GITA AL BACINO DI BUDDUSÒ

(Scrutando i segreti dell’altipiano)

Escursioni Turistiche in Sardegna

Sassari, Tip. Moderna, 1959

di Giovanni Battista Demelas →

 

Nuchis, foto di Oberto - Wikimapia

Giro d’orizzonte

Il paese di Buddusò, in continuo sviluppo edilizio avviato ormai ad una vita dal ritmo moderno, sorge a 690 metri sul mare, ha 6934 abitanti ed offre bei panorami sull’orizzonte dei monti Lerno, Sa Serra e la estesa catena de su Monte ‘e S’Ena.

Le case costruite in granito, conservano all’abitato una fisionomia caratteristica che diresti ravvivata dal clima di una primavera precoce e dallo splendore di un sole limpido e sereno.

Nella piazza maggiore convivono in armonioso accordo e con elegante fantasia, case, palazzi e il monumento marmoreo eretto in onore dei 106 giovani soldati che nella grande guerra 1915-19, fecero della loro vita olocausto sublime per il trionfo della civiltà. Tra i nomi dei gloriosi caduti risalta quello della medaglia d’oro Francesco Fodde che ricalcando con fede romana la Libia, il 13 aprile 1913, a Benina, consacrò col proprio sangue il fulgido valore della stirpe isolana.

Dalla piazza, posta nel centro del paese, un giorno qualsiasi, una mattina qualsiasi, alle prime luci, infiliamo il Corso Vittorio Emanuele, sulla statale che conduce a Bitti, dirigendo i passi verso il bacino idrico montano «Sos Canales», posto sull’altipiano, a 712 metri sul mare, ove le montagne si danno la mano: sono strette le une alle altre, tutte ricoperte sino ai crinali di verdeggianti alberi di alto fusto.

A pochi passi dalla piazza, centro della vita cittadina, a sinistra della massima arteria del paese, sorge sopra un piccolo promontorio che si presenta singolarmente pittoresco, la chiesa parrocchiale, dedicata alla martire Santa Anastasia, nobile romana.

La chiesa, di cui si ignora l’architetto, è stata costruita a tre navate, nel 1836, con un gusto schiettamente locale.

Nel 1950 venne sapientemente ampliata, a croce latina, e arricchita di gustosi particolari architettonici eseguiti in marmo. A destra si scorge la massiccia torre campanaria che domina l’abitato e si affaccia sull’incantevole panorama delle verdi campagne ricche di fascino.

Ai fianchi della strada di traffico, sempre affollata di moto, si allineano due alberghi, accoglienti e bene attrezzati, dove nella stagione estiva i turisti trovano refrigerio, pace e riposo.

Presto sorgerà il nuovo albergo dell’Ente Sardo Industria Turistica che favorirà lo sviluppo turistico in tutta la zona.

Più avanti appare la massiccia mole della fonte pubblica, costruita in granito e conci rettangolari, ben scalpellati, sormontata da una slanciata piramide quadrangolare a base larga e con la data di nascita (1891) scolpita ad alto rilievo nel centro della facciata principale.

A destra sta l’abbeveratoio per le bestie.

Enrico Costa, quando reggeva le sorti del comune in qualità di regio commissario straordinario, ebbe parole ben meritate di elogio all’acqua che si beve e all’aria che si respira a Buddusò.

Nella relazione letta al consiglio comunale il 13 settembre 1892, si legge: «Tralascio di parlarvi dell’aria che è veramente eccellente e quale in pochi paesi sardi si gode. In un paese di montagna quale Buddusò l’acqua non può essere che ottima fra le ottime. I primi due elementi per mantenere la salute pubblica non mancano a Buddusò e questo vorrebbe dire, stando con gli igienisti, che se si curassero le misure igieniche, l’uomo arriverebbe alla più tarda età, senza soffrire un mal di саро».

All’estremità del paese, non lontano dal ciglio della strada, si erge, su un nodo informe di roccia granitica, graziosa e bella, la statua orante della Madonna Immacolata, meta di affettuosi pellegrinaggi.

Ai due lati della strada sorgono improvvisi, ciclopici nodi di roccia arenaria, sovrapposti alla rinfusa, e sono nel passaggio una nota quasi animata. Per l’aria alita un respiro di vento, caldo umido, quasi umano.

Più avanti nella regione denominata «Mare Iffundadu», traversa la strada un piccolo torrente che mormora tra i ciottoli nell’intrico verde, di cespugli spinosi.

Presso il ponte alcune donne chiacchierano già sotto la biancheria stesa ad asciugare. Una damigella servente, ancor nella primavera della vita, spremeva, ad uno ad uno, i panni pluricolori e con bel garbo, li stendeva sulla petraia grigia che fa pensare ad un rovinio di massi del tempo della creazione. Durante il lavoro si distraeva col canto. La sua voce, limpida come l’acqua del ruscello, si perdeva lontano, melodiosamente.

Anima, corpus, coro, vida e brios

Isse chi prima lesit a m’amare

S’hat retiradu sos amores mios

Paris cun isse pro los cunservare.

I versi sono tolti da una delle tante poesie, ancora inedite, del poeta dialettale Don Sebastiano Sannio di Buddusò.

Due altre cose colpiscono subito la curiosità del turista: la villa Doneddu e il nuraghe Ziu Garalu (zio Carlo). La villa addossata ad un fitto castagnetto, con slancio architettonico, meglio si direbbe un castello. Quando essa fu costruita doveva pur rappresentare nell’intenzione del proprietario la montana dimora del Signore. Il viaggiatore francese E. Pellissier de Reynaud, l’avrebbe chiamata: «une masure hideuse a voir et à habiter».

Questa dimora fu costruita in forma di castello, una specie di fortilizio per le difese. La difesa estrema non ha il solito fossato, per varcare il quale si doveva passase sul ponte levatoio, ma è completata da una torre massiccia con feritoie e trabocchetto, a tavola posta in bilico, che serviva come ridotto nell’estremo pericolo. L’elemento bellico del castello antico e medioevale ha in questo edificio una funzione puramente decorativa. Non molti anni fa si eseguirono lavori di adattamento, per effetto dei quali scomparvero anche i caratteristici merli che davano gaiezza a tutto il paesaggio.

Tra le tenebre del passato

A «Ziu Garalu», sul coccuzzolo, alto 832 metri, della massa di rocce arenarie, sul cui crinale i radi cespugli vi mettono pennellate di verde, affiorano le rovine di un nuraghe. È un immenso crollo di pietre, una valanga di detriti. A questa cava di materiale ottimo per cingere e murare, si attinse in passato con abbondanza.

Alcuni avanzi ancora esistenti, per lo spessore dei muri, per l’accurata lavorazione dei massi che li compongono, per la grandezza della base, dimostrano di avere appartenuto ad un edificio grandioso. Il luogo aspro e montuoso era difficile ad essere occupato dal nemico. Si accedeva al nuraghe da una sola parte per una strada abbastanza comoda costruita con una massicciata, unita e compatta di materiale granitico.

Il rudere del nuraghe e le misere tracce di abitazioni che affiorano sul declive, fanno pensare a un centro di vita stabile vissuta da gente d’arme pronte a difendere le loro ricchezze dalle tribù confinanti o dalle invasioni; gente che affidava al maniero e alle suo rocche, la vita propria e degli animali, nonché la sicurezza delle case e delle cose.

