molte vocazioni alla vita monastica e vi eresse ben 8 monasteri. Evangelizzata la Corsica diresse i suoi passi apostolici verso la vicina Sardegna.
Molti storici fanno risalire l’origine dei Minori in Sardegna a fra Giovanni Parenti (1: DEMELAS G. B. L’Araldo di Monte Rasu (Fra Giovanni Parenti) il quale, messo piede sulla terra Sarda, si diresse a Luogosanto e di là giunse a Monte Rasu, ove edificò un povero e solitario convento e vi morì verso il 1250 «dopo, dice la cronaca provinciale del 1600. una vita più angelica che umana, chiaro per splendore di virtù e di miracoli». Da numerosi dati storici risulta che fra Giovanni Parenti esercitava la sua brillante professione di giudice nel foro fiorentino e che a Firenze è stato parecchie volte anche quando indossava il saio francescano.
Potrebbe quindi darsi che il Parenti fosse il primo propagatore del culto in Sardegna di Santa Reparata di cui non ignorava la vita, l’eroismo, la fede e i miracoli che spinsero i Fiorentini ad innalzarle una chiesa ed eleggerla per loro protettrice.
Esultanza di cuori
A Buddusò la caratteristica festa popolare, rara in tutta la Sardegna, si solennizza, ogni anno, in onore di Santa Reparata, nella sua chiesetta rurale, la prima domenica e il primo lunedì di settembre.
Quei giorni di buon mattino, allo svegliarsi degli uccelli cantaioli, quando dalla terra evapora l’aroma di muschio e di montagna, tutta la zona brulica di innumerevoli pellegrini che affluiscono dai paesi limitrofi e lontani.
Sulla strada polverosa è un continuo via vai di pedoni, di cavalli, di carri di carretti, biciclette, lambrette, automobili, autocarri e torpedoni.
Il lunedì, quando il sole spunta radioso nella chiara giornata, la chiesetta bianca si riscalda nel suo candore, par che si dilati e si estenda per contenere tutti i suoi figli.
Durante la celebrazione dei sacri misteri, i fedeli si moltiplicano e il silenzio è fervido di preghiera. Si vedono teste chine, capelli neri, castani, brizzolati e bianchi, incolti, ricci e ondulati, spalle erette e curve, costumi a svariati colori. Si odono bisbigli sommessi, canti armoniosi, suon di campana, si sente odor di cera, d’incenso e profumo di fiori.
In alto troneggia la statua della santa taumaturga che a tutti estende la sua protezione. Al pastore che ha il bestiame ammalato come all’anima buona che domanda la conversione di una persona cara: al contadino che solca i campi per la semina del grano: ai dissesti finanziari come alle discordie di famiglia: al soldato in servizio, al prigioniero nelle lunghe sofferenze dell’esilio: al marinaio che solca il mare infido, come all’aviatore che sorvola i monti: alle madri dei caduti bruciati come in un soffio dal destino, che li ha avvinti e travolti alla ruota di quella tragica violenza collettiva che sempre si sconta nel sangue e nella morte, a chi viaggia tra i pericoli di un mondo traditore: al bambino come al vecchio: all’operaio come al ricco: al malato che soffre, al disoccupato che freme, al povero che piange: all’artista che lavora come al paralitico che geme sotto la ambascia dei suoi dolori: alla madre che implora la conversione del figlio perché trovi la bellezza che resta fragrante, perché trovi l’amore che imperi profondo e per sempre: la fede.
Prima della Messa solenne, tra le baracche improvvisate, dove si vende la birra, dolciumi, frutta, liquori, rinfreschi, vino, ecc. che allietano con le loro leccornie i facili palati della gente campagnola, sfila solenne la processione. Una fragorosa salve di fucileria saluta il simulacro che passa in trionfo. Il clero ed i cantori fanno alta sentire le note armoniose dei loro canti che commuovono e si perdono lontano.
Le voci or sole e acute, or lente e gravi, dei vari cori preganti sono spettacoli di fede imponente e di così viva suggestione che chi ha avuto la ventura di goderlo, con l’anima stupita del fanciullo, non lo dimentica più.
I baraccai sospendono la vendita, si fanno avanti, osservano, si scoprono il capo, si fanno il segno della croce, genuflettono riverenti e pregano.
Dopo la processione che commuove e rapisce per pompa liturgica, devozione, e fede, il simulacro si espone su di un tronetto, innalzato all’ingresso del presbitero, ed ivi, tra numerosissimi ceri e caratteristici lumetti natanti, e fiori, riceve le adorazioni dei fedeli, che facendo ressa gli uni agli altri procedono a baciarne devotamente i piedi.
Tutti i festeggiamenti fanno capo al comitato che dal volgo si suole chiamare «subristantia». I membri o soci componenti il comitato si chiamano «subristantes», divisi in due distinte categorie: «Subristantes Mazzores» e «Subristantes Minores». I primi che durano in carica un anno, sono in numero di quattro e si curano di raccogliere le adesioni, di registrare le iscrizioni, di riscuotere le quote, di acquistare i capi bovini o vaccini da consumare nel pranzo sociale, di raccogliere per il paese il grano che il popolo offre generosamente per il pane, e di procurare, in una parola, tutto ciò ch’è necessario per l’ottima riuscita della festa. I «Subristanti Minori» che spesso raggiungono il migliaio, contribuiscono alle spese.
La prima domenica di settembre, in sul far del giorno, sulle rive del Riu Mannu, si ammazzano da sei a dieci capi bovini. Degli ecatombisti, tutti membri del comitato, chi sgozza, chi scuoia, chi spezzetta, chi condisce, chi attizza il fuoco, chi cucina.
Le interiora, sottoposte all’azione del fuoco e rese mangiabili si consumano a colazione e a pranzo dai soli soci, in lieta armonia.
