Nella Barbagia Settentrionale
Impressioni di Viaggio
di Pietro Nurra
Sassari, Tipografia Giuseppe Dessì,
1896
CAPO I.
IN VIAGGIO
PER raccogliere materiali e notizie intorno ad un lavoro sulle Sacre Rappresentazioni di Sardegna, al quale da vari anni attendevo, avevo determinato di recarmi nel Nuorese, dove le notizie esistevano più numerose, le tradizioni più importanti. Non era un viaggio di piacere, certo, ma, che volete, l’idea era ormai entrata nella mia mente e, presto o tardi, doveva ottenere una completa esecuzione. Anzi, a forza di pensarci su, sentivo una specie d’entusiasmo anche, lasciatemelo dire; o fosse il desiderio di variare la vita monotona della città, o la speranza di buoni risultati nelle ricerche od altro.
Eppure la mattina delli otto aprile (1895), avviandomi alla stazione per partire, sentivo uno scoramento, una nausea, dirò quasi, di ciò che stavo per fare, che mi domandai più volte se non era il caso di tornare indietro. Era una grigia e fredda mattina, e pioveva dalle nuvole un pulviscolo minuto e continuo che metteva i brividi nelle ossa. Solo, col bavero del mantello rialzato, le mani in tasca, e col ribrezzo della febbre che mi correva le vene (ero ancora convalescente da una lunga malattia), scendevo tristamente per il Corso Vittorio Emanuele di Sassari. Pensavo alle care abitudini di vita tranquilla, interrotte, ai lieti giorni di festa che avrei passato con gli amici, ed invano, per combattere quell’accoramento, ricordavo gli studi che avrei potuto compiere, le ricerche che avrebbero avuto buoni risultati, gli impegni assunti. Tutti questi pensieri, che giorni prima mi accendevano d’entusiasmo, ora mi lasciavano freddo, svanivano quasi come idee lontane che giammai avessero occupato la mia mente.
La stazione era quasi vuota: il treno parea rincantucciato sotto l’alta tettoia grigia, e qualche viaggiatore mostrava al finestrino la faccia noiata e stanca. Vidi uno scompartimento vuoto, entrai, mi chiusi dentro e mi buttai in un angolo col cappello sugli occhi. I tristi pensieri continuavano a tormentarmi: Quanto meglio non avrei fatto a restarmene a casa! A quest’ora sarei ancora a letto e poco m’importerebbe del sole e della pioggia. Invece, ieri notte ho dormito male, oggi ho la febbre, stanotte dormirò peggio, e così via. Bel gusto strapazzarsi a questo modo per visitare quattro archivi, ma che dico archivi, quattro casse polverose, per scriver poi dei libri che non legge nessuno. La gloria! Sì, le zucche fresche! Io intanto sgobbo, e grazia se qualcuno dirà: – Via… non c’è male, è un giovine che fa qualche cosa, … promette, … farà una bella carriera.
Chissà dove sarei andato a finire col mio soliloquio, se, ad interromperlo, non fosse entrato, alla prima fermata, un viaggiatore. Francamente, ne fui seccato; amavo restar solo coi miei pensieri. Non mi mossi sperando che il nuovo venuto si cacciasse anche lui in un angolo e non fiatasse. Invece mi sento chiedere: – Per favore, avrebbe dei fiammiferi? — No, risposi secco, senza muovermi, e mentivo. — Che combinazione, continuava quell’altro, … li ho dimenticati a casa sul tavolo… Sa, nella fretta di partire, … temevo di non arrivare in tempo… Mia moglie mi gridava: Fa presto — Corro fuori, carico la pipa; … io sono un fumatore ostinato, … il sigaro, vede, non mi soddisfa… Che vuole!… i toscani erano i migliori, ora sono una porcheria… Mi ricordo in Corsica, … sigari stupendi a mezzo soldo l’uno, perchè là, vede, si vendono per le botteghe come da noi le frutta. Tutti scelgono…; in Italia, invece, il Governo non sa fare, e andiamo male, sa, di questo passo, … la corda è troppo tesa e finirà col rompersi. Le imposte non si possono più sopportare, persino l’aria che si respira paghiamo! Un povero proprietario che ha la vigna distrutta dalla filossera e non fa una goccia di vino, deve pagare lo stesso… — Io crepavo di rabbia, ma rimanevo lì, duro come un piolo, senza dire una parola. Si cheterà alla fine, pensavo. Niente! — Qui fa caldo, continuava l’amico imperterrito, permette che abbassi gli sportelli? — Io non dissi nè sì, nè no
— Toh! fa una bella giornata, e prima pareva che volesse piovere — Voltai il capo e non potei fare a meno di dare un’esclamazione di meraviglia. Il cielo era d’un azzurro purissimo, le ultime nubi scomparivano dietro la linea dei monti e sulla terra verdeggiante brillava il sole. Provai quasi un infantile sentimento di gioia, e misi la testa fuori del finestrino. Com’era bella la campagna! Quell’acqueruggiola ne aveva ravvivato le tinte; un’aria pura, balsamica, soffiava leggermente ed io l’aspiravo a pieni polmoni. In un lampo, la noia, lo scoramento m’erano passati, non sentivo più quella fiacchezza del corpo che io attribuivo all’accesso febbrile. Mi sentii tirare per la giacca, mi voltai: era l’amico che tutto trionfante mi mostrava un fiammifero di legno — Vede, cosa vuol dire la combinazione! L’ho trovato in una saccoccia sfondata, … chissà da quanto tempo vi era. — Io sorrisi, ed egli continuò: Ora accendiamo la nostra buona pipa… Di mattina, vede, si fuma con piacere: io, appena levato, dopo che mi lavo la faccia, la prima cosa che faccio è di mettermi la pipa in bocca. Anche dopo pranzo si fuma bene, però i medici dicono che turba la digestione: non è vero! anzi la favorisce, specialmente se si mangiano delle sostanze grasse o che sono difficili a digerire, … non le pare? — Ora mi ci divertivo mezzo mondo a lasciarlo dire: m’avevo tolto il cappello, m’ero sdraiato addirittura sui banchi, allegro come uno scolaro in vacanza.