Le misere tracce di cultura, avute nelle ricerche di superficie offrono esigui dati alla comprensione dell’aspetto di questa vita, basata sostanzialmente sulla economia pastorale. La Sardegna non produsse oggetti di bellezze, e d’uso duraturo, affidando, invece, le necessità quotidiane, come tra i pastori moderni, ai mezzi di materiale deperibile (sughero, legno, ecc.).

All’inizio della massicciata che conduce al nuraghe esiste una grossa pietra megalitica sulla cui sommità si trovano scolpite due fossette intercomunicanti per raccogliere il sangue delle vittime sacrificate in onore di una divinità sconosciuta.

Il megalito, ritoccato con gli occhi della fantasia, ha la figura di un piccolo vitello che si sorregge sulle gambe, con la fronte appiattita e col muso trattato troppo sommariamente.

Dal fortuito rinvenimento di un deposito votivo in località Orulù, presso Orgosolo, sono venuti alla luce tre navicelle in bronzo, due complete ed altra frammentaria, le prime due hanno sulla prua la prontome taurina stilizzata, a corna ricurve, orecchie ed occhi sporgenti. Altre analoghe navicelle se ne sono scoperte in altri seavi eseguiti a Bultei, a Tula ed in altri posti della Sardegna. Nell’ipogeo eneolitico di Anghelu Ruju, presso Alghero, si hanno le sculture in rilievo che esprimono la testa taurina. Questo segno espresso con maggior naturalezza, si ritrova nella parete di una tomba lungo la via da Castelsardo a Sedini.

Queste figure danno una manifestazione sensibile all’idea religiosa di un essere divino che aveva carattere e figura taurina. Ai Sardi non era estraneo il concetto della venerazione per il toro, l’animale più poderoso di tutto l’ambiente, l’ammirazione per la sua fecondità, per l’utilità immensa che esso e la sua progenie arrecavano all’uomo.

Quasi di fronte al cancello, dagli stipiti merlati, che dà accesso alla proprietà Doneddu, a m. 200 circa dal ciglio della strada statale, esiste una domus de janas (casa delle fate) con tre celle intercomunicanti, scavate sul la roccia, a forma di forni.

È un esemplare del comunissimo tipo di tomba sarda, di cui migliaia di esemplari si ripetono nelle necropoli specie in quelle della parte orientale dell’isola. E se si devono guardare come sepolture di determinate famiglie, per lo più di ceto elevato. La conca, scavata in un nodo di roccia granitica a grana grossa, consta di tre vani preceduti da dromos, o corridoio di ingresso. La prima cella, a forma di forno, misura, m. 3,21 di lunghezza; la seconda è di pianta quasi quadrata, con pareti rettilinee e liscie fino al solaio è alta m. 1,17 e larga m. 2,80

Sulla parete di fronte esiste un piccolo sportello che immette in una celletta, pure con volta quasi piana, alta m. 0,50, larga m. 0,60 e lunga m. 0,45.

La religione della morte è una ispirazione primordiale che si mantenne immutata attraverso le generazioni dall’età della pietra fino a noi. La venerazione degli estinti prova la superiorità della nostra razza fino dalle epoche preistoriche.

In varie località di Buddusò esistono, aggruppate in distinti gruppi varie altre tombe ipogeiche, non prive di particolari architettonici interessanti. La maggior parte risalgono al periodo eneolitico, poiché è indispensabile lo strumento metallico per aver ragione del durissimo basaltico.

Nel pavimento del corridoio di ingresso, in molte tombe, scavata nella dura trachite, una fossetta per libazioni ed offerte in cerimonie funebri denota una lunga durata del culto funerario e la venerazione verso il defunto che aveva la sua estrema dimora in questo ipogeo scavato nel masso con dispendio così grande di lavoro e con un carattere architettonico così deciso.

Nella zona denominata «Sa Craba» (La Capra), alle falde del promontorio di «Ziu Garalu», la vite abbonda nei filari tenuti accuratamente mondi. Il vino da pasto e da dessert di queste terre ha amatori devoti. Anche i forestieri che hanno la fortuna di gustarlo, lo apprezzano schiettamente.

Presso la stessa zona sono state captate parecchie sorgenti di acqua fresca e leggera che sono state immesse con una conduttura sotterranea, nel vecchio deposito dell’acquedotto che serve di approviggionamento idrico al paese.

L’esteso patrimonio del Comune

Si entra nel territorio comunale «Sa Matta» che ha una estensione di 1377 ettari. È un vastissimo bosco di sugheri, dicono, delle migliori qualità esistenti al mondo. La casa comunale, dall’estrazione del sughero, fatta nel 1954 ha ricavato la bellezza di 85 milioni. e 23 milioni e ottocento mila lire vennero realizzate nel 1956.

In questo vasto territorio è sorta l’Azienda Speciale per la gestione dei beni agro silvo pastorali. Il gregge che vi pascola è numerosissimo.

Nel 1958, fino al 28 ottobre, trovarono pascolo e ricetto ben 22.461 ovini.

Sono stati costruiti due ovili in regione «Matta Ce». Il primo, già finito, ospita 950 capi; il secondo, in costruzione, ne alberga 1000. Ad entrambi è annessa la casa colonica con due vani, cucina e servizi.

Per abbeverare le bestie sono state messe in punto quattro vasche nella rispettiva zona di «Gianna Piana, Matta Oe, Torroilé e Chentu Porcos».

Le funzioni di distribuzione dell’umidità atmosferiche verrà regolarizzata da un uniforme rivestimento forestale. Presto verranno messe a dimora numerosissime piante cedue. Queste agiranno come uno strato assorbente, sottraendo la superficie al dilavamento, trattenendo e cedendo l’acqua lentamente a totale beneficio delle radici. Il bosco coi suoi prodotti dà il positivo apporto di ricchezza.

In tempi non molto da noi lontani, il bosco già esistente era considerato cosa di tutti e di nessuno ed era quindi oggetto di quotidiane espoliazioni. Oggi l’Azienda Speciale, con l’intervento delle leggi dello Stato ne limita il godimento, cura la conservazione e il miglioramento e vigila contro gli abusi.

La natura che inquadra tutta la zona, mostra le vere qualità delle bellezze della Sardegna, diversa da luogo a luogo, ora lussureggiante, ora tragica pietraia.

Rinserrano le piccole valli grandi muraglie su cui si abbarbicano i sughereti che pare vogliano scherzare coi fulmini e con la nuvolaglia.

L’agricoltura è magra, la terra è aspra. La durezza si dissimula nella bellezza serena del paesaggio e la poesia vi si sprigiona ad ogni passo. Il turismo ha davanti a sé grandi prospettive. Gli Istituti sperimentali per lo studio e la difesa del suolo, nonché l’attività benemerita del Corpo Forestale dello Stato, instancabile e validissimo, vigilano le bellezze naturali, curano la protezione del suolo perché gli uomini, gioiosamente e senza rimpianti, possano ammirare e godersi lo spettacolo della creazione. In questa terra incantata, vi si troverà, penetrandovi, un grande silenzio e un invito ad una inesauribile scoperta di tradizioni simpatiche e di monumenti, onusti di storia e della massima importanza archeologica.

Per la protezione e divulgazione naturalistiche, che vanno dal suolo alla vegetazione, dagli animali ai colori, ai profumi, ai rumori delle cascate, alla trasparenza dei ruscelli, potrebbero contribuire molto, anche le gite scolastiche, se bene organizzate.

