L’ISOLA DI SARDEGNA
ricordi di viaggio
di Léon Denis
tratto da
TUNIS ET L’ILE DE SARDAIGNE
1884
Léon Denis (Foug, 1º gennaio 1846 – Tours, 12 aprile 1927) è stato un filosofo e parapsicologo francese, dedito allo spiritismo[1]. Con Camille Flammarion e Gabriel Delanne fu il principale esponente del movimento spiritualista francese, dopo la morte di Allan Kardec. Tenne conferenze in tutta Europa, promuovendo il credo dell’esistenza di una vita ultraterrena dell’anima, presentato nelle sue implicazioni sul piano esistenziale e delle interazioni umane.
È noto come l’apostolo dello spiritismo francese. (SI VEDA QUI).
Immagini fuori testo
I. L’ARCIPELAGO TOSCANO, LA CORSICA, LE BOCCHE DI BONIFACIO
Il 21 ottobre 1879, dopo aver pranzato in fretta al ristorante del Giappone a Livorno, salii a bordo del vapore Italia, della compagnia Rubattino, in partenza per la Corsica e la Sardegna. Il caldo era intenso come in Francia nel cuore dell’estate. Una luce viva illuminava il mare radioso, le bianche case di Livorno, i profili frastagliati delle colline pisane e le lontane cime dei monti di Carrara che si disegnavano all’orizzonte.
Sul ponte del vapore si accalcavano a centinaia contadini lucchesi diretti in Corsica per la raccolta delle castagne. Muniti di enormi bisacce e di giganteschi ombrelli, questi uomini sporchi, cenciosi, dagli sguardi guardinghi e cupi, somigliavano più a briganti che a onesti lavoratori. Alcuni di loro giocavano alla morra, tra urla fragorose e gesti frenetici. Da poppa salivano suoni di strumenti a corda, brandelli di canzoni, un batter di piedi tale da far tremare la nave. Tre musicisti malridotti suonavano arie popolari italiane.
Al suono dei violini e dell’arpa, giovani uomini e ragazze danzavano con grida di gioia e risate squillanti. Gli altri passeggeri, disposti in cerchio, battevano le mani a tempo come accompagnamento. Le giovani donne, vestite con costumi dai colori vivaci ornati di pompon e galloni, a capo scoperto, i capelli arruffati che scendevano sulla fronte, si abbandonavano languidamente alle braccia dei loro cavalieri. Il piacere accendeva una scintilla nei loro occhi.
Il vapore aveva preso il largo. La prua fendeva l’acqua tracciando una scia che si allungava lontano dietro di noi. A destra e a sinistra il mare si stendeva immenso e azzurro come il cielo. La costa d’Italia sembrava fuggire. Gli edifici, le alte case di Livorno, la gigantesca torre della Lanterna che segna l’ingresso del porto, tutto svaniva a poco a poco.
Le numerose isole dell’Arcipelago Toscano emergevano una a una dal seno dei flutti, simili a Titani a mezzo sommersi. Erano la Gorgona, la Capraia, dalla cima arrotondata e spoglia, dal porto stretto e incassato dominato da un borgo pittoresco; a oriente, l’isola d’Elba con le sue grandi falesie rossastre, quindi il promontorio scosceso di Piombino.
Nulla è più idoneo a inebriare l’anima e incantare gli occhi di una simile traversata in un giorno sereno. Questo mare così limpido e azzurro, i giochi di luce e d’ombra che rivestono le isole di mille sfumature fuse, un profumo di mirti selvatici che la brezza stacca dalla costa e porta fino al ponte del vapore, le barche dalle vele latine che volano leggere sfiorando la superficie dell’acqua — tutti questi incanti suscitano nell’animo del viaggiatore un’impressione deliziosa e indelebile.
Molto prima di aver doppiato Capraia si distingue la Corsica e le sue montagne azzurrine, che si prolungano in linea retta verso sud. A poco a poco ci si avvicina, e queste masse confuse prendono forma; i contorni si illuminano. Sui pendii ripidi che scendono e si nascondono sotto le acque, villaggi sono disposti in modo singolare. Dei pastori hanno acceso fuochi sulle creste e una colonna bianca di fumo sale a spirale nell’aria.