Al pomeriggio tutta la carne, con carri agricoli trainati dai buoi, si porta a «Sas domos de cumbessia», una specie di casa del pellegrino composta di due vani a pian terreno, dei quali uno va adibito a dispensa e l’altro a cucina. Alcuni soci, tra i più volenterosi e provetti nell’arte culinaria, si prodigano tutta la notte a preparare il pranzo del lunedì.
Il lesso gorgoglia nell’acqua bollente di alcune caldaie di rame stagnato, mentre altri bei tocconi di polpa, infilzati nello spiedo di legno, e ben rosolati impregnano l’aria di un profumo appetitoso.
Verso mezzogiorno tutti partecipano al pranzo sociale, nel vasto refettorio che ha per tetto l’azzurro del cielo. A tutti i pellegrini si distribuisce, gratuitamente ed in abbondanza, minestra, lesso, pane ed un tempo anche il vino.
Tutti senza distinzione di classe, di età, di idee e di regione, consumano il pasto con la più squisita cordialità, seduti lungo le guide bianche distese per terra, o sulle panche delle baracche, o al rezzo degli alberi fronzuti e annosi.
Suggestiva la distribuzione all’aperto, avanzo di chi sa quale antica tradizione, simbolo di affratellamento e di amore. È una scena che non si dimentica più, pur negli anni maturi, e sempre anzi fiorisce nella memoria più dolce e soffusa di delicata poesia.
In mezzo al frastuono assordante di mille disparate voci par di sentire: «misereor super turbas», ho compassione della folla. È la voce di quel Cristo che opera la moltiplicazione dei pani.
La fede insegna che senza carità non si entra in cielo. Lo sa il ricco, lo sappia il povero. La carità è per tutti. La veste nuziale della carità è tessuta da ogni creatura che è nella carità di Dio.
«I fiori a Dio, i frutti al prossimo» insegna Santa Caterina da Siena.
La festività non è contrassegnata dall’esclusivo carattere di religiosità: non mancano divertimenti e manifestazioni profane.
Il popolo festante, dopo pranzo sostituisce le gare di tiro al piccione o al piattello col tradizionale tiro al garretto. I garretti delle vacche ammazzate per la festa, muniti di un piccolo segno rotondo, di carta, s’infilzano volta per volta in un lungo spiedo di legno che a sua volta si conficca in terra, a tiro di fucile, costituendo così un bersaglio preferito e conteso.
I tiratori, allineati ed armati di doppietta, mirano per aggiustare il tiro e sparano, a turno ed in buon ordine, senza versare a mani del comitato alcuna quota.
I fortunati che, per perizia o a caso, colpiscono il segno si fanno padroni della preda fra gli applausi degli spettatori.
Tra gli spettacoli sportivi, non manca l’interessante corsa dei cavalli da tiro, da sella e da strapazzo che gli improvvisati fantini prendono dal campo, spesso all’insaputa dei padroni. Nei pochi attimi della corsa, le grida degli spettatori salgono al cielo, si respira la stessa aria eccitata, soave e trasparente che si raccoglie in una Plaza del Toros un minuto prima che l’espada compia il sacrificio.
Il fantino vincitore ostenta una calma della più squisita marca britannica ma dentro di lui è la gioia del trionfo.
Durante il resto della giornata si danza al suono della fisarmonica e dell’orchestra. Pochi ballerini ed alcune ballerine, in coppia, segnano, in vorticosi giri, il tempo dei così detti balli civili. La maggior parte preferisce però il tradizionale ballo tondo, accompagnato da musica vocale, eseguita in coro, generalmente da quattro cantori: baritono, basso, contralto e tenore.
Sacre reliquie
L’uomo in genere, si studia di raccogliere e di trattenere quanto più può del tempo che guizza, fugge e scompare, e annette una importanza tutta speciale alle memorie che gli permettono di ricostruire, più o meno completo, il passato.
Chi ha predilezione e porta affetto ad una persona qualsiasi, non solo ne ricorda la memoria, anche dopo la sua morte, ma estende questa sua speciale predilezione e questo suo imperituro affetto a tutto ciò che appartenne in vita a quella persona. inculca l’affetto e la venerazione per quelli
La Chiesa che ci hanno preceduto nel cammino dell’eternità, che furono strumenti di grandi cose, che sono innalzati agli onori degli altari, che regnano con Cristo e che ora sono i nostri avvocati e intercessori presso l’eterno Iddio.
La patria gelosamente conserva e onora con riconoscenza i miseri avanzi dei prodi suoi figli che coprendosi di gloria, per essa hanno versato il loro sangue.
Per essi il sentimento nazionale si rianima e diviene più forte, e le generazioni apprenderanno, a loro volta, l’amore, la fedeltà, la devozione, mentre le sacre spoglie degli eroi della fede, che hanno stabilita e propagata nel mondo la sovranità della Croce e del Vangelo, rianimano e riaccendono i nostri cuori di amore divino, pronti a seguire e praticare l’esempio delle loro virtù. Tale lo scopo delle reliquie che si venerano nei nostri altari.
I Fiorentini bramosi di possedere un’insigne reliquia di S. Reparata, inviarono a Napoli degli ambasciatori per domandare, per mezzo del re Luigi e della regina Giovanna, un braccio della suddetta Santa, il cui corpo si conservava nel celebre monastero di Teano: comune noto per interessanti avanzi ellenici e romani ed edifici medioevali, nonché per il famoso incontro di Vittorio Emanuele II con Garibaldi, avvenuto il 26 ottobre 1860.
Il re ben volentieri concesse il permesso e la Badessa, sebbene a malincuore, consegnò la preziosa reliquia che venne portata a Firenze ed ivi ricevuta con grandissima solennità, il 22 giugno 1352.
Dopo alcuni anni, volendo la Signoria di Firenze riporre in un ricco reliquiario il braccio della Santa, fu scoperto ch’era di legno ricoperto di gesso!
Al presente, di reliquie di S. Reparata, presso la metropolitana di Firenze, si conservano solo alcuni frammenti di osso, posti in un artistico reliquiario del secolo XV, opera di Francesco Vanni pittore ed incisore senese di delicata sensibilità, dai toni dolci, sfumati e armoniosi, spiranti un senso di candido misticismo.