Nei programmi didattici per la scuola primaria, in vigore dal 1955, è detto: l’insegnante non manchi di avviare il fanciullo alla contemplazione della bellezza del la natura, coronando così, anche ai fini spirituali ed estetici, lo studio dell’ambiente. Da tale contemplazione parta per coltivare nell’alunno quel rispetto verso le piante, gli animali e quanto altro fa parte del paesaggio, rispetto che è segno di gentilezza d’animo e di consapevolezza civile.

Di tutte le disposizioni di legge alle quali occorre finalmente e decisamente por mano per la salvaguardia del nostro patrimonio naturale, questa è forse la più lungimirante.

Ogni paese ha i suoi costumi, e i tedeschi, si sa, fra tutti i turisti sono quelli che più amano il contatto diretto e autentico con la natura. Imitiamoli.

Luogo di vendetta

Nel 753 a. C. Romolo, appena fondata la sua città, detta dal suo nome Roma, volle popolarla. A tal uopo invitò e diede asilo a liberi schiavi che vi affluirono numerosi da ogni parte. Mancavano le donne. Tale increscioso assenteismo era dovuto al fatto che i popoli finitimi mal volentieri si lasciavano piegare a dare in spose le loro buone figliole a gente di cui ignoravano le attitudini, le condizioni, i costumi e gli usi.

Romolo, per raggiungere le sue mire giocò d’astuzia. Fece indire una grandiosa festa popolare con spettacoli grandiosi non mai visti nel Lazio. I Sabini, popoli confinanti, abboccarono all’amo. Spinti dalla curiosità, spensierati, di nulla dubitando, parteciparono al grande raduno con intere famiglie. Mentre plaudenti gioivano allo svolgersi delle rappresentazioni, ad un cenno di Romolo, i giovani Romani, con mossa fulminea irruppero come uccelli rapaci sui sabini e rapirono le loro figliole.

L’onta fu grave. Scoppiò la guerra tra Sabini e Romani. I primi, guidati dal re Tito Tazio posero un rigoroso assedio alla rocca inespugnabile del Campidoglio. Una sciagurata giovanetta romana, di nome Tarpea, figlia del custode del maniero capitolino, invaghita delle sfavillanti armille d’oro massiccio che i sabini portavano al braccio sinistro, propose di aprire ai nemici le porte purché poi le donassero «ciò che tenevano al braccio sinistro». Mentre ella col cuore in sussulto si appressava a tradire la propria patria, i Sabini si precipitarono sui nemici, e fedeli alla promessa, compensarono la stolta fanciulla seppellendola sotto il peso dei loro scudi che pure tenevano al braccio sinistro.

Quella rocca venne in seguito prescelta dai Romani come luogo di vendetta. Il balzo che a scarpata ripida scende dall’alto al piano stradale è stato battezzato col nome di Rupe Tarpea, e dal vertice venivano gettati col capo all’ingiù e legati mani e piedi, i ribelli e traditori della patria.

Anche il vasto territorio di Buddusò, durante la dominazione romana in Sardegna aveva la sua Rupe Tarpea ove i cittadini, con la pena capitale, scontavano tutti i reati politici, gravemente dannosi alla Repubblica.

A sinistra della strada nazionale che va a Bitti prima di raggiungere il nuraghe Loelle, trovasi una ricchissima zona di piante, in prevalenza di sughero.

Vicino passa l’antica strada romana Olbia Caput Tyrsi e in quei pressi i romani hanno lasciato vestigia del loro passaggio che sono documenti del passato.

Qua e là affiorano sporadici ruderi di poca entità, di un’antica «mansio» distrutta dal tempo e dall’opera vandalica dei pastori per creare ricettaccoli alle bestie e per delimitare, con muri a secco, i confini delle loro proprietà.

Vicino esiste una capanna innalzata con pietrame raccolto sul posto. Nel folto del sughereto, tra il fogliame perennemente verde di fronzute elci, sta, un insieme di blocchi granitici di varie grandezze, sovrapposti alla rinfusa, al cui spiazzo della vetta si arriva comodamente solo da un lato.

La rupe è tagliata quasi a picco, con informi mammelloni più o meno sporgenti. Tutto l’insieme ha un aspetto truce, nel silenzio solenne e nella desolata solitudine della zona silvestre, e sembra incutere un non so che di timore.

La fantasia dei vecchi pastori, satura di raccapriccianti leggende, si sbizzarrisce. Vede fantasmi, ombre misteriose, bagliori di armi, chiazze di sangue: ode grida disperate di vittime, imprecazioni di carnefici, tonfi di corpi che precipitano di balza in balza; sente rumori di passi pesanti che si avvicinano, voci confuse e bisbigli sommessi.

I nonni, a veglia, ai nipoti attenti, raccontano scene di sangue svoltesi, in tempi assai lontani, in quel triste teatro.

Il territorio è chiamato anche oggi «Logu Ultore», dal latino «locus ultoris» che significa luogo di vendetta.

Questo nome, certamente imposto dagli antichi Romani, è una rivelazione: richiama alla mente la troppa crudeltà e fierezza della giustizia umana nel castigare gli errori, specie i tradimenti.

A Roma, negli scavi recenti dei fori di Augusto e Traiano, i due grandi complessi monumentali che ancora innalzano le loro gloriose rovine nel centro della città, venne alla luce il tempio di Marte Ultore.

Augusto volle che il tempio avesse un carattere prettamente militare: concepito per solennizzare la vendetta compiuta a Filippi sugli uccisori di Cesare donde il nome di Ultore, cioè vendicatore, dato a Marte egli dispose che dopo gli dei immortali fossero venerati nel tempio tutti coloro che avevano contribuito alla grandezza di Roma, che qui avessero inizio le nuove guerre e qui fossero deposte dai generali le insegne del trionfo.

Nel territorio di «Logu Ultore» di Buddusò, non abbiamo un tempio consacrato ad una divinità pagana ma una rocca dirupata e scoscesa, scelta a luogo di vendetta, destinata al contraccambio dell’offesa e dell’ingiuria.

Come nella «Rupe Tarpea Capitolina», da tempo antichissimo e fino al I sec. d. C., i Romani precipitavano i condannati a morte per delitti di Stato contemplati nei codici penali militari, così anche «Logu Ultore» al tempo della Repubblica offriva i suoi ferali spettacoli tendenti a reprimere e vendicare gli agguati e le insidie del nemico.

Monumento funerario

A circa sette chilometri dal paese di Buddusò, sul ciglio della strada provinciale che conduce a Bitti, nella regione Loelle, ove ergesi il nuraghe omonimo, giace un singolare monumento preistorico. Esso è formato da una grande e rozza pietra granitica poggiata orizzontalmente su altri tre blocchi piantati verticalmente, a triangolo, in modo da servire da sostegno.

Il monumento non ha subito alterazione alcuna, basa su una roccia liscia e piatta, affiorante dal suolo. Il masso sovrapposto ha un segno d’incisione traversale ed è munito alla sommità di un profondo e ristretto solco ovoidale, rozzamente inciso con primitivi strumenti di bronzo. In questo segno simbolico vediamo il culto della antenata raffigurata nell’elemento generatore basato sul principio del vuoto. Si tratta qui senza dubbio di una rappresentazione dell’entità madre.

La precisa destinazione di questi elementi megalitici, oggetto di studi razionali dal secolo XVIII, solleva ancora controversie. Chi li giudica eretti a scopi religiosi, funerari o commemorativi.