Ben presto appare Bastia, con le sue case massicce disposte ad anfiteatro fino alle alture coronate da antichi forti genovesi, sulle cui rovine crescono in competizione fichi d’India e fichi selvatici. Il vapore getta l’ancora al largo e numerose barche si accalcano attorno ai suoi fianchi. I lucchesi vi si ammassano e il loro sbarco dà luogo a scene comiche. La dogana francese, sospettosa, rovista nelle loro bisacce e li costringe a spargerne il contenuto sulle lastre del molo.
Ripartiamo dopo due ore di scalo e costeggiamo fino a sera la costa orientale della Corsica, pianeggiante e paludosa, dove la febbre regna sovrana.
Di tanto in tanto, tra gli stagni, si leva una vecchia torre screpolata e solitaria, posto d’osservazione costruito dai Genovesi. Tutta questa costa, oggi sterile, era un tempo uno dei granai di Roma. Vi fiorivano potenti colonie: Mariana, Aléria, città di quaranta o cinquantamila abitanti. Poi vennero i barbari: Goti e Vandali distrussero le città e spinsero gli abitanti verso le montagne. La natura riconquistò a poco a poco il suo dominio sull’uomo. Le acque dei torrenti, non più trattenute dagli argini, si sparsero nella pianura formando vaste distese stagnanti, i cui miasmi infestarono la regione.
Questo stato di cose, aggravato dalle lunghe guerre contro Genova, dura da secoli, e ancora oggi la parte più fertile e coltivabile dell’isola viene abbandonata per sei mesi l’anno. Durante l’estate, la diligenza postale che percorre la lunga strada da Bonifacio a Bastia attraversa solo villaggi deserti. Raramente si scorge, sulla soglia di una misera capanna, qualche infelice dal volto ingiallito, spettrale, tremante di febbre, che getta sulla vettura uno sguardo smarrito dalla sofferenza e dalla miseria.
Basterebbero pochi lavori per risanare la pianura orientale e restituirla all’agricoltura. Ma gli isolani sono poveri, i capitali mancano e i Francesi del continente poco si curano della Corsica. Non è forse questo il caso di constatare quanto quest’isola sia stata a lungo trascurata, specialmente sotto il regime imperiale, che pure i Corsi sostenevano con ogni mezzo? È una strana anomalia, degna di uno studio interessante.
I Corsi, che l’Impero aveva fatto suoi agenti, ne furono arricchiti; quanto all’isola, essa rimase per mezzo secolo in completo abbandono. Fino al 1830 una sola strada attraversava la Corsica collegando Ajaccio e Bastia; gli altri centri comunicavano solo tramite sentieri pietrosi percorribili dai muli. Nessun porto, se non quelli naturali. Solo sotto il regno di Luigi Filippo iniziò la costruzione della rete stradale. Il Secondo Impero fece ben poco di più. Negli ultimi anni, il governo repubblicano ha fatto più di tutti i precedenti: si lavora all’ampliamento del porto di Bastia e si tracciano strade forestali nell’interno. Nel suo grande progetto ferroviario, Freycinet non ha dimenticato la Corsica, e ad Ajaccio si è recentemente celebrata l’inaugurazione dei lavori della linea Corte-Bastia.
La notte era calata quando l’Italia entrò nelle Bocche di Bonifacio. Grandi nuvole correvano nel cielo oscurandolo, ma improvvisamente, al centro dello stretto, si aprirono e apparve il disco pieno della luna. Lunghe scie di luce bianca si stesero sul mare e sulle isole. Le creste delle onde si argentavano; capi, scogli, promontori emergevano dall’ombra.
Alla nostra destra distinguevo Bonifacio, arroccata su alte rocce sotto le quali il mare ha scavato profonde caverne. Più vicino a noi, gli scogli di Lavezzi, di sinistra memoria: là, nel 1854, naufragò la fregata La Sémillante durante una terribile tempesta. Mille uomini, marinai e soldati, furono inghiottiti in una sola notte, senza che alcuno sopravvivesse.
A sinistra appariva la costa scoscesa di Caprera, dimora di Giuseppe Garibaldi, e più indietro i monti della Gallura, regione aspra e desolata, irta di montagne nude incise dalle tempeste, così selvaggia da evocare paesaggi lunari.