Di tratto in tratto passavan fuggendo nel finestrino la campagna verde e le casette bianche. L’amico accese il fiammifero — Ecco i fiammiferi buoni, i veri fiammiferi da campagna: quelli di cera si spengono subito o si piegan sotto e abbrucian le dita … Pipa, vera americana, al catrame… buona per la salute — … Il fiammifero si spense. Non potei più tenermi e scoppiai a ridere come un matto — Eccone degli altri, dissi, e soggiunsi subito per scusare la mia precedente negativa: Non mi ricordavo d’averli.
Altra fermata, altri viaggiatori; io m’affacciai al finestrino. Il pesante treno delle Ferrovie Reali passava fragorosamente, a volte filando dritto come una freccia, a volte snodandosi in anelli come un immane serpente, a volte ansando a superar le salite. D’intorno campi e sempre campi, pianure che si estendono a perdita d’occhio e armenti di pecore e di buoi pascolanti; a tratti, una distesa di macchioni di lentischio, un misero fiumicciattolo avvolgentesi silenzioso fra le roccie. Un po’di vegetazione, piccole oasi in tanto deserto, nelle vicinanze dei villaggi, e di nuovo le terre brulle come di popoli nomadi. Ora guardavo, la folla dei pensieri distraendomi la mente, mi fuggivano davanti agli occhi confuse e nebbiose le immagini, mentre sentivo ad ondate il chiaccherio assordante dei miei compagni di viaggio.
Ecco l’ampia gola di Saccargia e la sua chiesa. Se Costantino di Torres potesse per un momento levarsi dalla tomba e guardare al di fuori, in verità che gli si rizzerebbero i capelli sulla testa e crederebbe d’essere in preda dello spirito maligno, al vedere il treno sonante correre sul ciglio della vallata. Ma il munifico giudice dorme da oltre sette secoli all’ombra della sua chiesa e forse sogna ancora il giorno memorando nel quale migliaia di persone, convenute da tutti i punti dell’isola, assistettero alla consacrazione della nuova casa di Dio. Fu il 5 ottobre dell’anno 1116 che avvenne la splendida festa[1]. Ecco a capo del corteo il giudice Costantino che un poeta pisano[2] chiamava rex clarus multum celebratus ab omni sardorum populo; gli sta al fianco la moglie, donna Marcusa de Gunale, ed il figlio Saltaro valente tiratore d’arco[3], copertosi di gloria nella spedizione fatta dai Pisani contro i Saraceni delle isole Baleari. Seguono i prelati: «su donnu de su Archiepiscopu de Turres, su donnu de su Archiepiscopu de Oristanis, su donnu de su Archiepiscopu de Calaris, misser Albertu episcopu de Sorra, misser Pedru episcopu de Bisarchiu, misser Pedru episcopu de Bosa, su Episcopu de Sulcis, su Episcopu de Castro, su Episcopu de Flumen, su Episcopu de Pioague, su Episcopu de Ortilen, et ateros Episcopos, Abades, Priores, Canonigos, Preideros, et ateros religiosos»[4].
I fianchi delle colline brulicano d’infinita moltitudine. Come brillano al sole gli splendidi costumi dai vivaci colori! Corsetti rossi ed azzurri, veli candidissimi, gonne nere, verdi, pepli svolazzanti, giustacuori di fina pelle, rabescati artisticamente. La vallata risuona di grida festanti; gruppi di cavalieri galoppano pei facili declivi, sulle erbose spianate si snodano in circolo tortuoso i ballerini instancabili, e presso ai carri pesanti si rizzano le tende e le baracche dei venditori. Lontano, nel fondo, la chiesa nuova, biancheggiante sorride, e la squilla argentina vola per l’aria pura a portare un gentile saluto ai credenti. Dormi in pace, o Costantino di Torres, nella tomba antica: all’ombra della tua chiesa vive ancora la lieta visione della tua gloria, e se tu potessi per un momento sollevarti dal letto di morte, non riconosceresti certamente nei desolati campi, la fresca vallata dove innumerevoli pascolavano le vacche[5], e il treno sonante ti parrebbe il demone della distruzione uscito fuor delle latebre infernali a correre la terra!
Il treno s’era fermato; rientrai dal finestrino sorridendo alle mie fantasticherie e diedi un’altra occhiata ai miei compagni di viaggio. Di fronte a me era seduto un vecchietto, tutto arzillo, tutto pulito, che pareva uscisse allora allora dalle vetrine. I pochi capelli bianchi, lisciati con cura, la faccia rasa, il colletto e la cravatta enormi, un immenso pastrano nero accuratamente abbottonato, ed i polsini che uscivano fuori un palmo dalle maniche, gli davano un’aria così ridicola che colpiva subito. Aveva in una mano una tabacchiera col coperchio intarsiato, nell’altra un enorme fazzoletto rosso col quale si spolverava il petto quando prendeva tabacco, e i pantaloni quando sbadatamente io l’urtavo coi piedi.
Dopo un po’, mentre guardavo dal finestrino una fila d’alberi che s’inseguivano, mi sentii toccare il braccio con un dito. Era il vecchietto. — Scusi, mi disse avvicinando la sua testa alla mia e con aria di mistero, lei va a Nuoro? — Nonsignore, a Bonorva — Ho capito, a Bonorva — E lei va forse a Nuoro? — Sì, io vado a Nuoro… sono testimonio, già, sono testimonio, …. seccature, seccature! — Pazienza! diss’io ipocritamente, — e volsi la testa noiato dall’odore del tabacco e dal tanfo che gli usciva di bocca quando parlava. Dopo un minuto, altra toccatina. — Scusi, ha sentito ciò che è capitato a Milano? — No, perchè? dissi non senza meraviglia ricordandomi d’aver letto il giornale — Vedrà — Depose la tabacchiera ed il fazzoletto in grembo, affondò una mano in una tasca e ne tolse un astuccio con gli occhiali, affondò l’altra mano nell’altra tasca e tirò fuori un giornale — Cose orribili, brontolava intanto, ai nostri giorni si vedono, perchè il mondo di anno in anno diventa più cattivo — Io pensavo: Che diavolo sarà? Arresti arbitrari, forse, comizi disciolti?