La reliquia è un prezioso dono fatto nel 1605 da Cosìmo dei Conti della Gherardesca, Vescovo di Colle Val d’Elsa e già Arciprete della metropolitana, ove in una piccola urna di legno recante la scritta: «Diva Reparata» si trova pure un mezzo femore. Sono i gloriosi avanzi del fiero strazio e benché disanimati erano membra e parti di quell’intrepida eroina che visse più della vita di Cristo che della propria.
Sul pendio di colli d’impari altezza, coperti in parte di olivi e di lentischi, si estende, ad anfiteatro, la città di Ozieri, nella provincia di Sassari. Copre una vasta area irregolare, in declivio, accentuata di scalinate ciottolose con bordi di granito.
Su uno dei colli, ameno, solatio, sorge un vecchio edificio nel grigiore dei cipressi ombrosi e secolari, su cui i venti sembrano ridestare tutte le memorie del tempo passato. È la raccolta chiesetta, circonfusa di umiltà francescana dell’ex convento dei frati cappuccini, adibito attualmente ad Ospedale civile e a Ricovero di Mendicità.
La chiesa ricca di pregevoli ed artistici quadri, conserva in ottimo stato, quattro urne di legno, finemente pitturate in finto marmo bardilio. Ciascuna ha tre tersi cristalli fermati da corniciette dorate a fuoco. La forte doratura ha resistito inalterata, contro la iattura del tempo per 114 anni. Una di queste urne, poggianti su quattro zampe leonine, racchiude i resti mortali di Santa Reparata. Tra le ossa simmetricamente collocate su apposito cuscino di raso rosso, si nota il «vas sanguinis» cioè un vasetto vitreo in cui fu raccolto il sangue della martire, e un barattolo, cilindrico e rigonfio, di cartone su cui sta scritto «pulveres ossium», contenente cioè polvere di ossami. Il coperchio è sormontato da un fregio in legno dorato, che ha la sigla intrecciata «PX» con ai lati due palme. Alla parete posteriore dell’urna si notano tre nastrini di seta rossa, fermati all’estremità da sigilli di ceralacca. Alcuni di questi han l’impronta di un’aquila bicipite, altri di un leone rampante. Tra questi segni appositi per salvaguardare ogni eventuale manomisione, sta scritto a mano, su striscia di carta bianca, ingiallita dal tempo:
«Trasportato da Roma da Padre Antonio Francesco Sistu di Ozieri es Dffre Gn.le 138».
L’urna è conservata entro un loculo scavato sotto la mensa dell’altare laterale dedicato alla Madonna del Rimedio.
Qui affiora spontanea la domanda: La reliquia in parola ha autorità indubitata?
Nessun documento ecclesiastico, ch’io sappia, attesta la sua autenticità. Nel 1838 esisteva ancora il deplorevole uso, che datava da quasi due secoli, di estrarre dalle catacombe delle reliquie e di mandarle qua e là, ritenendole appartenenti a corpi di martiri e dando ad essi anche i nomi arbitrari.
È inutile avvertire che quando pure una reliquia fosse falsa, non vi sarebbe, venerandola, né idolatria, né superstizione, ma solo sconvenienza in chi ciò facesse conoscendone la falsità: poiché in ogni caso il culto alla reliquia si riporta al santo, sia in quanto essa lo richiama alla memoria, sia in quanto è ritenuta una parte di lui.
Paolo V col suo editto del 4 agosto 1613, e Clemente X con la cost. «Ex commisae» del 13 gennaio 1672, riserbarono al commissariato della città di Roma il diritto di estrarre reliquie, e ciò sotto pena di scomunica, riservata «simpliciter» al Papa. A questo si ispira il decreto del Tridentino. Pio X istituì la Commissione di Archeologia Sacra, la quale saviamente fece cessare l’uso delle estrazioni dei corpi non forniti di segni e documenti assolutissimamente certi e sicuri.
Sull’autenticità quindi di questa reliquia rimane un punto interrogativo. Potrebbe darsi che l’urna contenente le ossa di Santa Reparata sia stata portata da Padre Sistu ad Ozieri, dopo la soppressione del monastero di Teano. Certo le ragioni che spinsero i Fiorentini a domandare al detto monastero per mezzo del re di Napoli, un braccio della Santa, debbono essere state tali da ritenere che fosse quello il vero corpo.
La constatazione del fatto spetta non alla teologia, ma alla critica che metterà, a scrupoloso profitto, i dati storici e le scienze storiche, archeologiche e fisiche. La autorità ecclesiastica interverrà qui a sanzionare la retta applicazione della critica.
In molti casi al giudizio spassionato e coscienzioso dei vescovi, l’autenticità di certe ossa non seppe sostenersi e quindi si dava ordine di rimuoverle.
A Fonni, il paese più alto della Sardegna, situato a m. 1000 sul mare, nell’antica chiesa francescana, dedicata alla Beata Vergine dei Martiri, fra le reliquie di numerosi altri santi, si trovano frammenti di ossa appartenenti, da ciò che si desume dalla scritta, al venerato corpo, santificato dal martirio, di «Santa Reparata V. M.».
Falsa opinione
Reparata e non Liberata è il nome della Santa esposta alla venerazione dei fedeli nella chiesa rurale di Buddusò.
Certi, in verità pochi, spinti da un certo spirito di innovazione, vorrebbero imporsi a far praticare anche agli altri il cattivo gusto della moda.
Un pazzo ne fa dieci dice un proverbio ma è falso. Un pazzo può farne mille, un mercato di mode milioni di pazzi: così la pensa lo scrittore tedesco Weber.
Dufresne, celebre magistrato e scrittore francese, asserisce candidamente che «le persone insignificanti seguono la moda e le presuntuose la esagerano».