Tre fari illuminano queste acque pericolose: quelli di Bonifacio, della Maddalena e di Capo Testa. I loro fasci intermittenti brillavano a turno; quando uno si spegneva, un altro riappariva subito, attirando lo sguardo. Più in alto, tra le nubi, splendevano le luci del cielo, innumerevoli fanali dispersi nell’infinito.
Il gioco dei fari, la quiete della notte, appena turbata dal rumore dell’elica e dal canto monotono di un marinaio al timone, mi trattennero a lungo sul ponte. Ma il vento di nord-ovest si levò improvvisamente, il rollio aumentò scuotendo violentemente il vapore. Dovetti infine ritirarmi in cabina fino al mattino.
II. PORTO TORRES, SASSARI E I SARDI
L’estrema mobilità dei venti che dominano l’intero bacino del Mediterraneo ne fa uno dei mari più pericolosi del globo. Non è raro vedervi soffiare, nel corso di una traversata di un solo giorno, tutti e quattro i venti della bussola.
In relativa calma avevamo superato i passaggi insidiosi delle Bocche di Bonifacio e stavamo per costeggiare la Sardegna, quando, all’uscita dello stretto, l’Italia, investita da un violento maestrale, cominciò una danza furiosa. Poco carica di merci, offriva ancor più presa alle onde che, nei loro impeti, la sballottavano come un guscio di noce. A ogni rollio bisognava aggrapparsi con forza ai bordi della cuccetta per non essere scaraventati nella cabina. I mobili rotolavano senza sosta, gli utensili e le stoviglie si urtavano con fragore contro le credenze.
Il rumore delle onde che piegavano il vapore e lanciavano spruzzi che cadevano fino nelle boccaporte, i marinai che correvano sul ponte tremante, i rintocchi della campana di bordo, le grida delle donne e dei bambini spaventati — tutti questi suoni si fondevano in un concerto selvaggio, sul quale il vento tra le sartie stendeva una cupa e minacciosa nota di fondo.
Questo momento sgradevole durò poco. Un semicerchio di isole, dette dell’Asinara, si allunga come uno schermo a nord-ovest della Sardegna. Appena superata la prima, ci trovammo al riparo dal vento, in acque tranquille.
All’alba gettammo l’ancora a Porto Torres, tra velieri e accanto a un vapore, il Piemonte, che si preparava a partire per Civitavecchia. Un molo fiancheggiato da alte case dall’aspetto povero e cadente, alle cui finestre asciugavano ghirlande di stracci; paludi, un ruscello fangoso e, qua e là tra le canne, rovine romane — colonne, arcate di acquedotti — ecco ciò che si offriva ai nostri occhi. Questi resti ricordano che un’antica e potente città marittima sorgeva dove oggi non vediamo che un porto misero.
Sbarchiamo, e una legione di facchini denutriti, mezzo nudi, si precipita sui bagagli. Dopo il controllo alla Dogana, si corre verso una baracca di legno all’estremità del molo, davanti alla quale un treno è pronto a partire per Sassari. Questa baracca è la “stazione” della Compagnia della Ferrovia Reale Sarda.
Offro una moneta d’oro da venti franchi per pagare il biglietto di seconda classe, e subito gli impiegati si accalcano stupiti attorno allo sportello. Il cassiere fa risuonare più volte la moneta sul banco per verificarne l’autenticità. Si comprenderà tale meraviglia sapendo quanto il denaro metallico sia raro in Italia. Circola quasi esclusivamente carta, e agli sportelli si vedono soprattutto banconote sudice e monete di bronzo.
La penisola e le isole sono inondate di carta-moneta di ogni valore, fin da cinquanta centesimi. Non solo la banca nazionale e lo Stato emettono carta, ma anche le banche locali. Così, in Sardegna, si trovano biglietti della banca sarda, agricola, di Cagliari, di Sassari, ecc. Ma è impossibile portarli fuori dal luogo di emissione: già nella località vicina non vengono accettati. Ne deriva un grande impaccio negli scambi. Per cento franchi d’oro si ricevono oggi centodieci franchi di carta italiana, talvolta anche centoventi. Le monete francesi sono ricercate, e oro e argento rifluiscono verso la Francia. Quel poco che resta viene accuratamente nascosto.
I biglietti ferroviari sono meno cari che in Francia a parità di distanza, ma non vi è alcuno sconto per i bagagli. In Sardegna vidi per la prima volta carrozze di quarta classe: simili a vagoni merci coperti, in cui si viaggia in piedi, reggendosi a una sbarra di ferro. Una folla rumorosa e stracciona vi si accalca abitualmente.