— Legga, mi disse il vecchietto, segnando col dito il brano in questione. Era un fattaccio di sangue: un tale aveva ucciso l’amante, la suocera, e poi aveva tentato di suicidarsi; il tutto era narrato con abbondanza di particolari. Mentre leggevo, con la coda dell’occhio osservavo il vecchietto: egli mentalmente seguiva la mia lettura accennando con la testa ai punti più salienti: senza dubbio sapeva il brano a memoria. Finalmente! ecco Bonorva. Diedi un gran respiro di soddisfazione, e mi levai dando l’undicesima pedata al vecchietto che senza dir nulla si spolverò per l’undicesima volta.
[1] Così un’antica cronaca sarda, il Condague de sa abbadia de sa SS. Trinidade de Saccargia (pubblic. nel vol. II dei Rerum Sardoum scriptores), narra la visione che determinò Costantino a fabbricare la detta chiesa: «Costantinu de Lacon, Ree, et Juggue qui fuit de Logudore, cun sa Illustriss. Donna Marcusa de Gunale mugiere sua…
faguende iusta, et santa vida in servissiu de Deus, apisint figios, et figias, et in quo piaguiat a Deus no de lis podiat regnare, qui totu lis morian: in hue deliberaint de andare à visitare sa Ecclesia de sos tres gloriosos Martyres zo est Santu Gavinu, Proptu, et Januariu de Portu de Turres: su quale fuit habitadu dae mercantes Pisanos, et de atera gente assay, et inivi faguer devotas oraciones, et humiles pregarias cun Oficios, et Missas, et luminarias mannas, pregande à Deus, et à sos gloriosos Martyres, qui lis concederente unu figiu, ò figia pro herede insoro et in ipso facto, fata sa deliberacione si tucaint, et partidos qui furunt dae sa habitacione cun grandissima gente, à pee, et à caddu, cun piagnere mannu et triumphu, essendo in caminu apisint a faguer notte in sa Ischia de Sacargia: et inivi per virtude de Deus, et dessa Gloriosa Virgine Maria lis fuit demonstratu visibilmente, qui si issos queriant sa gracia, qui in cuddu logu edificarent una Ecclesia, à honore, et laude de sa Santissima Trinidade… et inivi faguerent unu Monasterio de santu Beneditu, de su ordine de Camaldulense: in hue vistu su ditu Juygue Costantinu, et Donna Marcusa mugiere sua, sa visione Angelica, detisirunt recatu de grande moneda, gasi comente haviant su podere, et apisirunt mastros Pisanos, et edificarunt sa Ecclesia, et Monasteriu de sa Trinidade, et pro su nomen de sa Jsca, li posirunt: Sa Trinidade de Sacargia».
[2] Lorenzo Veronese, in un poemetto pubblicato dal Muratori: Rerum italicarum scriptores, to. VI, pag. 114.
Nel poemetto sopracitato: Pisanis associatus Ex Costantino Saltarus iudice natus. Praevalet hic jaculo…
[3] Nel poemetto sopracitato:
Pisanis associatus
Ex Costantino Saltarus iudice natus.
Praevalet hic jaculo…
[4] Dalla cronaca, o Condague citato.
[5] Si crede che il nome della vallata sia derivato dalla grande quantità di vacche, accas, che vi pascolavano.
CAPO II.
BONORVA
Alla stazione m’aspettavano alcuni amici — Ti tratterrai, speriamo, qualche giorno, mi chiesero. Risposi di dover ripartire la sera in quanto che il mio itinerario era già fissato e non dovea modificarsi che per circostanze veramente eccezionali. Essi insistettero ancora, ma io duro; sorpresi però un’occhiata significativa e capii subito che si voleva giuocarmi il tiro di farmi restar per forza — Va bene, pensai, starò in guardia. Il sistema io lo conoscevo: si comincia col bicchierino di vernaccia la mattina, anzi, con parecchi bicchierini, poi si finisce col vino nero, a pranzo, di modo che all’ora della partenza un povero diavolo ha tutt’altro per la testa. Ed avevo indovinato giusto: alla prima bottega di milese che incontrammo gli amici offrirono la vernaccia. Era il primo bicchiere, quello del buon arrivo, e non potevo rifiutarmi, ma subito pensai al modo di salvarmi dagli altri.
Avevo una lettera di presentazione pel segretario comunale Signor Bacchisio Canu, uno dei più valenti poeti dialettali della Sardegna, di quelli che continuano la gloriosa tradizione dei Pes e dei Dore, e non volevo lasciar passare l’occasione di far la sua personale conoscenza. Entrammo nella sala del Municipio, la presentazione in breve fu fatta: il Canu, un uomo sulla cinquantina, corpulento, dalla faccia aperta e bonaria, che conosceva già lo scopo del mio viaggio, si mise subito a mia disposizione.
Girammo per il paese: Bonorva ha l’aspetto d’una cittadina; due o tre vie sono interamente fiancheggiate da palazzi, e nel restante non si osserva quella impronta caratteristica del villaggio che rimane stazionario. È un paese discretamente ricco, ed i due cespiti maggiori ne sono la pastorizia e l’agricoltura, sebbene crudelmente maltrattate in questi ultimi anni, la prima dalle abbondanti nevicate che distrussero un’enorme quantità di bestiame, la seconda dalla filossera. I bonorvesi, famosi cavallerizzi, sono in generale di statura al di sopra della media, snelli dal torso corto e dalle gambe lunghe e sottili; vestono di nero, d’orbace, e le vesti hanno strette alla persona: le donne sono brune e simpatiche.
Nel momento in cui stavamo per entrare in chiesa, la messa finì e la gente, a torme, si riversò fuori; prima la massa oscura degli uomini che ingombrarono la scalinata e gli sbocchi delle strade, poi le donne, a gruppi, col viso basso, la maggior parte con la gonnella rimboccata sulla testa. Il Signor Canu mi presentò a parecchi notabili del paese e così, in discorsi, battè mezzogiorno. È l’ora sacra, nei villaggi sardi, al desinare ed anche le poche famiglie signorili che vi abitano, seguono questa usanza. Ma certo il mio ospite, signor Soggiu, allora proprietario di una delle farmacie del paese, aveva dovuto far lega coi sullodati amici a mio danno, perchè il pranzo non era ancor pronto. In attesa m’affacciai alla finestra: le strade erano deserte, ma dall’interno delle case si sentiva quel brusio particolare di un giorno di festa.