Quanto alla cronologia si può affermare che se essi risalgono in parte alla fine dell’età della pietra, in maggioranza debbono attribuirsi all’età del bronzo.

I megaliti dell’Europa nord-occidentale (numerosissimi in Scandinavia, Danimarca, Isole Britanniche, Francia), già ritenuti altari druidici o luoghi di culto dei Celti (da ciò le denominazioni di monumenti celtici o druidici) sembra debbano invece attribuirsi a popolazioni più antiche (dell’età della pietra).

Questi grandiosi e rozzi monumenti preistorici, a seconda del modo di costruzione si dividono in vari tipi che si possono ridurre a 6:

Menhir: dal basso bretone Men = «pietra» e hir = «lungo») pietre fitte erette verticalmente sul terreno come rozzi obelischi.

Cromlech: (da «crom» = «curvo» e lech = «sasso») raggruppamenti di pietre fitte disposte in circoli più o meno regolari.

Alignements: allineamenti di pietre disposte in fila. Dolmen: (da dol = «tavola» e Men = «pietra») camere sepolcrali costruite di pietre, alcune verticali a parete e una più grande a copertura.

Alles couvertes: vere gallerie coperte, composte, secondo alcuni, di due file di menhir con pietre di copertura, ma che secondo altri sarebbero dolmen prolungati.

Cists: cassoni funebri composti di due pietre variabili di grandezza.

A questi tipi principali si possono aggiungere i trilithes o lichavens, soprattutto presenti in Inghilterra, composti di due menhir con una pietra sovrapposta ad architrave.

Tutti questi monumenti furono oggetto, attraverso i secoli, di credenze superstiziose. In tutte le tradizioni locali si rileva la tenace persistenza dell’antichissimo culto della pietra, o betilico, giunto attraverso i secoli fino al medioevo.

L’uso di questi monumenti non dev’essere considerato come privilegio esclusivo degli antichi sardi, ma se ne trovano anche nella Spagna, nel Portogallo, nelle isole Baleari, soprattutto nell’Isola di Malta e Gibel Schil e nell’isola di Gozzo a Giganteia.

La destinazione funeraria di questi monumenti è la opinione più probabile. La stessa Bibbia lo conferma coi fatti. Il patriarca Giobbe subito dopo la morte di Rachele eresse su di lei un monumento megalitico. «Erexitque Jacob titulum super sepulcrum» (Genesi XXVI, 10). Lo stesso Giacobbe, trovandosi tra Berseba e Chran dopo il celebre sogno della scala rizzata in terra, la cui cima giungeva in cielo e su cui gli angeli salivano e scendevano, «prese la pietra la quale aveva posta per suo capezzale e ne fece un piliere, e verso dell’olio sopra la sommità di essa. (Genesi XXVIII, 18).

Si soleva anche allora rizzare delle pietre per perpetuare date e fatti memorandi.

«Giacobbe prese una pietra e la rizzò, in memoria del suo ultimo incontro con Labano (avvenuto al momento della sua partenza dal paese degli Orientali». (Genesi XXXI, 46).

Martin Enrico, pittore francese nativo di Tolosa, affreschista di tecnica divisionista, parlando delle «Antichità irlandesi» scrive: «Vi ha un antichissimo libro ove è detto: sopra un cumulo di pietre si vede un’altra pietra sulla quale è scritto Lochaid Airgtheac é qui. Lochaid era un re d’Irlanda che fu ucciso in battaglia nell’anno 285, dell’era nostra».

Ossian, guerriero e bardo gaelico scozzese, di cui i letterati cantarono con successo le gesta, scrive in un suo poema patriottico: «Mettimi o Fingal, sotto qualche pietra memorabile, che attesti la gloria di Calma Cathula, erigi una tomba sulla collina, e poni sopra questa tomba una pietra gligia, ove scriverai: «”qui riposa sotto questo blocco il capo della razza di Dermud, e questa pietra dirà il mio nome ai secoli che verranno: essa parlerà agli anni che si levano dietro i tempi”». Fingal, padre di Ossian, era re di Morven.

Su di un «menhir» che sorge in una amena regione del Basso Leon sta scritto: «Pietra levata, parla al popolo e digli il nome di Gonidek, uomo vero, uomo retto che ha risuscitato il Brettone».

Tutte queste testimonianze caratterizzano lo scopo funerario dei monumenti. Quando la luce del Vangelo incominciò ad irrorare i suoi raggi nella Gallia, due correnti vi lasciarono profonde tracce della fede. La prima del tutto orientale e bizzantina, risale a San Plotino, discepolo del padre apostolico S. Policarpo, vescovo di Smirne, consacrato da San Giovanni evangelista nel 96.

La seconda trae origine dai confratelli di Sant’Agostino, vescovo di Ipona, il più illustre dei grandi dottori della Chiesa latina.

La prima di queste due correnti ebbe in disprezzo i «menhir», che nei giorni festivi si solevano addobbare di ghirlande e di corone di fiori, si coprivano di lane grezze o di pelli d’agnello e ai loro piedi si facevano libazioni d’olio o di vino, tutto in memoria dell’antica destinazione funebre.

Le medesime cerimonie, come attesta il geografo cirenese, Pausania, si solevano fare anche alla pietra Abadir di Delfi, antica città della Grecia, celebre per il santuario dedicato ad Apollo.

Tali riti, forse non compresi, degeneravano e così corrotti da liturgie paganeggianti, vennero condannati più volte da alcuni concili.

Il concilio d’Arles, nel 425, condannava come sacrilego chi trascurava di estirpare l’usanza di adorare le pietre.

Il concilio di Tours, nel 567, impose a tutti i pastori aventi cura d’anime, di cacciare dalla chiesa tutti coloro che davanti a quelle pietre mettevano ad effetto le consuetudini tradizionali dei gentili, opposte alle cerimonie religiose. Simili decreti vennero emanati dal sinodo di Auxerre e di Nantes.

Lo stesso Carlo Magno, nel 789, in un decreto emanato da Aquisgrana, ordinò l’abolizione assoluta dell’uso invalso tra alcuni superstiziosi di accendere candele o praticare credenze vane presso tali monumenti.

A sinistra del monumento preistorico di Buddusò, a mezzo metro di distanza, esiste una pietra grezza. Essa rientra nella classe dei betili, pietre sacre presso gli antichi greci.

Betilo (dal greco Baitulos) si chiama la pietra sacra che si supponeva animata di vita divina. Si ritiene generalmente che la voce sia di etimologia semitica (bethel: dimora del dio): e da tal significato la pietra sacra passò talora a significare il dio stesso.

Queste pietre «quae ferrum non tetigit» (non lavorate col ferro) fanno l’ufficio di Dioscuri, considerate come divinità benefiche protettrici dei guerrieri e dei naufraghi e come tali furono poi confuse coi Cabiri, divinità luminose che percorrevano il cielo a cavallo.

La pietra grezza è simile a quella di cui parla la Sacra Sscrittura: «edifica ancor quivi un altare al Signore Iddio tuo, un altare di pietra, e non far passare ferro sopra di essa». (Deuteronomio 27, 5).

Le pietre non lavorate erano reputate più sacre delle altre, però tutte erano immagini delle divinità tutrici del sepolcro.

La più antica e particolareggiata menzione di questi megaliti si trova nell’opera del grande scrittore francese Francesco Rabelais che fu francescano, poi prete, medico e canonico dell’abbazia di Saint Maur des Fosses presso Parigi.