La distanza tra Porto Torres e Sassari è di appena venti chilometri. La linea attraversa inizialmente una regione deserta e paludosa, poi sale verso un altopiano ricoperto di frutteti e oliveti. La vite si avvolge agli olmi e ai gelsi; si susseguono boschetti di aranci, limoni e melograni. Innumerevoli ulivi piegano verso sud il loro fogliame grigiastro, scosso con furia dal maestrale.
Presto appaiono le mura in rovina e i sobborghi polverosi di Sassari. Alla discesa dal treno siamo circondati da una folla di mendicanti che invade i binari. Non c’è neppure una vettura. Seguito da un facchino, attraverso il campo della fiera battuto dal vento e raggiungo il Corso Vittorio Emanuele, principale via cittadina, fiancheggiata da alte case e negozi. Il selciato, come in tutte le città italiane, è fatto di grandi lastre di granito. Piccole bandiere sventolano sopra le osterie dove si vende la vernaccia, vino nuovo del paese.
Una graziosa piazza ornata dalla statua di Domenico Alberto Azuni occupa il centro della città. Vi si affacciano edifici pubblici — municipio, posta, amministrazione provinciale. La piazza prosegue nella Via Cavour fino al vecchio castello aragonese in rovina.
Vicino al castello, trasformato in caserma, si trova l’hôtel Bertrand, gestito da un francese, che mi assegna una stanza enorme. La finestra, chiusa da pesanti tende, dà sulla Via Cavour, deserta a mezzogiorno ma animata poco dopo.
Uscito, percorro la città per osservare volti e costumi locali. Il momento è quanto mai favorevole: è domenica e gli abitanti delle campagne affluiscono numerosi a Sassari.
Gli uomini cavalcano piccoli cavalli vivaci. Indossano un lungo berretto di lana nera ricadente sulla nuca, il cui capo forma una grossa palla ondeggiante. Vestono un corpetto nero senza maniche, camicia e ampi pantaloni bianchi, con ghette nere fino al ginocchio. Alcuni portano pelli di pecora rovesciate, con la lana all’interno, strette in vita: abito curioso, considerato un rimedio contro la febbre.
Le donne indossano abiti dai colori vivaci, con corsetti ricamati in seta e argento. Le gonne sono rosse o verdi per le giovani, blu per le sposate. Un copricapo ricadente sulle spalle completa il costume, spesso di grande valore e riservato alle feste.
I Sardi, generalmente di bassa statura, hanno carnagione scura e capelli neri. I tratti duri ricordano quelli africani: nelle loro vene scorre sangue arabo, retaggio delle dominazioni saracene. La maggioranza non parla italiano: nelle città si usa la lingua nazionale, ma nelle campagne domina un dialetto aspro, con influssi arabi e spagnoli.
La popolazione sarda differisce profondamente da quella della penisola: al posto della vivacità italiana, presenta una gravità malinconica che colpisce subito. Questa malinconia si riflette anche nei canti, lenti e monotoni, che risuonano nelle osterie.
La Sardegna conserva forse gli unici monumenti attribuibili agli Iberi in epoca preistorica: i nuraghi, torri ciclopiche costruite senza cemento, che servivano insieme da abitazioni e sepolture. Queste rovine risalgono a circa tremila anni fa.
Quale abisso è il tempo! Generazioni innumerevoli sono passate, e queste costruzioni restano ancora in piedi, testimoni di una storia che l’uomo ha dimenticato.
III. LA BARBAGIA, IL CAMPIDANO, ORISTANO
Le ferrovie sarde, che in un tempo dato dovranno servire l’intera isola collegando i suoi due principali centri, Sassari e Cagliari, attualmente non si compongono che di due tronconi situati alle estremità nord e sud della Sardegna, separati dalla regione accidentata che si estende da Sassari a Oristano.