Oggi i seguaci della moda moderna, tutta fronzoli e belletti, asseriscono e cambiano a capriccio anche i nomi propri di persona, specie quando questi nomi non suonano bene alle loro orecchie. Si dice: Enzo, Lia, Mara, Marisa, Toni, Tore, ecc. Effetto di civiltà, si dice comunemente; niente di male. Ciò che fa specie si è che certe volte si sostituisce capricciosamnte un nuovo nome al vecchio già preesistente, del quale scompare persino la radice lasciando solo la finale che fa rima col precedente. Così per esempio si dà il nome di Liberata a Santa Reparata, e da ciò ne stiracchiano la conclusione asserendo che entrambi i nomi designano una medesima persona. Ciò è errato.
Da dove è stato attinto il nome di Liberata?
Nell’Ufficia particularia pro dioecesi Bisarchiensi, pubblicato a cura del Vescovo Mons. Corrias, nel 1879, si leggono antifone, notturni, oremus e versetti in onore di certi santi, per lo più martiri, i cui nomi son del tutto sconosciuti non solo nella diocesi di Bisarchio (Ozieri), ma in tutta la Sardegna.
Tra questi ignoti figurano: Braulio, Emeterio, Engrazia, Ferdiano, Fruttuoso, Idelfonso, Leocadia, Liberata, Ollegario, Rudesindo, Turibio.
Di questi santi, ad incominciar da S. Liberata, neppure uno è esposto alla venerazione dei fedeli in nessuna parrocchia di tutta la regione, nessun nome appare nella complessa toponomastica sarda e neppure tra i patronimici locali.
Nell’«Ufficia propria», in uso delle chiese di tutta la isola di Sardegna, approvata dalla sacra congregazione dei riti, e pubblicata a cura degli arcivescovi e vescovi della Sardegna, nel 1928, non figura nemmeno uno dei nomi sopra indicati. I presuli hanno creduto opportuno togliere dall’ufficiatura sarda quei santi e quelle sante che non hanno attinenza coi Sardi, né con la Sardegna.
Nel «Martirologio Romano» sta scritto: «18 gennaio A Como Santa Liberata Vergine», e nient’altro. Santa poco venerata perché poco conosciuta.
La storia dice lo storico francese Rollin è la luce dei tempi, la depositaria degli avvenimenti, il testimonio fedele della verità, la buona e prudente consigliera.
La tradizione che è una usanza antica, ininterrotta e costante, tramandata di generazione in generazione, è un sussidio della storia.
Lo studio e la narrazione delle vicende, delle attività e degli istituti umani nel loro svolgersi attraverso i secoli, provano chiaramente ed in modo del tutto irrefragabile che la Santa che si venera nella chiesa campestre di Buddusò è Santa Reparata e non Santa Liberata.
Nel «Martirologio Romano» si legge: 8 ottobre A Cesarea, nella Palestina, la passione di Santa Reparata, Vergine e Martire, la quale non volendo sacrificare agli idoli, sotto Decio imperatore, venne con varie specie di tormenti straziata, e all’ultimo percossa con la spada. La sua anima poi fu vista uscire dal corpo e salire al cielo in forma di colomba».
Gli antichi abitanti di Buddusò eressero nell’aperta campagna, una chiesetta, sulla linea di colmo della facciata vi innalzarono un piccolo campanile bifronte ove collocarono una campana per chiamare a raccolta i fedeli.
In onore di chi venne costruita detta chiesa? A chi fu intitolata?
A queste domande risponde esaurientemente un documento della massima importanza, un’attestazione, un argomento, una verità inoppugnabile.
Sulla campana, oltre alla data di fusione, anno 1579, sta scritto a stampatello, a caratteri cubitali, e in modo chiarissimo, da leggersi anche da lontano: «Sancta Reparata ora pro nobis».
Basta solo questo antichissimo documento per provare, senza timore alcuno di errare, che questa umile chiesetta fu costruita in onore della intrepida martire S. Reparata.
Qui non si tratta né di una tradizione orale, né di un documento o codice cartaceo ma bensì di un «Monimentum direbbe Orazio perennius aere», cioè memoria che dura più di tutte le statue di bronzo.
Ad ogni modo se ciò non bastasse, aggiungo ancora che il nome di Reparata, imposto in onore della Santa, ai cittadini di Buddusò, appare anche nei più antichi registri che si conservano nell’archivio dello stato civile del comune.
Nel registro dei nati del 1867, al N. 72, leggesi: «Alle ore tre del primo settembre, 1867, è nata Canu Pedde Maria Reparata di Salvatore e di Teresa».
Nel registro dei morti del 1867, al N. 48, leggesi: «Oggi sette settembre 1867 è morta Demonte Asara Reparata figlia del fu Fedele e della fu Domenica».
Il nome di Reparata appare spesso nei successivi atti di nascita e di morte trascritti nei registri che si conservano nell’archivio comunale di Buddusò.
Anche al N. 99 del registro dei nati del 1924 sta scritto: «Oggi 8 ottobre 1924 è nata Saba Reparata di Giovanni Maria e di Beccu Minnia».
Per quanto si scartabelli nei registri comunali osi frughi tra gli atti pubblici d’archivio non si trova il nome di Liberata.
Gli antenati ricordano solo come una rarità il nome di Antonio Liberato Satta che rimane ancora impresso nella mente degli abitanti di Buddusò, perché unico esemplare nel paese, ancora non trasmissibile.
Sui registri parrocchiali, scritti in latino esiste il nome di Liberata ma questo nome, secondo il modesto modo di vedere dell’antico clero curato, era una semplice traduzione latina del nome sardo Reparada.
Il nome di Reparata non patisce alterazione alcuna, è sempre immutabile: tale fu dall’origine e così fu chiamato ininterrottamente dagli abitanti di tutta la Sardegna, dal popolo di Roma imperiale, dai toscani e da tutti i cittadini d’Italia.
Pioggia di grazie
In conformità alle sapienti leggi della Santa Romana Chiesa, l’autore dichiara, di non attribuire se non un valore puramente umano a quanto nel seguente capitolo «Pioggia di Grazie», esce fuori dell’ordinario.