D’un tratto accadde una scena che mi impressionò molto. La porta di una palazzina si aprì e ne uscì a furia un uomo, coperto di cenci, con una vecchia bisaccia sulle spalle ed un lungo bastone in mano. Sul limitare poi comparve un altro uomo, il padrone, che con la mano e con la voce lo scacciava. Fra i due avvenne un dialogo rapido, vibrato, a voce alta che risonava stranamente nella via deserta: il servo chiedeva il prezzo del suo lavoro, il padrone gli rimproverava la sua negligenza, la sua poltroneria. Vi fu un momento nel quale pareva dovessero venire alle mani e il servo alzò difatti il bastone con aria minacciosa; ma il padrone d’un tratto rientrò e spinse la porta che si chiuse con cupo rombo. Solo, in mezzo alla strada, il mandriano si fermò un poco indeciso; quella porta chiusa dovette parergli un ostacolo invincibile, un insulto supremo in quel giorno di festa, nel quale, anche il più miserabile trovava un tetto ospitale ed un pane. Poi gettò il bastone, s’inginocchiò sulla nuda terra, si scoprì il capo, ed alzate le braccia scarne e minacciose verso la casa muta, proferì un’orrenda imprecazione.
Ero capitato fra poeti: il padrone di casa, e Bacchisio Canu, venuto verso la fine del pranzo a scambiar quattro chiacchere. Come vi potete immaginare i discorsi e le discussioni furono ben presto intavolate. Come la Sicilia il Meli, come la Lombardia il Porta, i romani il Belli, ed i toscani il Fucini, così anche i sardi hanno i loro poeti dialettali classici che possono benissimo stare a paro di quelli. Non sono conosciuti, ecco tutto: o meglio, sono conosciuti soltanto dai sardi per via di tradizioni orali e di qualche raccolta fatta senza alcun criterio letterario e linguistico. Questa, pur troppo, è una lacuna che dovrebbe essere, quanto prima, colmata, perchè è bene che anche i sardi facciano conoscere le loro glorie, e se è vero che il Dessì ne abbia dato l’incarico al Canu, non possiamo dubitare di un felice esito. Il Canu, dotato di facile vena poetica, studioso dei classici latini, sa a memoria le principali produzioni dei maggiori poeti sardi, e molti dei moderni conobbe personalmente, possiede insomma tale corredo di cognizioni e di notizie, da arricchire, è la vera parola, di note e commenti interessanti, una antologia poetica sarda. Nè di un’edizione completa delle sue poesie egli dovrebbe privarci, tanto più che molte di esse corrono applaudite per la bocca del popolo. Non posso tenermi dal riportarne qui una intitolata: Sa rosa e i sa faghefarina (la rosa e la farfalla) che fu improvvisata nella chiesa parrocchiale di Bonnanaro la mattina del 15 maggio 1887. In questa, con graziosa metafora, il poeta prega la donna del suo cuore a volerlo degnare d’affetto.
SA ROSA E I SA FAGHEFARINA.
Grasciosa faghefarina,
pasa, pasa subr’a mie
chi sa dulzura happo a tie
cunservada, o birrichina…
Faghefarina grasciosa,
subra a me su ‘olu pasa,
chi, sos inimigos ch’hasa
non ti toccan in sa rosa.
S’ispina mia pungosatimen,
e fuen sa manu;
pone mente: no es vanu
su cumbidar’eo a tie…
Grasciosa faghefarina,
pasa, pasa subr’a mie.
Beni, e pasa cunfidada
su ‘olare tremolante,
chi in me pasculu abbundante
has, cun domo profumada.
Beni, pro te ha criada
tanta grascia su Signore!…
A sa divina de Amore
legge, obbidi, poverina…
Chi sa dulzura happo a tie
cunservada, o birrichina…
Beni, chi su Chelu umpare
in terra nos ha’mandadu;
e, si a tie alas ha’dadu
pro ti rezzer in bolare,
a mie, pro ti pasare,
fozzas profumadas desi’,
e in sinu m’istillesi’
s’alimentu de ogni die…
Grasciosa faghefarina,
pasa, pasa subr’a mie.
Beni: in abbrazzu innozente
sas vidas nostras unimus;
ch’asi abbrazzados ruimus
si nos pissighi’sa zente,
o cando su sole ardente
ambas nos had’a bocchire!…
Beni pronta a mi sulzire,
grasciosa faghefarina,..
Chi sa dulzura happ’a tie
cunservada, o birrichina![1].
Fu con vero spavento che guardando l’orologio, m’accorsi che mancavano soli venti minuti alla partenza del treno. Mi alzai di scatto chiedendo scusa se in tal modo interrompevo il discorso e senza ascoltare nè le preghiere degli amici, nè le gentili insistenze dell’ospite, m’incamminai verso la stazione.
Nella strada ecco il sindaco comm. Deliperi, che avevo di già conosciuto la mattina, il quale vuole assolutamente che mi rechi in sua casa a berne un goccio, l’ultimo. Sulle prime feci il viso brusco: che il signor sindaco facesse parte della lega? — ma, d’altronde, come mancare di riguardo ad un uomo che poche ore prima era stato così gentile con me? Andai, e fu tanta l’affabilità dimostratami dall’egregio commendatore che io sentii svanire tutto il mio dispetto. Ricorderò sempre con piacere i pochi minuti passati nel suo salotto: noi, in piedi, col bicchiere alla mano, si faceva gli auguri, il venerando vecchio con una mano famigliarmente posata sulla mia spalla mi dava affettuosi consigli: — Lei è uno dei pochi sardi che hanno volontà di illustrare il loro paese, bravo! continui così che avrà sempre il plauso dei buoni. Non si scoraggi, non si lasci vincere dalle difficoltà, lei è giovine e l’energia di voler fare non può, non deve mancargli. Io lo conosco da poche ore, ma non importa, accetti le mie parole come da padre a figlio, e se ne ricordi qualche volta.
tremulo aleggiare, chè in me abbondante pascolo ci trovi e dimora profumata. Vieni, per te il Signore ha creato tante dovizie; obbedisci alla divina legge d’amore — Vieni, chè il Cielo insieme ci mandò sulla terra, e se a te ha dato l’ali per reggerti nel volo, a me, perchè tu ti posi, diede foglie profumate e nel seno m’instillò il tuo cibo quotidiano — Vieni, in innocente abbraccio uniamo le nostre vite, così abbracciate cadremo se la gente ci perseguirà, o quando l’ardente sole ci ucciderà ambedue.