Nel 1555, scrisse qualche cosa al riguardo anche l’Arcivescovo di Upsala, mons. Olaus Magnus, ma l’inizio di uno studio più profondo si ha con il rescritto di Cristiano IV (1588-1646), re di Danimarca. Questi pregava i vescovi del suo regno di raccogliere tutte le notizie e le leggende di detti monumenti megalitici, sparsi nelle rispettive diocesi.

Attraverso le più svariate applicazioni si giunge alla fine del secolo XVIII che segna l’inizio dell’indagine scientifica. Verso la metà del sec. XIX, scavi metodici e felicissimi eseguiti in Francia nel Morbihan, confermarono la determinazione funeraria dei dolmen francesi. Così lo studio dei megaliti fu indirizzato sulla retta via e progredì scientificamente dopo il 1830, e dopo che il gran maestro della letteratura narrativa, Prospero Mèrimèe, senatore e ispettore generale dei monumenti, ebbe compiuto ispezioni e scritte coscenziose relazioni per giungere alla creazione di un comitato per lo studio e conservazione dei megaliti nel 1879.

L’inventario dei megaliti di Francia fa ascendere il numero dei menhir di questa nazione alla cospicua cifra di 6192: la regione più fornita è la Bretagna, con Morbihan alla testa, in cui il più grandioso monolito granitico di Loemariaquer, detto Men-er-Hoech (pietra della fata), colpito probabilmente dal fulmine, misura m. 20,50 di altezza.

Quanto alla sua significazione del monumento preistorico di Buddusò nulla di sicuro si può dire. Io sono d’avviso che qui non si tratti di simbolo religioso o di idolo primitivo da paragonarsi ai betili venerati nell’oriente, né di monumento commemorativo o semplice indicatore di necropoli, sia di confino od altro, ma piuttosto di un monumento funerario, messo in relazione col culto preistorico della donna nuda, simbolo della natura. A conforto può citarsi il solco ovoidale sulla sommità del gran masso rozzo ed informe sovrapposto ai tre blocchi verticali, poggiati sulla roccia liscia e piatta.

L’incisione traversale rivela i segni di cerimonie rituali compiute durante la sua erezione, da attribuirsi a cause inerenti al culto della pietra. La pietra betilica, non lavorata, che trovasi al fianco del monumento in parola è del tipo di quelle di Tamuli presso Macomer, di Perdu Pes presso Paulilatino e del nuraghe Giove presso Bonorva. Tutte hanno la forma a tronco di cono, la materia è la dura lava basaltica e simili hanno anche le proporzioni, cioè l’altezza m. 1,20 ed una base di 0,60.

La rozzezza di questi monumenti betilici era imposta forse da un carattere conservativo di natura intimamente religiosa, quello stesso che con altre cause dovette portare a lungo la civiltà del bronzo in Sardegna.

Nella tomba di gigante «Sa pedra Longa» nel campo di Silanus, esiste un betilo sacrale paterno foggiato sull’elemento maschile del pieno substrato culturale mediterraneo, che generalmente si accompagna al rito funebre di inumazione.

Vicino al tempio nuragico di Sant’Anastasia di Sardara, presso la tomba di gigante di Pedru Cossu, a Norbello, così anche non lungi da Macomer e in territorio di Paulilatino, sono stati scoperti blocchi a forma di piramide tronca con segni mammellari rilevati o incavati.

Presso la chiesa di San Costantino di Sedilo esiste un betilo basaltico di modeste dimensioni chiamato «Sa pedra de Santu Antine» in cui si notano a pari altezza e a poca distanza l’una dall’altro una protuberanza ed un incavo, espressione primordiale dell’ermafrodismo.

Queste rappresentazioni sintetiche o simboliche della figura femminile o maschile, nella Sardegna nuragica o dell’età del bronzo, si mostrano come una persistenza di elementi formali e religiosi già diffusi nell’Isola dell’epoca eneolitica.

Esse sono ritenute come idoli, custodi delle tombe, personificazioni primitive della divinità e prototipi di quelle divinità madri o padri, di cui il centro di diffusione si vede nell’Egeo.

In questi betili abbiamo l’attestazione di una divinità non solo espressa nella funzione di custode del sepolero, ma di emanazione di vita. Questi rozzi monumenti di adorazione durarono fino al tempo del cristianesimo.

San Gregorio Magno, scrivendo ad Ospitone, duce dei Barbaricini del settentrione della Sardegna, fa rimprovero a questi montanari che tuttora adorabant lapides», adoravano le pietre.

Tombe di antichi tempi

Nell’altipiano di Buddusò, regione fitta di avanzi di epoca antica si trovano due tombe dolmetiche a corridoi megalitici. Sono situate non molto lontano dal nuraghe Loelle, a circa m. 100 dal ciglio della strada nazionale Buddusò Bitti.

Delle due costruzioni dolmetiche, da tempo frugate e oramai sprovviste di lastroni di copertura, una serviva di sepolcro individuale, l’altra di sepolture multiple. La camera mortuaria della prima tomba misura m. 2,80 x 0,80. È costruita di una duplice serie di blocchi di granito scelti accuratamente e disposti uno accanto all’altro. Ai due lati le due ali rettilinee, racchiudenti l’area tombale, misurano m. 0,80 di larghezza. Tutti gli elementi del tumulo che dovevan sotterrare tutta la costruzione sono scomparsi.

La seconda tomba è di maggiore dimensioni. La cella col lungo corridoio misura m. 5,05 x 0,86. Le pareti laterali sono costruite da una doppia fascia di massi accostati e legati fra di loro; i grossi elementi della fascia esterna sono a struttura poliedromegalitica. I vuoti fra le due fascie sono riempiti di pietrame ed hanno uno spessore di m. 0,80. Dell’anticella a segmento semicircolare rimangono ancora pochi ruderi. La parete posteriore della cella è segnata da un lastrone lavorato alla maltellina; misura m. 1,26 x 0,85 ed ha uno spessore di cm. 13. Due blocchi rettangolari ben lavorati, alti m. 1,26 e larghi m. 0,50 x 0,39 formavano gli stipiti della porta.

La magior parte dei lastroni di copertura andarono dispersi. Le grosse pietre sono state tolte da una stratificazione geologica regolare, ma rifinite dalla mano dell’uomo e murate con malta di calce. Le disposizioni delle due ali rettilinee, la squadratura degli angoli, la simmetrica inclinazione delle pareti, mostrano un notevole progresso in confronto alla tecnica megalitica nuragica delle tombe protosarde. Le celle dovevano essere in origine sepolte sotto un cumulo di terra dilavata in seguito dalle pioggie. Anche l’azione della vegetazione cooperò alla rovina.

Gli ospiti di questi due monumenti megalitici erano gli abitanti delle modeste capanne raccolte attorno al nuraghe ch’era come il castello del borgo.

La suppellettile fu completamente dispersa. Sui detriti non affiorano tracce di armi, di utensili, né di ceramica. Forse le dimensioni vistose delle tombe e del materiale attrassero i consueti ricercatori di tesori, che asportarono e dispersero ogni cosa. Oggi rimangono solo gli elementi architettonici delle sepolture ed anche questi incompleti.

Le sepolture dei giganti, per l’insieme dell’aspetto esterno, per la disposizione interna del vano sepolcrale ed anche per la tecnica, somigliano alle «Naos» delle isole Baleari, trovano riscontro nei sepolcri a corridoio del periodo di arte orientale e derivano evidente. mente da sepolcri megalitici conosciuti col nome francese di «Alles couvertes».