Santa Reparata ci insegna a magnificare il Signore, ci consola, ci guida, ci mostra la via della salute ed in ogni tempo ci elargisce prodigalmente grazie infinite di cui è impossibile riferirne un elenco pieno ed esatto.
I favori e le grazie singolari impartite costantemente ai fedeli che si raccomandano alla sua intercessione, stabilirono la sua rinomanza e comprovano che il paese di Buddusò possiede un prezioso tesoro e una sorgente inesauribile di benedizioni e di prosperità.
Trascrivo alcuni fatti salienti che sanno del divino, narrati da persone degne di fede, di lode e di onore e quindi certi e reali.
*** La sera precedente la festa di Santa Reparata del 1912, un bettoliere, certo Mura Filippo, recava sul carro trainato dai buoi, una certa quantità di vino, in damigiane ed in barili, e un numero non indifferente di bottiglie di birra, liquori e bibite dissetanti preparate con gas acido carbonico, per fornire convenientemente la solita baracca, coperta di frasche, che aveva preparata la sera prima, presso la chiesetta, per la rivendita al dettaglio. Giunto al sito denominato Borucca, forse per scarto improvviso delle bestie o per falsa manovra del carriolante, il carro ruzzolò giù dal ponte da un’altezza di circa due metri. Pericoloso fu il salto e grande lo spavento. Prima dell’urto che poteva essere disastroso echeggio un solo grido: Santa Reparata! e passeggeri e stoviglie non ebbero a subire alcun danno.
*** Di ritorno dalla festa popolare di Santa Reparata, un’amazzone improvvisata, certa Fumu Maria, classificata allora la migliore per bellezza di tutto il circondario, in seguito ad una imbarazzante contesa col focoso destriero che sormontava con animo virile, rimbalzò da sella e rimase con un piede inceppato nella staffa. La bestia ricalcitrava sbrigliatamente e la giovine penzoloni, con la testa in giù, con le trecce sfioranti il terreno e le vesti svolazzanti, gridava disperatamente implorando aiuto.
La folla abbattuta e scossa dalla paura e dallo spavento lanciò unanime una voce che vinse tutti i rumori: Reparata, ripara. Fu un attimo, il cavallo ammansì e la giovine molle di freddo sudore e con lo sguardo che aveva ancora il pallore della morte, rimase incolume.
*** Un torronaio di Pattada, certo Vargiu Tommaso, intento a vendere la merce che tagliuzzava su di un tavolino collocato a fianco della chiesa, venne molestato da alcuni cialtroni avvinazzati. Il mal capitato difendeva a spada tratta e ben a ragione i suoi interessi. Si ingaggiò una lotta che doveva essere cruenta. Già la lama di qualche coltello mandava bagliori sinistri sulle teste dei contendenti. Il torronaio, disperato, si voltò verso la chiesa implorando misericordia e traendo profitto del tumultuoso trambusto, si mise in salvo con la fuga. Inseguito si nascose tra il biodo del letto del fiume vicino. I nemici gli passarono accanto ma non riuscirono a scoprirlo.
*** Durante tutte le passate guerre, quando sui campi di battaglia più pericolosa infuriava la lotta, e più assordanti tuonavano le artiglierie, i nostri prodi soldati si slanciavano all’assalto al grido di Santa Reparada de s’Ena Frisca» e confidenti si battevano da leoni. Al santuario era un continuo pellegrinar di madri, spose, sorelle, bambini e vecchi, imploranti con viva fede, la protezione della Santa, sui loro giovani congiunti lontani. I reduci, anche coloro che avevano lasciato brandelli delle loro carni sul teatro della guerra, tutti uniti dallo stesso spirito di fede, scioglievano i loro voti, ai piedi della taumaturga, vergine e martire, con l’inno del ringraziamento.
La storia spirituale della quale l’umile chiesetta fu testimonio, è un poema. In essa leggiamo che dalla vicenda alterna dell’umane sorti, dal contrasto di luce ed ombra, di lotte e di vittorie, assurge sempre vivido l’ideale divino della pietà e della pace. Nelle sventure private e pubbliche il popolo di Buddusò, con impulso spontaneo, come presago del soccorso immanchevole, si è sempre rivolto là dove da secoli, un soffio di grazia possente inondò tutti i cuori.
*** Nel 1855 il paese di Buddusò, invocato il patrocinio di Santa Reparata, con una pubblica processione alla chiesetta, venne liberato da una spaventevole epidemia, che faceva tanta strage nei vicini paesi.
*** Il fornaciaio Dente Salvatore si trovava in angustie non lievi per il cattivo esito di alcune infornate di mattoni, che gli erano andate male, senza che egli se ne potesse rendere ragione, sicché se ne stava sfiduciato e quasi in procinto di perdere la speranza. In tal frangente spinse il suo sguardo supplichevole verso la chiesa, non molto lontano dalla fornace, prego con fede S. Reparata e Le fece un voto: dalla prima cottura che avrebbe dato buon materiale, egli avrebbe prelevato tante tegole quante erano necessarie per riattare tutto il tetto del luogo sacro.
Il buon fornaciaio si mise al lavoro e trasse fuori dall’infornata ottime tegole, la cui vendita lo mise in grado di riparare ai danni sofferti. Ne si dimentico del voto fatto.
*** La giovine studentessa Italina Fumu, la sera della sagra popolare, mentre, ilare e sorridente, percorreva a cavallo la via del ritorno, sbalzò improvvisamente di groppa. I cavalli della comitiva allo sbalzo repentino si ombrarono impennandosi furiosi: altri si alzavano sui piedi posteriori, altri si reggevano dimenando le zampe, altri ricalcitravano, ed i più sfioravano con gli zoccoli ferrati, le vesti polverose della giovane dolorante, paralizzata dallo spavento. Tra i ripetuti nitriti e il calpestio continuato dei focosì cavalli, spiccavano nette le suppliche degli astanti atterriti: «Santa Reparata, riparatela voi!». Fu il grido unanime che scongiurò il pericolo imminente, grave e minaccioso. La miracolata se la cavò con lievi contusioni e piccole escoriazioni.