Io ero commosso; quelle parole mi parevano più preziose di qualunque lode e sentivo dentro di me come un ringagliardimento dei miei propositi, delle mie aspirazioni. Mi congedai: egli rimase un po’sulla soglia della porta e mi sorrise ancora accennandomi con la mano.
Quel sorriso, quel cenno, io lo ricordo sempre come il saluto affettuoso d’un padre.
[1] «Graziosa farfalletta, posa, posa, su di me, che il nettare ho conservato per te, o biricchina — Farfalletta graziosa, sopra di me ferma il volo, chè i nemici che hai non ti molesteranno sulla rosa. Le mie spine pungenti (essi) temono e ritiran la mano. Dammi retta, non è inutile il mio invito per te — Vieni e ferma fiduciosa il tuo…
CAPO III.
MACOMER-SILANOS
Quando arrivai a Macomer tirava un ventaccio freddo anzi che no; imbruniva e mi sentivo stanco e con la testa pesante, quindi non feci altro che fermarmi all’albergo della stazione, cenare in fretta, e mettermi a letto. Mi venne data una stanza immensa ed un letto piccolo; — che freddo, che isolamento! mi pareva quasi d’essere all’aperto e rabbrividivo sempre che il vento scuoteva sibilando le imposte. Dormii pochissimo, e mi levai tutto indolenzito e con un gelo nelle ossa di cattivo augurio. Il vento aveva aumentato, nello stradale si rimaneva quasi accecati e molte volte la violenza dell’aria era tale che mozzava il respiro e costringeva a voltare in fretta il viso.
Macomer, fondata, si crede, sull’antica Macopsissa, ha due parti distinte: il villaggio e le appendici. Queste, lungo la via che conduce al centro del paese, sono in gran parte decenti e comode abitazioni di impiegati delle amministrazioni ferroviarie e di industriali; il villaggio, quasi tutto formato di case basse, o di palazzine ad un piano senza intonaco, ha un aspetto triste. Il costume stesso degli abitanti è severo; le fanciulle sembrano vestite a lutto, non colori vivaci, non eleganza nei particolari. Secondo il mio itinerario Macomer doveva essere per me un semplice luogo di passaggio, quindi, sbrigate alcune faccende, pensai bene di tapparmi in casa e d’attendere il treno delle due che doveva condurmi a Silanos.
Al primo entrare nella piccola stazione delle Secondarie, mi colpì un puzzo tale di sudore, di grasso e di sudiciume, che rimasi inchiodato sulla soglia. La sala offriva l’aspetto di un accampamento di popoli nomadi: fra una confusione di fagotti e di bisaccie, una ventina di persone, la maggior parte accoccolate per terra alla foggia orientale, l’occupavano. Ma, che faccie! gli uomini, bruni, coi capelli unti che scendevano fin sulle spalle e due occhi neri, cupidi, che brillavano come scintille; le donne, brune anch’esse, ossute, col capo avvolto di bende nere che cuoprivano persino la bocca, e appena distinte le giovani dalle vecchie, dai contorni meno duri del viso, dal colore meno carico della pelle.
Quando la campana annunziò la partenza, l’accampamento si mosse: in un momento fagotti e bisaccie vennero caricate sulle spalle, sollevando un polverio indiavolato, ed il finestrino del bigliettaro fu preso d’assalto. Da un angolo della sala, ove m’ero prudentemente collocato, io osservavo tutta la scena. Gli uomini, quasi tutti d’alta statura e robusti, persino dei giovanotti imberbi che non dovevano avere più di diciotto anni, toglievano i denari dal fondo della berretta, o da un sudicio fazzoletto ov’erano annodati, con certi sguardi obliqui ed un’aria di diffidenza che ormai doveva essere per loro connaturale ai più semplici atti della vita. Le donne discutevano, interrogavano, lesinavano sul prezzo, rigide, con delle mosse brusche, come il loro ruvido dialetto ricco di aspirate: e le parole uscivano a gruppi, incomprensibili da quella specie di barbazzale che cuopriva la bocca, e le braccia e le mani le accompagnavano con dei gesti violenti, da far ricordare le famose donne dei bravi descritte dal Manzoni. — Che gente sono? — chiesi ad un impiegato ferroviario. — «Dei dintorni di Nuoro, e sono i testimoni del famoso processo per il ricatto dei francesi Paty e Pral.» — I testimoni! ripetei, veramente…, — e volevo dir di più, ma la prudenza mi frenò a tempo, ed il resto della frase m’accontentai di pensarlo.
Dopo un viaggio noioso di parecchie ore scendevo alla stazione di Silanos. Con mia gran sorpresa v’incontrai un mio carissimo amico, Peppino G., e la sorpresa si mutò in gioia quando appresi che egli avrebbe seguito il mio itinerario sino a Nuoro. Da Silanos in poi, il paese mi era affatto sconosciuto; non amici, non corrispondenti. Avevo bensì un fascio di lettere di presentazione, ma quel viaggiar solo, e quel dover trovarmi sempre fra persone sconosciute, per quanto cortesi ed affabili, cominciava ad impensierirmi non poco. L’amico, quindi, fu per me una vera provvidenza, tanto più che, viaggiando da parecchi anni da quelle parti, conosceva a perfezione il paese ed aveva estese relazioni. Ed intanto mi presentò subito al signor Deriu, suo ospite, il quale, con la miglior grazia del mondo, mi offrì la sua casa e mi pregò tanto caldamente di accettare che io non potei dir di no.