Una diligenza percorre in venti ore questo intervallo di trenta leghe [circa 120 chilometri]. La partenza avviene la sera, al calare della notte. Nel momento in cui la vettura, che mi trasporta come unico viaggiatore, si mise in movimento attraverso le strade di Sassari, al suono dei sonagli dei suoi sei cavalli e agli schiocchi della frusta del postiglione, due carabinieri, con il lungo abito nero dai bottoni di metallo bianco, il cappello nero inclinato e la carabina distesa sulla coscia, si lanciarono al galoppo al nostro seguito. Essi si davano il cambio da una posta all’altra, scortandoci così per tutto il tragitto. Queste precauzioni erano divenute necessarie in seguito a un assalto a mano armata alla diligenza, avvenuto poco tempo prima nella regione montuosa e selvaggia nei pressi di Macomer. Dei banditi appostati avevano ucciso due cavalli e derubato tre francesi, tra cui due donne. Queste, spogliate dei loro vestiti, furono lasciate seminude sulla strada deserta, nel cuore di una notte fredda, a tre leghe [circa 12 chilomentri] da ogni abitazione. I banditi furono quasi subito arrestati, ma il capo della banda riuscì a fuggire nonostante avesse ai piedi manette e catene.
Attraverso la notte oscura, la lanterna illumina con una luce vaga e tremolante il postiglione, coperto da una pelle di capra, che si agita furiosamente sul sedile e incita i suoi cavalli con grida rauche. I muri dei giardini, gli alberi, i burroni pietrosi, i pendii spogli scorrono ai lati della strada. Di tanto in tanto appare una capanna e, dalla porta aperta, si vedono contadini in stracci che si scaldano davanti a un grande fuoco.
Raggiungiamo Macomer, punto di diramazione di più strade, dove la vettura si ferma a lungo. Mi rifugio nell’ufficio della diligenza, dal pavimento in terra battuta, il cui enorme camino, dove arde un tronco d’ulivo, potrebbe riscaldare una cinquantina di persone. I carabinieri, avvolti nei loro grandi mantelli, tendono le mani verso la fiamma. Dei sardi con lunghi berretti mi osservano con curiosità.
Ripartiamo all’alba e scendiamo rapidamente la lunga serie di tornanti tracciati dalla strada sui fianchi della Catena del Marghine, montagna che domina la vasta pianura, o Campidano, di Oristano. Molto lontano, verso oriente, all’altra estremità della pianura, i primi riflessi purpurei dell’alba incendiano il lontano e nevoso profilo del Gennargentu, o “cima d’argento”. I bagliori aumentano poco a poco d’intensità finché il disco del sole, simile a una fornace ardente, appare sopra la lunga linea delle alture e illumina con i suoi raggi le creste aguzze e le gole selvagge. Il profilo scuro dei monti della Barbagia si staglia allora nella luce del mattino come una gigantesca sega dai denti innumerevoli.
La Barbagia è la parte più aspra e più remota dell’isola. I suoi abitanti si distinguono dagli altri sardi per un carattere particolare di selvatichezza. Discendono dagli aborigeni, ossia dai primi popoli che occuparono la Sardegna prima della storia e che non si sarebbero mai sottomessi, si dice, alle dominazioni romana e cartaginese. Una parte della Barbagia è abitata dai discendenti di tribù berbere immigrate nei primi secoli della nostra era e che, dopo lunghe lotte con i primi occupanti, furono respinte in queste regioni inospitali. Queste popolazioni hanno conservato l’impronta della loro origine: i loro costumi, la lingua, i canti e le improvvisazioni ricordano quelli dei berberi d’Africa.
Tra le due catene del Marghine e della Barbagia si estende il Campidano, pianura cerealicola che la strada principale dell’isola attraversa. Intorno a noi si susseguono campi spogli: le stoppie si ergono sole sulla superficie monotona, dove pascolano qua e là piccoli buoi tozzi dalle lunghe corna. Attraversiamo anche vaste lande, grigie e tristi in questa stagione, ma che in estate si coprono di cisti e asfodeli.
Si percorrono lchilometri e chilometri csenza incontrare un villaggio né vedere un volto umano. Infine, alcuni miserabili abitazioni si raggruppano lungo la strada, presso un fiume o torrente, il cui letto incassato lascia vedere pozze d’acqua fangosa che brillano tra cespugli di aloe e oleandri.