*** Il facoltoso proprietario Murgia Giuseppe di Quirico, aveva una grossa partita di bestiame da negozio. Nel bestiame da ingrasso scoppiò una violenta epidemia, causa di gravi danni: il carbonchio. La medicina veterinaria non riuscì a domare il contagio. Si fece appello alla intercessione di S. Reparata che non tardò a concedere la grazia. Il beneficato, a titolo di ringraziamento, offri alla chiesa un ricco lampadario a due cerchi con ricchi cristalli prismatici.
*** Quando comparve la spagnola in Sardegna e la desolò in quel modo che sappiamo, gli abitanti di Buddusò che già avevano sperimentato la protezione della loro Santa nei più miti flagelli di alcuni anni innanzi, nuovamente sotto il suo manto ebbero rifugio e ne furono in gran parte immuni.
*** Verso l’imbrunire nel 1943 una detonazione tremenda scosse il paese dalle fondamenta, con un lontano, cupo ed indistinto fragore. Lo spostamento d’aria sbatacchio le porte e mandò in frantumi alcuni vetri delle finestre. Seguivano nubi dense di fumo e odor di polvere. Ma vegliava alla salute dei cittadini la Santa prediletta. Presso la chiesa, a meno di un chilometro da quel frastuono che annunziava un enorme disastro, i soldati tedeschi, in ritirata, misero fuoco, senza preavviso, al loro campo di munizioni. Gli abitanti uscirono illesi da tanto pericolo e resero grazie alla loro salvatrice.
*** Nel 1927, un ladro, di cui, data la sua indecorosa professione, si tace il nome, mentre approfittando delle fitte tenebre della notte, rubava un giogo di buoi, venne ferito, con arma da fuoco e in modo piuttosto grave, dal derubato ch’era un povero e laborioso contadino.
Il mal capitato riuscì ad occultarsi, però si vide perduto: ebbe la sensazione di morir dissanguato: Intanto, come poté, raccolse tutte le sue forze e diresse, a stento, i suoi passi verso la vicina chiesa di Santa Reparata. Dall’altare tolse in fretta e furia una tovaglia, con strappi decisi e sicuri, ne fece alcune bende con le quali fasciò, a più riprese la ferita. Ne senti immediato giovamento. Allora, assalito dallo scrupolo e spinto da un sicuro indizio di ravvedimento, depose sull’altare una somma superiore al prezzo della tovaglia usata come materiale di medicazione.
Rientrò a casa nella notte fonda, il paese era immerso nel sonno, qualche cane randagio ululava sinistramente.
Il marchio del disonore non fu di dominio pubblico ed il ladro dopo di aver implorata la misericordia di Dio e l’intercessione della sua santa protettrice divenne fervente cristiano.
*** Il primo lunedì di settembre 1928, giorno della festa popolare di Santa Reparata, nell’aperta campagna, animata da una folla imponente e tumultuosa, durante i soliti tiri al garretto che si eseguivano subito dopo la siesta del pranzo sociale, si verificò un increscioso fatto di sangue.
Uno dei tanti tiratori, forse poco esperto del maneggio delle armi, o vinto dalla fregola di sparare per primo, fece partire il colpo dal fucile, senza rendersi conto preciso del bersaglio.
Il proiettile andò a forare da parte in parte il polpaccio della coscia di un certo Marroni Giovanni.
Il colpo poteva esser fatale.
Il popolo che impressionatissimo aveva assistito alla scena, ravvisò nel fatto la protezione della Santa taumaturga.
*** Nel 1948, a Murgia Quirico di Quirico, pastore di Buddusò, ignoti, rubarono un giogo di buoi.
I barracelli ed alcuni uomini volonterosi andarono vagando, dietro le tracce, per tutte le regioni della Sardegna settentrionale, ma ogni ricerca, benché accurata e sollecita, riuscì vana.
Il derubato vedendo oramai fallita ogni speranza, abbandonò sconcertato i mezzi umani e si raccomandò fiducioso alla protezione di Santa Reparata.
Dopo pochi giorni di attesa gli si presentò d’improvviso uno sconosciuto che confidenzialmente gli diede alcuni precisi indizi che approdarono al ricupero della refurtiva.
Il beneficato, a titolo di riconoscenza, offri al comitato della festa di Santa Reparata, tre quintali di grano.
*** Una sposa, certa Gerolama Casu, allora ancor olezzante dei suoi anni primaverili, volle, benché in stato di inoltrata gravidanza, prender parte ad uno dei tanti piccoli pellegrinaggi che si facevano alla chiesa di Santa Reparata, durante tutto il giorno della festa popolare.
La sposa entrò nella casa della preghiera e dopo le prime orazioni impetratorie e propiziatorie dette in comune, senti un fremito poi si fecero vive le doglie del parto. Pregò la santa col fervore di un’anima in pena e raccogliendo le sue giovani energie ritornò dietro i suoi passi con non lieve fatica. Appena rientrata a casa, con un felicissimo parto, diede alla luce una bambina cui impose il nome di Reparata.
Un’altra madre di famiglia, pur essa in stato di gravidanza avanzato, certa Rosa Secchi, prego i figli ed il marito di prender parte, come al solito degli altri anni, alla solenne festa popolare di Santa Reparata.
All’atto della partenza, dopo i soliti avvisi e ammonimenti, raccomandò di pregare caldamente la Santa, che tanto prediligeva, perché le concedesse la grazia di partorire in modo propizio e con buona fortuna. Al pomeriggio, mentre padre e figli, dimentichi di ogni preoccupazione, partecipavano, allegri, ai divertimenti, vennero avvertiti di rientrare alle loro case con la massima sollecitudine. Quale sorpresa! Al loro rientro trovarono a casa gente di una bimba che fu batezzata col nome della Santa.