Silanos ci attende adagiato ai piedi di una collina, sull’estremo limite di una verde pianura, e cammin facendo si discorre del più e del meno. Una cosa subito mi colpisce e mi meraviglia: il signor Deriu, un vecchio sardo dello stampo antico, parla correttamente l’italiano ed ha pure una discretta coltura, cose abbastanza difficili a trovare nella classe alla quale egli appartiene, cioè dei possidenti contadini.
All’entrare nel paese cominciano le presentazioni e le visite, una vera tortura per me, in quanto vi si lega l’immancabile bicchiere di vino e qualche volta gli amaretti squisitissimi. Figuratevi! nella sera mi furono presentate all’incirca una ventina di persone, il sindaco, i consiglieri, il maestro di scuola, l’ufficiale postale ecc. e tutti, dal primo sino all’ultimo, offrivano alla compagnia, che andava man mano ingrossando, il bicchiere del saluto.
Quando vidi la mala parata risolsi di libare così appena, tanto di non parere scortese, e di rimanere sordo a tutti gli incitamenti degli amici che mandavano giù i colmi bicchieri come gli antichi eroi di Omero. Gli usi e le costumanze dei paesi, pensavo, sono cose belle e buone, ma d’altra parte la notte s’avvicina e non vorrei fiaccarmi il collo per le ripide e rocciose vie del paese. Il pellegrinaggio difatti continuò sino a notte inoltrata, e vi so dire che me la ridevo sotto i baffi al sentire gli sdruccioloni che facevano certe scarpe ferrate.
Una particolarità delle case di Silanos si è che molti stipiti e frontoni di porte e di finestre, sono formati da avanzi di costruzioni antiche. Che triste figura fanno quei graziosi fregi di granito rosso, incastrati a povere mura di case basse ed annerite dal tempo! Mi recai pure a vedere una piccola chiesa di stile pisano su di una piccola altura in un recinto che un tempo serviva da cimitero. Di contro sorge monte Arvu, ricco di cave di marmo ben note ai Romani.
Ad ora tarda ci ridussimo a casa dell’ospite per cenare. E vi so dire che il brav’uomo aveva fatto miracoli, dei quali purtroppo non potei profittare perchè m’avevano tanto rimpinzato di amaretti durante la sera, e tale stanchezza mi opprimeva che, più di tutto, avrei preferito dormire. Pur tuttavia tenni alto l’onore dell’armi e stetti eroicamente a tavola sino alla fine. Con che voluttà rimboccai le coperte e le lenzuola candidissime dell’ampio e soffice letto! Nella stanza attigua, Peppino, che non aveva voglia di dormire, chiacchierava di continuo: io rispondevo a monosillabi, a grugniti, mentre di tratto in tratto, nello svestirmi mi si chiudevano le palpebre appesantite. Finalmente con un debole soffio spensi il lume, e caddi, naufragai nell’ampio letto.
CAPO IV.
ORANI
Alla stazione di Oniferi ci attendeva la carrozza per condurci ad Orani. Non fu senza meraviglia che vidi il mio compagno di viaggio caricare il fucile ed assicurarsi la rivoltella alla cintola.
— Da qui avanti, mi disse, le precauzioni non sono mai troppe — e continuò dandomi alcuni avvertimenti sul modo di condurmi — Anzitutto non si deve mai dire nè quando si parte, nè dove si va; agli stessi amici si danno delle risposte evasive. Non si deve far vedere il portafogli; per le occorrenze tenere in tasca degli spiccioli o dei biglietti di piccolo taglio. Non guardare le donne (io feci una smorfia), parlare loro quanto meno si può e sopratutto non entrare in alcuna casa quando è assente il capo od i figli. Vedere e tacere, ecco la consegna —
Io avevo ascoltato la predica con un cotal riso beffardo: mi pareva impossibile che nel secolo decimonono, in un paese d’Europa, si dovessero usare delle precauzioni consigliate appena per regioni selvaggie. Ma l’esperienza, in seguito, mi convinse che quelle erano parole d’oro e che le raccomandazioni non peccavano certo per eccesso di prudenza. Quelli che, come me, visitarono quei luoghi lo posson affermare.
Lungo la strada Peppino evocava dei ricordi che erano bensì storici, ma punto piacevoli. — Qui grassarono il tale, qui uccisero il tal’altro, … qui assaltarono la corriera postale, … qui avvenne uno scontro sanguinoso fra carabinieri e banditi. La litania cominciava ad impressionarmi, tanto più che i luoghi ermi e selvaggi, parevano fatti apposta per simili pericolose avventure. Il terreno appariva vulcanico come la natura degli abitanti: picchi rapidissimi, roccie e punte e ronchioni, vallate cupe, profonde, siepi enormi, boschi paurosi.
In certi punti due uomini appostati possono tenere indietro un reggimento, in certi altri vi possono uccidere a bruciapelo prima che voi abbiate campo di fare un solo movimento di difesa, in certi altri infine vi si può schiacciare dall’alto sotto una valanga di sassi. Nello stradale non si vedeva anima viva, ma, aguzzando gli occhi, su per le cime dei dirupi, in siti dove appena vanno le capre, voi vedevate delle forme umane, o ritte, o accoccolate, immobili però come il sasso che le reggeva. Di là, come gli avvoltoi dalle alte regioni dell’aria, quelle strane vedette dominano la campagna circostante; di là, per vie inaccessibili, note solo ad essi, piombano sulla preda, o scompaiono al minimo cenno di pericolo.
L’aria mattutina ci aveva aguzzato l’appetito, cosicchè arrivati ad Orani, la prima cosa che si fece fu di pensare al pranzo. Ci condussero in una specie di cantina umida e buia, alle cui pareti stavano appesi una dozzina di agnelli magri magri che era una pietà a vederli. Bisognò fare di necessità virtù; in un momento un agnello fu scoiato e messo al fuoco, e vi so dire che mai carne mi parve più saporita di quella.