Vapori malsani strisciano sul suolo privo di vegetazione. La vettura si ferma; si cambiano i cavalli. Bambini sporchi e laceri, con i capelli arruffati, vecchi e donne appena vestite tendono la mano lanciando piccoli lamenti. Tutto è sordido. Le capanne, dalle porte basse, emanano un odore pestilenziale di olio rancido e corrotto. Attraverso aperture praticate a livello del suolo si intravedono tuguri appena degni di ospitare gli animali più immondi, dove dormono alla rinfusa uomini, donne, ragazze e ragazzi. In mezzo a questi stracci e a questa miseria, i nostri carabinieri, avvolti nelle loro uniformi, sembrano dei signori.
Alla partenza costeggiamo le scarpate del Monte Ferru, vulcano spento da secoli, le cui rocce nere e bruciate contrastano con il verde della foresta di aranci che si estende sui suoi fianchi. Questa celebre foresta è quella di Millis, e i suoi frutti profumati si vendono in tutta l’isola.
Oltre, ricomincia la pianura monotona e interminabile, attraverso la quale la strada si snoda come un lungo nastro polveroso. Infine, dopo aver attraversato su un ponte di legno un fiume dalle acque dense e malsane, all’estremità di un viale dove le ruote della diligenza sprofondano fino all’asse nella polvere, Oristano mostra le cupole schiacciate delle sue chiese.
Oristano è una piccola città di seimila abitanti, sommersa dalla polvere e da un caldo ardente. Attraverso la pianura nuda soffia senza ostacoli lo scirocco africano. A parte alcune alte case in pietra nel centro, nei pressi della piazza del Mercato, tutte le costruzioni sono in mattoni crudi e vuoti, e i muri dei giardini in fango essiccato mescolato a paglia. Queste abitazioni hanno un aspetto miserabile e desolante.
Sulla grande piazza una folla di contadini in stracci, con berretti e giacche nere, ampi pantaloni bianchi fino al ginocchio, a mo’ di gonne, piedi nudi e gambe sporche, calpesta la terra battuta e conversa in un dialetto gutturale incomprensibile. Di bassa statura, con barbe nere come il giaietto, incarnato scuro e sorriso muto che lascia intravedere denti acuti tra labbra spesse, questi sardi hanno l’aspetto di veri briganti, tale da incutere timore. Eppure, si dice, sono brave persone.
Bambini e giovani donne, a malapena coperti da stracci sudici, si rotolano davanti alle porte. Carri massicci dalle ruote piene passano continuamente, trainati da buoi magri, guidati da bovari dall’aspetto selvaggio che li incitano con grida rauche. Le ruote producono un cigolio stridente.
Sulla piazza, pescatori espongono triglie, lamprede e orate, contese da nugoli di mosche che tentano invano di scacciare con lunghe fronde. Un prete in tonaca lisa, con un alto cappello scolorito dal tempo, contratta l’acquisto di lamprede e le porta via sotto il braccio in un pezzo di carta.
L’albergo che mi ospita, nonostante il nome altisonante di “Hotel del Commercio”, non è che una modesta osteria, con grandi sale spoglie. Un letto di ferro e una sedia: questo è tutto l’arredo della stanza. Nessun tappeto, nessuna tenda; in compenso, una sporcizia ripugnante e miriadi di pulci e zanzare.
Gli unici edifici di Oristano sono le chiese. Questa città, sebbene piccola e misera, è sede arcivescovile. Non c’è del resto borgo in Sardegna che non abbia il suo vescovo. La cattedrale, in stile romano-bizantino, innalza la sua facciata ornata di sculture sul fondo di una piazza deserta, dove l’erba cresce tra i lastricati sconnessi. All’interno, nel fondo dell’edificio vuoto, i canonici, seduti nei loro stalli, intonano un canto nasale le cui note discordanti rimbalzano sotto le volte.
Mentre all’esterno tutto parla di miseria, qui si vedono soltanto oro e tessuti preziosi. L’altare è di marmo; dipinti di valore adornano le pareti; cappelle colme di ornamenti si aprono lungo le navate; sotto i piedi si stende un pavimento a mosaico. Tutte le ricchezze del paese sembrano riservate al culto — un culto vano e fastoso, che richiama le religioni antiche della Grecia e di Roma, fatto per colpire i sensi più che il cuore o la ragione.
IV. CAGLIARI
La linea ferroviaria che collega Oristano a Cagliari, capitale dell’isola, attraversa la regione più ricca e più popolosa della Sardegna. I villaggi vi appaiono numerosi, elevando al di sopra delle case basse, coperte di tegole rosse, il sottile campanile delle loro chiese, arrotondato come un ditale. Le terre incolte diventano rare e le colture si susseguono quasi senza interruzione. Da ogni lato di questa pianura, chiamata Campidano maggiore, lo sguardo scopre cime lontane, molte delle quali sono coronate da maestose rovine.