*** Sua Ecc. Mons. Carmine Cesarano, Vescovo di Ozieri, in occasione della visita pastorale, organizzò un solenne pellegrinaggio alla chiesa di Santa Reparata. Col Vescovo si unirono, i convisitatori, il clero curato, le società religiose con relativi stendardi ed un numero straordinario di fedeli. La chiarità mattutina del cielo azzurro annunziava il preludio di una bella giornata. Le funzioni religiose si svolsero solenni con inni e cantici.
Improvvisamente si scateno un violento uragano: sprazzi e guizzi di scariche elettriche che si succedevano senza interruzione, rombi di tuoni che si prolungavano lugubremente, raffiche di vento impetuoso scroscio di acqua torrenziale, grida e suppliche di anime vinte dal terrore. Ad una donna che, inginocchiata nel presbitero, biascicava serena il Rosario, le dissi: Non avete paura di tanto sconquasso? e subito mi rispose: Che c’è da temere quando con noi è Santa Reparata? Intanto la chiesa era un rifugio poco sicuro, il tetto faceva acqua da tutte le parti, il pavimento era allagato. Dei fedeli chi pregava, chi piangeva, chi strillava, chi innalzando le mani supplichevoli con gli occhi fissi al simulacro che troneggiava sull’altare tra i ceri spenti, gridava: salvaci, difendici, proteggici tu. Passata la tempesta, riappari di nuovo il sole che sparse la sua luce benefica su tutta la campagna e portò la serenità e la gioia nei cuori dei fedeli che fecero ritorno alle rispettive case, sani e salvi.
*** Un bracciante, trovandosi ammalato, ricorse a tutti i mezzi di cura che la scienza medica poteva suggerire. Ogni tentativo fu vano. Ricorse allora all’intercessione di Santa Reparata. Unitamente alla moglie e alla figlia iniziò una novena in onore della Santa, implorando con viva fede la guarigione. Subito nei primi giorni della novena notò un sensibile miglioramento, che progredì rapidamente e prima del termine della novena stessa poté considerarsi completamente guarito.
In tutti è la dolce convinzione che la taumaturga Martire, non una ma tante volte ha voluto manifestare la volontà di essere per tutti il rifugio e il conforto, lo aiuto e la salvezza.
Nelle sventure private e pubbliche il popolo di Buddusò, con impulso spontaneo, come presago del conforto immanchevole, si è sempre rivolto là dove da secoli a lui rifulge la vergine e martire, glorificata dall’affetto, dalla memoria, dalle speranze e dalla fiducia di un popolo credente.
*** Una madre si era tanto affaticata per trovare una occupazione per l’unico suo figlio. Per anni bussò a diverse porte, tutti promettevano ma nessuno manteneva la parola ed il poveretto rimaneva sempre disoccupato. Piena di fede si rivolse a Santa Reparata, fece voto di devolvere il primo mese di stipendio ad opere di bene. Il figlio trovò lavoro ed ora guadagna per sé e per la famiglia.
*** Da parecchio tempo un onesto lavoratore soffriva assai per un’ulcera perforata. Le cure e i rimedi non gli davano alcun sollievo, non poteva più nutrirsi né prendere riposo, ed era ridotto ad una magrezza impressionante; il suo stato di estrema debolezza escludeva la possibilità di tentare l’atto operatorio.
La moglie e le figlie angosciate incominciarono una novena in onore di Santa Reparata. Al nono giorno i membri della famiglia, con immensa consolazione, constatarono ch’era scomparsa ogni traccia del male.
*** Un giovine di 22 anni, stando a quanto diagnosticarono i medici che gli curavano un pericoloso ascesso polmonare, non dava speranza di guarigione se non a lunga scadenza. I famigliari rivolsero con viva fede le ferventi loro preghiere a Santa Reparata, e dopo pochi giorni, contro ogni previsione medica, lo trovarono in condizioni incredibilmente migliorate. La grazia era stata concessa.
*** Una emorragia interna improvvisa e gravissima in poche ore portò sull’orlo della tomba un infaticabile pastore. Trasportato d’urgenza all’ospedale, passò ben 10 giorni tra la vita e la morte. I famigliari e l’ammalato fecero ricorso alla Santa taumaturga con grande fervore. Dopo pochi giorni con meraviglia dei medici curanti, incominciò a migliorare, venne dichiarato fuori pericolo e fu dimesso dall’ospedale completamente guarito.
*** Una bambina di appena 10 anni fu colpita da forte male all’orecchio destro con temperatura oltre i 39 gradi. Si chiamò il medico che dichiarò trattarsi di forte mastoidite, per cui era necessario un pronto intervento chirurgico. La bimba non poteva rassegnarsi ad un atto operatorio essendo di costituzione gracile e alquanto nevrotica e sfogava il suo affanno col pianto.
La sua maestra, in classe, dopo le lezioni, per alcuni giorni pregava e faceva pregare tutta la scolaresca perché Santa Reparata mettesse un riparo all’incrudelire del male che opprimeva la piccola sofferente.
Pochi giorni dopo la bambina guarì senza operazione e potè riprendere la scuola.
Preghiera
O gloriosa Santa Reparata che sempre ardeste del desiderio di accrescere la gloria di Dio e della sua sposa la chiesa, diveniste nel cielo protettrice di tutti quelli che a voi ricorrono con ferma fede e viva speranza, gettate benigna uno sguardo sopra di noi che invochiamo la potenza del vostro patrocinio. Otteneteci la grazia di perseverare ogni giorno nei meriti davanti a Dio finché a Lui piaccia, di trarci dalla fatica al riposo, dalle umiliazioni alla gloria, e dall’esilio alla patria onde beatificarci coi suoi eletti per tutta l’eternità.
Pater Ave Gloria.
O martire Santa Reparata, volgete sopra di noi lo sguardo della vostra misericordia e fate che camminando dietro le orme da voi segnate nella via della virtù, meritiamo il favore del vostro potentissimo patrocinio e ci assicuriamo la partecipazione alla vostra gloria nel paradiso.