Terminato il modesto desinare ci recammo alle nostre camere fissate in precedenza in una specie d’albergo che trovasi all’entrata del villaggio. Da Orani dovevano cominciare le mie ricerche sulle Sacre Rappresentazioni, quindi diedi un’ultima occhiata agli appunti, e attesi la risposta del parroco al quale avevo mandato il mio biglietto da visita. Dalla finestra scorgevasi gran parte del paese, adagiato sui fianchi d’una verde collina che veniva giù giù digradando in una valle lussureggiante di vegetazione. Di contro l’orizzonte era bruscamente chiuso dalla conica montagna di Gonnare che ha in cima una chiesuola dedicata alla Vergine. Alla festa, pei ripidi fianchi del monte sale una moltitudine innumerevole di persone, e i bianchi confratelli in lunga schiera sembrano le anime penitenti del Purgatorio dantesco. Spettacolo meraviglioso la famosa corsa di cavalli che dalla cima precipitano disperatamente a valle per sentieri asprissimi, impresa non che difficile, impossibile ad altri che non siano i sardi centauri.
Il parroco mi accolse cortesemente, e saputo lo scopo della mia venuta, mi diede tutte quelle informazioni che potevano giovarmi. Ben è vero che dovetti accontentarmi della semplice tradizione orale in quanto che, con mio gran dispiacere, negli archivi delle chiese, ad Orani come altrove, nulla, quasi, si conserva d’antico.
La funzione caratteristica della Settimana Santa, che ricordi più da vicino le Sacre Rappresentazioni, è certamente la Deposizione della croce che, con diverso apparato, si osserva in quasi tutte le chiese sarde. Ad Orani, alcuni anni addietro, la solennità era stata maggiore per gli intermezzi di cori logudoresi cantati da graziosi bambini vestiti da angeli.
L’autore dei versi, il signor Loddo, mi fu presentato la sera stessa. Era un operaio falegname del paese, persona gentilissima e colta relativamente alla sua condizione, come può rilevarsi da alcune ottave che egli compose inspirandosi alla lettura dei libri sacri. Sentite come descrive la Risurrezione.
Resuscita Gesù, treme’su monte,
si rivolta sa lapide pesante,
esse su corpus che sole brillante
ch’had’abbagliadu totu s’orizzonte.
Sa Maddalena cun feminas pia,
andan’po pianghe su mortu Messia,
solu ispiradas de divina idea.
S’arcangelu d’aspettu isfolgorante
cun sa veste de nie pius candida:
Non timedas, o feminas amante’,
chilcades su Messia, bostra vida?
No est’inoghe ch’e’resuscitadu,
nadel’a Pedru e a s’Apostoladu
chi lu den bider in sa Galilea.
Così in discorsi era venuta la notte. Nella casa del parroco si erano radunati diversi signori del paese, per provare un coro, lo Stabat in dialetto, da cantarsi l’indomani in chiesa. Il canto sardo è composto di quattro toni o voci, boghes; comincia, solo, il basso profondo, e seguitano a brevi intervalli il tenore (sa boghe), il contralto (su contra) ed il soprano (su tippiri), fondendosi poi in un mirabile accordo che si prolunga modulando inarticolatamente le ultime parole dei versi. È un canto grave e solenne che produce un cotal malinconico effetto sull’animo dell’uditore.
Mentre ascoltavo, udii chiamare vicino a me: Fronteddu, Fronteddu! Mi venne come un baleno alla mente, quel nome non mi riusciva affatto nuovo, gli si doveva legare qualche cosa d’insolito, di straordinario. Mi volsi a guardare: quegli che chiamavano Fronteddu era un uomo dall’aspetto bonario, con due occhi piccoli, vivacissimi, una fisonomia che non mi ricordava nulla. Ne chiesi allora ad un mio vicino e seppi che il Fronteddu era il famoso commissario che, assaltato una notte nella sua abitazione da grassatori, ne aveva ucciso uno, ferito mortalmente un altro, e fugato il resto.
Mi venne voglia di saperne di più, e fattomi presentare il Fronteddu, dopo alcune chiacchiere insignificanti lo condussi bel bello al fatto. Circa la mezzanotte, dunque, del 21 dicembre 1871, una quindicina d’uomini armati, circondano cautamente la casa del Fronteddu, allora esattore, superano il muro di cinta del cortiletto e s’avviano alle stanze superiori. Cosa strana, i cani di guardia non abbaiarono, soltanto un puledro, spaventato da quelle improvvise apparizioni, ruppe la cavezza e si diede a scorrazzare di qua e di là. Il Fronteddu sentì quello scalpiccio, ma non avvertendo nessun altro rumore sospetto, non ne fece caso. Dopo un dieci minuti di assoluto silenzio, precipita con orrendo fragore la porta della camera, e sulla soglia balzano due grassatori; il primo con la scure in una mano, una pistola nell’altra e nella bocca una candela accesa, il secondo col fucile spianato al di sopra della spalla del compagno. Ma prima ancora che gli assalitori abbiano campo di fare un solo passo avanti, il Fronteddu con prontezza meravigliosa balza dal letto, afferra il fucile, punta, fa fuoco, e i due banditi cadono uno ucciso, l’altro mortalmente ferito. La palla avea colpito in bocca il primo, gli era uscita dalla nuca ed avea ferito al collo il secondo. Ho ancora davanti agli occhi il gesto rapido e sicuro col quale il Fronteddu fece l’atto di puntare il fucile; involontariamente ero corso con lo sguardo in fondo alla camera quasi m’aspettassi di sentire lo scoppio e vedere la catastrofe.
Per un momento, continuò il Fronteddu, tutto fu silenzio; non si sentiva altro che i gemiti sommessi del ferito. Poi alcune mani s’avanzarono caute nell’oscurità e il ferito fu ritirato. Immobile, di contro alla porta, col fucile puntato ed il dito sul grilletto, il Fronteddu, terribile sentinella, aspettava il secondo assalto. Ma questo non venne; gli assalitori, sconcertati, tentarono altri mezzi. Agitavano delle berrette, dei cappotti nel vano della porta, pensando di far partire il secondo colpo.