Le tombe sembrano che invochino dal passante una piccola sosta e lo invitino a rivolgere un reverente pensiero alla memoria dei nostri cari e venerati sardi pelliti, forti, generosi e magnanimi.

La località si mostra aperta e piena di sole; a primavera questo immenso prato è come un giardino fiorito, odoroso per le varie specie di fiori che vi crescono.

Da qui un sentiero sale fino al monte Ololviga, ricco di insospettate visioni, di paesaggi ridenti e selvaggi, di boschi e di pascoli, di rocce ventose e di fonti chiare e dissetanti.

È bello salirvi la notte per scorgere al mattino il sole levarsi sul Mediterraneo.

Attorno ai ruderi di poderose costruzioni rilevano una quieta, ma selvaggia e rude atmosfera impregnata di primitivi misteri.

Nuraghi

A breve distanza dal ricordo monumentale, di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, sorge una imponente costruzione: il nuraghe di Loelle, se non il più bello, certo il più grande di tutta la zona.

Del nuraghe Loelle rimane la porta architravata a piano terreno, un piccolo corridoio munito di nicchie di guardia, parte della cella circolare coperta da cupola ottenuta con l’oggetto graduale dei corsi, la scala praticata entro lo spessore del muro, e l’architrave del piano sovrapposto, rimossa da mani vandaliche, dai poderosi stipiti.

Il nuraghe, frugato clandestinamente dai ricercatori di tesori, ha ceduto al tempo, ed ora ciò che resta è addetto a servizi, diremmo, utilitari.

Attorno affiorano ruderi di antiche costruzioni, miseri avanzi di capanne che originariamente avevano la copertura in legno e frascame.

Delle loro forme iniziali si osserva tuttora il tipo nei «cubones» o «pinnettos» delle campagne sarde.

I ruderi testimoniano la vita di un villaggio di pastori protosardi che protrasse la sua vita fino all’età romana.

Un cerchio di blocchi dimostra l’esistenza di un pozzo, ora coperto di macerie, costruito per l’acqua necessaria alla vita quotidiana degli abitanti della cittadella nuragica.

A breve distanza sono ancora numerose ed eloquenti le tracce della antica strada romana che da Olbia, passando ai piedi del nuraghe Ololviga (Olbiae via), ove esiste anche una fonte sacra[1], portava alla cittadella di Caput Tyrsi[2], di cui, nella stessa zona, rimangono numerosi segni.

Qualcuno potrà commuoversi ricordando che in questi luoghi, a lungo, ha peregrinato e vissuto lo scolopio P. Luca Cubeddu di Pattada[3], famoso poeta dialettale, conosciuto in tutta la Sardegna.

Su di un promontorio, a destra della strada, è il vasto e drammatico sfacelo del nuraghe «Torreilè», cioè torre iliese, dal latino «turris Iliensis»[4].

Per immaginarsi com’era, bisogna piegare la fantasia ad uno sforzo. Il volgere dei secoli, le dilapidazioni e l’incuria degli uomini l’hanno mandato in rovina.

Qui la natura si mostra più generosa dell’uomo. Sulle rovine del materiale detrico stende le sue braccia, quasi nume protettore, un albero sulle cui fronde, i venti sembrano ridestare tutto il tumulto del passato.

[1] G. B. Demelas: Escursioni archeologiche sull’altipiano di Buddusò, pag. 5.

[2] G. B. Demelas: id, pag. 17.

[3] G. B. Demelas: Vita di P. Luca Cubeddu.

[4] G. B. Demelas: Escursioni archeologiche sull’altipiano di Buddusò, pag. 49.

Varietà di paesaggio

Si giunge al bivio.

Nel tratto del terreno denominato «Isterridolzu», una nuova strada larga, ben sistemata e pianeggiante, conduce al bacino idrico montano. Ovunque la stessa flora: alberi solenni e secolari, chiomati di verde e coperti di scorza screpolata e lanuta.

A fianco della nuova strada, dove gli alberi hanno già arginato fino al letto del valloncello, l’eccezionale degradazione della montagna, sorge una modesta capanna.

È l’abitazione tipica degli antichi pastori sardi. Vale la pena di visitarla.

Dalla parete di destra, senza intonaco, pende da un grosso cavicchio di legno, saldamente conficcato nel muro; una zucca prataia, globosa, fantasticamente istoriata a soggetti pastorali; un fucile a due canne, in sostituzione dell’archibugio; un polverino di corno adunco con beccuccio di ottone; una cartucciera di pelle, logora dell’uso e dal tempo; e un tascapane, cimelio della vita militare.

Nel centro della stessa parete, un armadio a due scomparti sovrapposti, custodisce due recipienti di sughero: uno cilindrico per il latte rappreso (gioddu) l’altro a botticella (arile), con piccola bocca per l’acqua da bere.

Sullo strato di terra battuta, assodata e stabile, vi è una stuoia di biodo fatta a rotolo, alcuni scanni di ferula e di sugherone, e due recipienti della capacità di 20 litri; uno in lamiera sotile, di una lega di ferro e stagno, con copertura di sughero, l’altro di alluminio con chiusura ermetica a leva.

Al centro sta il focolare, scavato a fossetto su cui dall’alto pende a foggia di baldachino il graticcio di legno a stecche equidistanti e fuliginose per disseccare il formaggio fresco.

In un angolo sta un vaso di legno (su concu), grande e concavo, di larga bocca, contenente cucchiai e tazze tratte dal corno e arabescate a punta di coltello e parecchi sassi di pietra dura, tondeggiante, liscia, quasi levigata, che resi roventi dall’azione del fuoco, si immergevano nel recipiente di sughero ricolmo di latte per farlo bollire. Nell’angolo a sinistra dell’ingresso, vi è una zangola di legno, a doghe, stretta ed alta circa un metro, leggermente conica, per dibattervi col menatoio la panna ed ottenere il burro.

Questo era un metodo primitivo degli antichi pastori sardi che tramandato di generazione in generazione si protrasse fino all’epoca moderna.

Il massiccio montuoso dell’altopiano è formato da rocce primitive cristalline simili alle alte montagne che emersero dai mari nei tempi più antichi della formazione della crosta terrestre. Qui le pioggie, si concentrano in brevi periodi dell’anno e cadono qualche volta in forma impetuosa, ma non sono causa di immense rovine.

Ad ogni pioggia il terreno più alto dei monti degrada e si impoverisce sempre più dei suoi elementi migliori. Dove la montagna è denudata del suo manto erboso crescono arbusti e cespugli e nei limitati tratti di pianura, l’agricoltore trasforma anche i pascoli più magri in campi arati.

Un giorno, di buon mattino, respirando quel puro aere, dilettato dalla soavità del diporto, con una verga sottile mi divertivo nello scuotere dalle siepi la rugiada, nelle cui stille riflettendo il sole i nascenti suoi raggi, pareva tutta rivestire di liquide gemme la terra.

Sul verde cupo di un promontorio si profila una figura sottile femminile. Mi avvicino. Mi guarda svagata come pellegrina di un altro pianeta.

È un tipo alquanto flessuoso: indossava un golfo di lana nera su una sottana di panno color marrone. Ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza, aiutando il padre nelle faccende di campagna, con lavoretti adatti ad una fanciulla. Con l’andar degli anni, passata a matrimonio, continuava ad aiutare il marito nei lavori pesanti di campagna, senza trascurare le occupazioni domestiche.