Nel momento in cui lasciavamo Oristano, il cielo si caricava di grandi nuvole spinte dalla brezza marina verso l’interno dell’isola. Raggiunte le prime alture, queste nubi si squarciarono e scoppiò il temporale. Una pioggia abbondante rinfrescò l’aria, poi il sole tornò a splendere, trasformando le gocce sospese sugli alberi e sui fili del telegrafo in altrettante perle dai colori scintillanti. Era uno spettacolo singolare, degno di meraviglia per un pittore: dopo la tempesta, le montagne lontane innalzavano le loro creste nere come l’ebano sopra le nuvole argentate che fluttuavano a mezza costa.
Cagliari, la più importante città sarda, è costruita ad anfiteatro sul mare, su una collina circondata da stagni. Le sue case, con finestre ornate di gelosie, dispongono le loro terrazze a gradoni fino al Casteddu, vasta fortezza che domina tutta la città e i suoi dintorni. Presso i bastioni si estende la passeggiata del Buoncammino, da cui si gode un panorama immenso. Da lì si distingue la fertile pianura di Cagliari con i suoi villaggi bianchi, le strade, i sentieri e le siepi di fichi d’India, le cui lunghe pale spinose si aggrappano alle rocce e invadono ogni angolo di terra.
Più vicino, un cerchio di giardini cinge la città; le lunghe chiome delle palme e dei palmizi nani, che si elevano ovunque, conferiscono al paesaggio un aspetto orientale. In lontananza, verso l’interno, fanno da sfondo montagne azzurrine; verso sud si stendono le saline, gli stagni, il golfo inondato di luce, animato da vele e barche da pesca; l’orizzonte infinito del mare si confonde con il cielo. Dalla fortezza, occupata dai battaglioni di cacciatori franchi, compagnie di disciplina dell’esercito italiano, si dipartono le strade di Cagliari, tortuose ma pulite, che scendono fino al porto.
A Cagliari ci si ritrova in piena civiltà. Il commercio e la navigazione vi sono attivi. Servizi regolari di piroscafi collegano la città con i principali porti italiani e perfino con Tunisi. Tuttavia, l’industria vi è nulla e l’istruzione poco sviluppata. Cagliari possiede nondimeno un’università quasi più ricca di professori che di studenti: una cinquantina seguono i corsi. Segno caratteristico: in questa città di trentamila abitanti vi è un solo libraio, la cui bottega è piccolissima e chiusa ogni giorno dalle undici del mattino alle quattro del pomeriggio. In compenso, si stampano numerosi giornali, che i ragazzi vendono per le strade gridandoli con strane inflessioni di voce.
Conclusione generale dell’autore
In sintesi, l’isola di Sardegna, sebbene meno pittoresca della Corsica, non è priva di interesse. La sua popolazione, soprattutto, è curiosa da osservare e studiare. L’osservatore, l’amante del colore locale, vi incontrerà quei tipi primitivi e selvaggi che sono scomparsi quasi ovunque altrove. La civiltà ha appena sfiorato questa grande isola: ha stabilito il suo dominio soltanto nelle due città principali; l’interno, e in particolare le regioni montuose, è occupato da un popolo arretrato e barbaro, votato all’ignoranza e alla superstizione.
Quest’isola è tuttavia più fertile della vicina Corsica. Le sue pianure producono abbondante grano; innumerevoli greggi percorrono i pascoli e ogni primavera si caricano a Porto Torres venti o trenta navi di bestiame dirette a Marsiglia.
Olio e vino vi abbondano. Foreste di pini, larici e lecci risalgono i pendii delle montagne, e le gole più remote nascondono miniere di grande ricchezza. Diverse compagnie straniere, francesi e inglesi, vi si sono stabilite per sfruttare il prezioso minerale di ferro sardo, già noto ai Romani e tra i migliori del mondo.