Pater Ave Gloria.
O Vergine Santa Reparata, degna sposa di quell’Agnello di Dio che si pasce solamente tra i gigli, veniteci incontro in tutti i bisogni spirituali e temporali, otteneteci la grazia di ricopiare continuamente in noi stessi i vostri pregi, affinché da imitatori che siamo in terra delle vostre virtù, diventiamo un giorno partecipi della gloria immortale.
Pater Ave Gloria.
Orazione
O gloriosa Vergine e Martire Santa Reparata, esempio di fortezza, di sacrificio e di fede cristiana, che, protetta dallo Spirito Santo, sosteneste il martirio con intrepido coraggio, ottenete a noi tutti la grazia di mantenerci sempre immobili nella fede e nella carità malgrado tutte le tentazioni del demonio e le persecuzioni del mondo. Deh! guardate da quanti mali siamo oppressi e venite in nostro aiuto. Accordateci ancora e sempre la vostra protezione, infondendoci un sempre più crescente fervore di fede e di carità cristiana. Otteneteci dal Signore le grazie di cui abbisogniamo, e fate sì che tutti provino gli effetti della vostra santa intercessione, sicché sollevati dalle miserie di questa vita e seguendo le vostre virtù, possiamo con voi raggiungere la vostra immortalità. Così sia.
Ora pro nobis Sancta Reparata.
Ut digni efficiamur promissionibus Christi.
OREMUS
Deus qui inter potentiae tuae miracula, etiam in sexu fragili victoriam martyrii contulisti; concede propitius: ut qui Beatae Reparatae Virginis et Martyris tuae natalitia (vel commemorationem) colimus, per ejus ad te exempla gadiamur
Per Christum Dominum nostrum Amen.
Si concedono 200 giorni di indulgenza per ogni volta.
+ ARCANGELO [Mazzotti] Arciv.
Gosos de Santa Reparata che si venerat in Buddusò
Ses de su Verbu divinu
Fizza e isposa fortunada
Prega pro nois continu
Pura e forte Reparada.
Cale sole risplendente,
Apparis in s’orizzonte,
Coronada t’hat sa fronte
De lizos s’Onnipotente
Ch’aurora ses lughente
Virginella fortunada.
In su fiore ‘e sos annos
Ti cunsagresti a Gesusu.
Pro l’amare de piusu
Suffresti penas, affannos,
Bivende pro tantos annos
Cale rosa profumada.
Contra a sa religione
Chi fidele has professadu
Satana hat iscadenadu
Dura persecuzione,
E in cuss’occasione
Tue puru ses accusada.
Fues dae sos paganos
In su desertu di cuas
Inie sas dies tuas
Passas cun sos cristianos,
Sos decretos soberanos
Adorende rassignada.
Però non podes istare
Occulta in s’eremitu,
E iscobelta subitu
Mandesint a t’arrestare
Pro ti fagher rinnegare
Fide e puresa giurada.
Su carnefice arrogante
Ti chelfesit deviare
E t’imponet de lassare
Cussa fide in d’un’istante,
Ma tue firma e costante
In sa fide ses restada.
Mamma tua aterettantu
Totta ti lusingaiat
E ca nient’otteniat
S’istruiat in piantu,
Però tue cun ispantu
Sa morte t’has abbrazzada.
T’han cobeltu de dolores
Senza gulpa e senza dolu,
Ma ses morta cun consolu
Adornada de flores
Già gustende sos onores
De sa patria fortunada.
O Virgine gloriosa,
Martire triunfadora,
Ad ogn’istante, a dogn’ora
Succurrenos piedosa.
E in sa vida affannosa
Nos sias sempre avvocada.
Proghi nois in cust’ena
Devotos ti verenamus,
Umilmente t’imploramus
De addulcire ogni pena
Resta pro nois amena,
Grande santa fortunada!
Innoghe tottu presentes
Tottu nos raccumandamus,
Tott’innoghe imploramus
Pagh’e grazias eccellentes
Progh’intremus gaudentes
In sa patria avventurada.
Ses de su Verbu Divinu
Fizza, isposa fortunada,
Prega pro nois continu
Pura e forte Reparada.
Traduzione:
Sei del Verbo divino – Figlia e sposa fortunata – prega per noi di seguito – pura e forte Reparata.
Qual sole risplendente – ti affacci all’orizzonte – coronata ti ha la fronte – di gigli l’Onnipotente – Qual aurora sei lucente – verginella fortunata.
Nel fiore degli anni – ti consacrasti a Gesù – per amarlo di più – soffristi pene, affanni – qual rosa profumata, vivendo per degli anni –
Contro la religione – che fedele professasti – Satana scatenò – dura persecuzione – e in dett’occasione – tu pure sei accusata.
Fuggi dai pagani – nel deserto ti nascondi – e là i tuoi giorni – passi coi cristiani – i decreti sovrumani – adorando rassegnata.
Però non puoi restare – nascosta nell’eremo – e subito scoperta – mandarono ad arrestarti – per farti rinnegare – fede e purezza giurata.
Il carnefice arrogante – ti volle deviare – e ti impose di lasciare – la fede nell’istante – ma tu ferma e costante – nella fede sei rimasta.
Tua madre altrettanto – tutta ti lusingava – e perché nulla otteneva – distruggevasi in pianto – però tu con stupore – la morte abbracciasti.
T’han coperta di dolori – senza colpa nė pietà – ma sei morta consolata – adornata di fiori – già gustando gli onori – della patria fortunata.
O Vergine gloriosa – Martire trionfatrice – ad ogni istante ad ogni ora – soccorrici pietosa – e nella vita affannosa sii tu nostra avvocata.
Giacché noi in questo prato – devoti ti veneriamo – umilmente imploriamo – di sedare ogni pena – resta con noi propizia – grande santa fortunata!
Qui tutti presenti – tutti ci raccomandiamo – tutti qui imploriamo – pace e grazie eccellenti – per entrare gaudenti – nella patria avventurata.