È analfabeta, è vero, ma non perché pastorella, ma perché, al suo tempo, raro erano le donne che sapessero leggero o scrivere. Non era di moda che il bel sesso si dedicasse ad occupazioni, credute peculiari degli uomini.

A poca distanza, una bambina dell’apparente età di sei anni, seduta su di sasso coperto di licheni verdi, si trastulla con una gazza, ladra di ghiande, che tenta a furiosi colpi di beccarle il dito.

Attorno errano irrequiete le pecore che, con impaziente avidità cercano le molli erbette, mentre un cavallino sauro, galoppa in libertà con la criniera al vento e gli occhi spiritati.

Più in alto squillano in tonalità discorde i tintinnaboli delle capre dalle corna di falce, ricurve indietro, saltellanti di balza in balza.

Una mulattiera supera con ripide serpentine il dislivello. La linea orizzontale è una collana di vette che altro non chiedono che buoni muscoli: meritano in ogni caso la fatica di una escursione.

Il sole abbaglia e riscalda.

Proseguendo la strada, la visuale panoramica consente di osservare il corso del fiume Tirso che scorre tra avvallamenti e promontori su cui gli alberi hanno già in parte la eccezionale degradazione.

Il fiume è ben lontano dall’aspetto maestoso che raggiunge nella pianura di Oristano. Il deflusso serpeggia chiacchierino lungo la grande valle di «Badde Badosa» (valle guadosa o guadabile) e incide il solco profondo concludendosi in un ampio bacino sotto i piedi del monte «Pedru Mavuddi», cosparso di massi granitici, di roccia calcarea, di sugherete, di roveri ed elci.

In epoca remota, in questa conca, si estendeva uno stagno che, per interrimenti dovuti alla facile erosione delle rocce arenaceo-marnose, passò alla fase di palude torbosa. Appena calata la sera, piccole rane, prorompevano in quel loro canto di potenti note, stridule, martellate e discordi.

Dove il fiume ristagnava in corso più lento, le pecore, vaganti tra arbusti spinosi, liane, e piante striscianti, strappavano, a piccoli morsi, le molli erbette.

Tra i gagliardi alberi ombrelliferi e la ininterrotta macchia intricata, pascola il bestiame grosso, appartenente forse a quella razza che ebbe la sua origine dai bovini maestosi, dal mantello candido, usati dai Romani nei riti propiziatori e nelle pompe trionfali.

Eccoci allo specchio d’acqua del bacino. Ha aspetto alpino e romantico.

Il Lago di Sos Canales – Il bacino

Il bacino è il più alto della Sardegna, e occupa il profondo solco vallivo che corre tra i massicci dei monti e le loro propaggini. È una zona tranquilla e felice, un’ottima base per le belle e varie escursioni e ascensioni. In un non lontano domani potrà divenire centro di villeggiatura e soggiorno climatico salutare e delizioso.

Il bacino fu voluto dall’avv. Nino Campus quand’era presidente del consiglio provinciale di Sassari, ed è stato sovvenzionato dalla Cassa del Mezzogiorno, che ha avocato a sé la direzione dei lavori.

I primi rilievi e i primi studi furono eseguiti dall’ing. Bullita; progettista fu il prof. ing. Filippo Arredi; appaltatrice del primo lotto è stata l’impresa Guffanti del secondo lotto l’impresa Pietro Cidonio.

Operai, continentali e sardi, specializzati e braccianti, lavorarono con intensa attività in mezzo al continuo fragore dei frantoi, delle scavatrici, dei granulatori, delle gru a torre e derrik, delle sonde e dei motori elettrici.

La poderosa diga di sbarramento, costruita a muro pieno, raggiunge la lunghezza di m. 341,70; l’altezza massima di m. 47,50. La capacità totale del serbatoio è di 5.060.000 mc. Tra le opere di scarico esistono due sfioratori, uno libero, lungo m. 62, e l’altro munito di paratoia, della lunghezza di m. 5. La galleria di derivazione, lunga m. 230, ha il diametro di m. 4 mentre la diga di derivazione ad arco, cilindrica, ha un raggio di m. 40, con la altezza massima sull’alveo di m. 10 e con una larghezza alla base di m. 4.

Detto bacino può alimentare una popolazione di 175.000 unità, e può distribuire 80 litri annui al giorno per persona (corrispondente a 120 litri per giorno e per persona nel periodo di maggior consumo).

Lo sbarramento dell’alto corso del fiume Tirso, nella regione Sos Canales, in agro di Buddusò, rifornirà d’acqua potabile il numeroso gruppo di centri abitati del Goceano, in provincia di Sassari, e alcuni appartenenti alla provincia di Nuoro. Lo sviluppo di tutte le condotte ascende a Km. 240 ed il diametro massimo della condotta addutrice è di 450 mm., capace di derivare una portata di 160 litri al secondo.

La spesa totale dell’acquedotto ammonta a L. 4 mi liardi di cui 1,5 miliardi per la diga di ritenuta e per l’impianto di potabilizzazione e L. 2,5 miliardi per le condotte addutrici e per gli impianti di sollevamento.

I Comuni che saranno alimentati dal nuovo e gran dioso complesso acquedottistico sono: Alà dei Sardi, Anela, Benetutti, Bitti, Bono, Bottidda, Buddusò, Bultei, Burgos, Esporlatu, Lula, Nughedu, Nule, Onani, Orune, Osidda, Ozieri, Pattada, Oschiri, Berchidda, Tula, Erula, Samela, Tempio, Aggius, Bortigiadas, Calangianus, Luras, Mamone, Lodé, Bolotana, Lei e Silanus.

Il 26 luglio 1959 S. E. il Presidente del Consiglio, procedeva alla simbolica inaugurazione della ciclopica imponente costruzione.

Assisteva una folla gioiosa e festante.

Nella valle della diga verrà realizzato anche un impianto di potabilizzazione i cui lavori sono stati recentemente iniziati.

L’opera veramente grandiosa che fa onore alla tecnica italiana, non guasta il volto della natura, ma vi si armonizza, unendo il fascino del paesaggio al senso di potenza che ispira dalle grandi opere dell’uomo. Tutta la zona è territorio di alto interesse turistico per la bellezza dei panorami, la varietà delle passeggiate, e l’ottimo clima.

La valle è una delle più attraenti della regione. Come negli altri laghi, anche qui, spirano dei venti periodici. I calori estivi sono mitigati da una brezza locale che conferisce alla regione salubrità e purezza d’aria.

Il movimento turistico è favorito da una strada che si stacca dalla statale, continua lungo la sponda e muore nel bacino.

Bellezza, poesia, delizia della natura

Sulle propaggini orientali del tranquillo specchio d’acqua, degrada una ghirlanda di colline, di poggi, verdeggianti di vegetazione, ed alture, selvaggie in alto per i brulli dirupi, dominanti sullo sfondo un imponente scenario: spettacolo di riposante bellezza.

Più in alto, risalendo alle scaturigini del fiume, verso nord, si raggiungono i m. 985 del monte «Sa Pianedda» da cui scaturiscono il Coghinas, il Tirso e il Rio di Posada, e gli 889 metri del monte «Ololviga» ove esistono i ruderi di un nuraghe e la fonte della Salute, meta di pellegrini superstiziosi fin dai tempi preistorici, con veduta del mare di Olbia e dei monti della Corsica.

Al di qua, scendendo verso il sud, «Badde Vadosa» e «Badde Tuvuda» offrono variate prospettive.