E tuttavia, malgrado tutto, questo paese resta uno dei più arretrati e abbandonati d’Italia e perfino d’Europa. Le comunicazioni sono difficili e mancano strade per trasportare i prodotti dell’interno verso i porti. I metodi agricoli sono estremamente rudimentali: si ara ancora la terra come ai tempi dei patriarchi. Un vomere di legno fissato a una pertica — tale è l’aratro sardo; gli strumenti in ferro o acciaio sono rarissimi. Con mezzi grossolani, il contadino lavora duramente dall’alba alla notte per smuovere appena la superficie di una terra che, meglio coltivata, darebbe raccolti abbondanti.
Una cintura ininterrotta di stagni malsani circonda l’isola, e le esalazioni febbrili che emanano avvelenano l’aria diffondendo malattie e morte. La popolazione è quindi debole e la vita media poco elevata. La Sardegna è luogo di punizione ed esilio per i funzionari e ospita l’unico bagno penale d’Italia.
Dal punto di vista intellettuale e morale, l’isola non è più favorita. È la regione più arretrata del regno per quanto riguarda l’istruzione, persino dopo la Sicilia e il napoletano. Su cento sardi, ottantotto non sanno né leggere né scrivere. Invano il governo fonda scuole: la popolazione le evita. È noto quali mali generi l’ignoranza; la superstizione non è il minore. Il sardo è dominato da pregiudizi e routine; pratica ancora la vendetta e il banditismo, scomparso in Calabria e ridotto in Sicilia, riappare ancora talvolta nell’isola tirrenica.
L’«Avvenire di Sardegna» del 24 ottobre riferisce che a Nurri, grosso borgo a pochi chilomentri da Cagliari, venticinque uomini hanno circondato di notte la casa di un notabile, lo hanno maltrattato e gli hanno rubato milleduecento lire. Abbiamo già parlato degli assalti alle diligenze sulla strada di Sassari. Il carattere del sardo, tuttavia, non è malvagio: è meno violento e meno duro del suo vicino siciliano; è la miseria che lo spinge al crimine. Da tempo i prodotti dell’isola si vendono male: vini, grano e olio trovano sbocchi a prezzi poco remunerativi. Ne deriva una diffusa difficoltà economica.
Inoltre, il paese è oppresso da imposte numerose e gravose. Il governo italiano, per sostenere spese considerevoli — un esercito di quasi cinquecentomila uomini, una complessa amministrazione, grandi lavori pubblici — ha dovuto introdurre tasse pesanti: sul sale, sulla macinazione, sui trasporti, sui veicoli, oltre a un’imposta fondiaria elevatissima. I sardi, già poveri, non riescono a pagarle; i debiti si accumulano e il bisogno li spinge al furto e al brigantaggio.
L’Italia, con questi pesi legati ai piedi — la Sardegna, la Sicilia, il paese napoletano — avanza con difficoltà lungo la via aspra che le dure esigenze della vita moderna tracciano ai popoli. La sua situazione finanziaria oscilla continuamente tra l’aumento del debito e l’imposizione di tasse sui beni di prima necessità. I suoi governi, incapaci di costituire una maggioranza stabile in Parlamento, cadono uno dopo l’altro. Elezioni continue agitano il paese, già esposto alle manovre dei clericali.
La profonda ignoranza delle classi popolari non consente ancora di instaurare il suffragio universale, unica base di un regime democratico, ma che, allo stato attuale, non sarebbe in Italia che uno strumento di dominio per i preti e una minaccia mortale per l’unità nazionale.
Tuttavia, il governo del re Umberto I di Savoia è liberale nel senso più ampio del termine. I ministri sono abili, e importanti progressi sono in corso di realizzazione.
Se l’Italia meridionale è in ritardo di due secoli sull’orologio della civiltà, la vitalità delle popolazioni del nord è così potente che esse sapranno trascinare al loro seguito queste sorelle arretrate del sud nella vasta arena del lavoro e dell’unificazione. Già, sotto l’influenza illuminata della casa di Savoia, l’industria italiana si sviluppa, le università si moltiplicano, le ferrovie attraversano la penisola in ogni direzione, collegando alle grandi città le regioni più remote e selvagge.
Che l’Italia sappia imporre silenzio allo spirito d’avventura e al militarismo eccessivo, e — con l’aiuto della pace, con il miglioramento della situazione finanziaria, con la repressione del banditismo e della mendicità, con la diffusione dell’istruzione — la patria di Dante Alighieri e di Vittorio Alfieri vedrà aprirsi un’epoca migliore e prospera.