Imponente nella sua mole il «Monte Olostris», che spinge la sua vetta a m. 940; ammirevoli il «Monte Sorigheddu» (topolino) che misura m. 878 d’altezza, il «Monte Mariane Muffone» di m. 889 e quello di «Pedru Mavuddi» cosparso di massi granitici, di roccia calcarea, coperte in parte dal manto scuro di magre vegetazioni. Nelle incisioni strette e ripide cantano l’epitalamio dell’amore e della vita, alcune cascatelle bianche, che l’aria muove come diafane sciarpe di garza.

Dallo spazio antistante il bacino, ove sorgono casette e capannoni, si ammira un esteso panorama, veramente scenografico.

Tutto intorno, lontano, dove la terra sembra unirsi al cielo, sfilano i mirabili orizzonti che dominano il cuore della Sardegna. A sud sorge la più alta vetta del Marghine, «Monte Rasu», alto 1259 m., su cui per opera del celebre fra Giovanni Parenti, venne costruito il primo convento francescano Sardo. Fan parte della stessa catena montana «Su Nodu Mesulittu» m. 1021, e «Sa punta Masiennera» di m. 1177.

Lungo la costiera scura, bardata d’alberi, allineati parallelamente e tutti costruiti di granito, i paesi di Anela, di Bono (focolare del movimento antifeudale), di Burgos (col suo castello medioevale dalle mura tetre e solenni, dove nel 1253 moriva la regina Adelasia di Torres, abbandonata dal marito Enzo, figlio di Federico II), di Bottidda, di Eporlatu, di Illorai.

A sud-est, sempre nell’estremo limite dell’orizzonte, fanno capolino le più alte cime del Gennargentu, nel centro più selvaggio della Sardegna: Punta «Bruncu Spina» di m. 1829, e punta «Su Truncone» di m. 1467, e «Genna Erbeghe» di m. 1549.

Antistante al Gennargentu, appare, a forma di cono tronco, il Monte Gonare di m. 1083, sulla cui vetta siede il piccolo santuario della Madonna, eretto nel 1200 dal giudice Gonario di Torres.

Molto raccomandata è la visita, da farsi anche a piedi perché non molto lontana dalla diga, alla cittadella nuragica, chiamata in seguito dai Romani «Caput Tyrsi», oggi campo esteso coperto di pietrame, di ruderi di antiche costruzioni e di sterpi.

Meritevole di attenzione anche il pozzo sacro, di forma leggermente conica con l’ingresso munito di un poderoso architrave, con la scala praticata nello spessore della cortina, con pavimento interrotto da un’infossatura, specie di bacino, scavata sulla viva roccia, con volta coperta dall’aggetto graduale dei corsi e da lastroni di granito.

Ritrovamenti archeologici

Da segnalare infine le due tombe di giganti, una coperta da un gran masso di granito e l’altra a cassa e corridoio lavorata con gusto artistico; ha la cella rettangolare recinta ai fianchi da due lastroni di m. 2,55 x 0,39, rizzati verticalmente sul suolo che sostengono il lastrone di copertura lungo m. 2,55 x 1,15 e di uno spessore di cm. 28, disposti in linea orizzontale sulle loro testate. Questi monumenti archeologici, della massima importanza si trovano nel territorio comunale, nelle località «Su Campu», «Monumentos» e «Sa Piga».

La singolare scoperta si è presentata improvvisa ed imprevista durante gli scavi eseguiti per la sistemazione della diga del costruendo bacino idrico montano, nel territorio comunale di Buddusò situato a m. 714 sul livello del mare.

Risorgono dal buio dei secoli alcuni manufatti di grande interesse per l’archeologia. Sono stati ricuperati tre frammenti di picozze, di media grandezza, completamente arrugginite, delle quali una ha la forma di accetta da una parte e di piccola zappa dall’altra: della terza rimane la sola parte centrale col foro per il manico.

Sono venuti pure alla luce alcuni frammenti di vasi fittili, probabilmente del tardo eneolitico o dell’inizio dell’età del bronzo.

Gli oggetti giacevano in campo aperto alla profondità di m. 1,50, e non molto discosti gli uni dagli altri.

Il sito in cui si scoprirono tali materiali, occupa il centro di una ricchissima zona archeologica. Dista dal nuraghe Torroilè (Torre iliese), in linea d’aria, meno di un chilometro, e dalla cittadella nuragica (la Caput Tirsi dei Romani), dal pozzo sacro, e dai due dolmens, denominati Sa Piga e Monumentos, dista non meno di m. 1,500.

Tutto il materiale è stato consegnato al Museo Giov. Ant. Sanna di Sassari.

Dal posto in cui sono stati scoperti questi antichi oggetti, si gode un panorama meraviglioso. Roveri, elci e sugheri sempre verdi, ammantano il terreno che scende in dolce pendio verso il letto del Tirso che sfociando dalle gore montane fa una larga chiazza nello specchio intensamente azzurro dell’acqua del lago.

L’imponenza del panorama aumenta per la solennità dei monti con il profilo dentato delle cime aspre, ove qua e là spunta una vegetazione spinosa buona a nutrire le capre. Qui i frutti della terra conservano tutta la loro genuina fragranza e nulla hanno di industrializzato, conservato o artefatto.

È bello salirvi per spingere lo sguardo lontano lontano fino ai dossi potenti del Gennargentu e alla catena del Monte Rasu su cui spicca, per il colore bianco che assume la roccia nuda, la mole della più alta vetta.

Dal bacino e dalle alture che lo cingono si gode uno scenario di straordinaria importanza che mutando d’attimo in attimo, stupiscono e incantano.

Qui alla refrigerante aria della montagna, le preoccupazioni della vita si perdono come le nuvolette che veleggiano sull’orizzonte.

Vago e suggestivo è il poter assistere da quel magico balcone, di tardo pomeriggio, ai riflessi dei raggi del sole nelle nubi e nell’acqua e alle varie tinte di combinazioni e sfumature tenui e digradanti, come pitture ad acquerello.

Questo è uno dei molti angoli incantati della Sardegna in cui il turismo dovrebbesi affermare di giorno in giorno.

I forestieri trascorrono qui ore incantevoli e quando se ne vanno portano con loro la nostalgia e il rimpianto di questi luoghi e dei pastori e coloni che vi abitano che sono cordiali, ospitali, arguti e gentili.

Libri dello stesso Autore

Vita di Padre Luca Cubeddu. L. 50

Sul Colle dei Cappuccini. L. 50

Buddusò terra di eroi. L. 50

Bisarcio (Ozieri) e la sua diocesi nella storia e nell’arte. L. 300

L’uomo della burrasca (Mons. Fra Salvatore Saba, cappuccino, fulgida gemma della Sardegna) L. 500

Il Calasanzio e la sua opera in Sardegna. L. 100

L’Araldo di Monte Rasu (Fra Giovanni Parenti). L. 300

Rosa mistica (Suor Pinna, Badessa cappuccina). L. 100

Monumenti preistorici della Sardegna (Escursioni archeologiche sull’altipiano di Buddusò). L. 100

L’Operaio Evangelico (Mons. Filippo Bacciu, Vescovo di Ozieri). L. 100

Perla nascosta ai piedi di un distrutto nuraghe (Santa Reparata a Buddusò). L. 100

Berchiddeddu e la sua necropoli. L. 50

Oschiri. L. 500

Gita al Bacino di Buddusò. L 500

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