Guai per il Fronteddu! Prima che avesse potuto ricaricare l’arma, i grassatori gli sarebbero piombati addosso e l’avrebbero massacrato. Non basta: due o tre volte, delle mani armate di pistola sporsero dagli stipiti e fecero fuoco su di lui, fortunatamente senza colpirlo. Alle due dopo la mezzanotte i grassatori, come è loro costume, partirono, ed il Fronteddu potè finalmente abbassare le braccia stanche dalla terribile veglia d’armi e chiamare aiuto.
Terminato il racconto, il discorso cadde sulle costumanze, sulle abitudini dei grassatori sardi. Gli assalti avvengono per lo più di venerdì, dalla mezzanotte alle due. Le bande armate, che qualche volta arrivano sino a cento individui, dal punto di riunione precipitano per vie traverse al villaggio designato, chiudono gli sbocchi delle vie principali, una parte fa continuamente fuoco per impedire agli abitanti d’accorrere, e l’altra opera l’assalto. Per lo più sono mascherati d’un fazzoletto che cuopre il viso, con due buchi per gli occhi, o tinti addirittura di nero; ciascuno ha con sè filaccie, bende, cotone fenicato; tutti rispondono ad un numero d’ordine. Se uno viene ucciso la banda si dilegua, o portando con se il cadavere o tagliandogli la testa per non essere riconosciuto; se tutto procede senza inconvenienti, prima delle due abbandonano il villaggio, e si recano in luoghi inaccessibili a spartire il bottino. Come rapidamente si formano, queste bande, così si sciolgono, la loro vita comune dura poche ore, i loro membri raccogliticci il giorno prima ed il giorno dopo del fatto sono pacifici cittadini che accudiscono tranquillamente ai lavori dei campi, alla pastorizia, e qualche volta all’amministrazione della giustizia, della educazione, al governo della cosa pubblica.
Doloroso a dirsi, questa piaga sociale aumenta ogni anno: gli stessi carabinieri vengono assaltati nelle campagne quando portano delle somme di denaro; questi feroci ladroni nulla temono perchè le due forti passioni che dovrebbero esser loro di freno, l’amore e la religione, sono, direi quasi, d’incoraggiamento. Le loro donne disprezzerebbero chi non sapesse adoperare il fucile o per vendetta o per rapina; tutti poi hanno un sacro talismano, come, per citare un esempio, il grassatore ucciso dal Fronteddu che, in un sacchetto appeso al collo, aveva tre palle, tre monete da cinque centesimi e tre ostie le quali essi tolgono rapidamente di bocca quando vanno a comunicarsi.
La morale e la religione, due sentimenti che in Sardegna sono così spesso offuscati dai pregiudizi e dalle superstizioni, ecco le cause, i fattori principali dei delitti. Quando l’opera dei buoni cittadini e dei governanti sarà diretta al miglioramento di questi sentimenti per mezzo della diffusa istruzione, della illuminata civiltà, allora soltanto può sperarsi un progressivo e durevole ritorno alle leggi della coscienza e del dovere. Le legioni dei carabinieri non fanno che comprimere con la forza una molla che, appena appena alleggerita, scatta con maggior violenza.
CAPO V.
OLZAI
Riposatici un poco a Gavoi, partimmo subito, a piedi, per Olzai. Due ore di marcia, dopo tanto viaggiare in ferrovia ed in carrozza, sgranchivano le gambe, e poi, mi dicevano, la strada era molto pittoresca. Il procaccia, un granatiere, camminava dinanzi, e noi dietro, col sigaro in bocca, chiacchierando allegramente. Dopo dieci minuti fatti sul piano, ci arrampichiamo su per una balza. Il sentiero, stretto e sassoso, va su ripido, uniforme. Col dorso curvo, puntando le gambe ed i piedi, mi trascino con la speranza d’arrivar presto sulla vetta. Dopo un centinaio di metri sono molle di sudore: non dico niente — cinque minuti ancora ed ho il fiato grosso che pare voglia scoppiarmi il petto. Nessuno parla, neppur io, e avanti. Le gambe mi si piegano sotto, gli occhi mi schizzano fuori dal capo, ad una svolta vedo il procaccia a venti metri da noi; guardo in su, la vetta della montagna è così lontana come prima, … mi cascano le braccia e mi fermo: Sacr…
Non ho tempo di compiere la frase che scivolo e ruzzolo quattro passi indietro; nessuno si ferma, nessuno si volta per dirmi: “Ti hai rotto l’osso del collo?” Ho vergogna di me stesso e ripiglio la salita, con l’intenzione di buttarmi sull’erba appena arrivato in cima. Ebbene, arrivo, mi drizzo sulla persona, faccio alcuni passi, la stanchezza è quasi sparita e mi sento leggiero, leggiero. In vece mia si ferma Peppino: Ho la febbre, dice. È proprio così; la febbre malarica, che di tratto in tratto lo tormenta, l’ha preso proprio ora. Che fare! — Vuoi tornare addietro? — No, no, passerà — Abbiamo altre salite, chiedo al procaccia? — Nossignore, è tutto discesa sino ad Olzai — Bene dunque, niente paura e avanti.
In una vallata ecco Ollolai, un grosso borgo. Dieci minuti di fermata in casa del parroco, a bere un bicchier di vino, e poi si ripiglierà la strada. All’ingresso del villaggio una trentina di ragazzi, scalzi e con la sola camicia, giuocano. D’inverno, mi dice il procaccia, non sono meglio vestiti, e corrono sulla neve come tanti uccellini. Il nostro passaggio, provoca una certa curiosità fra gli abitanti. Di tratto in tratto le comari chiedono alla nostra guida chi è quel signore basso, e chi è quel signore alto, e dove vanno.
In una strada, una ventina di donne, sedute per terra, fabbricano panierini e cestelli di asfodelo. Mi avvicino ad una vecchia per osservare, e sono ricevuto con aperta ostilità. Cerco di scusarmi, spiego le ragioni della mia fermata…, per poco la vecchia non mi tira un cestello sulla testa. Le altre comari, anch’esse, fanno il viso arcigno e borbottano, credendo che io mi sia avvicinato per altri scopi. Allora, prudentemente, batto in ritirata, non senza una voglia pazza di metter le mani ai pochi ciuffi della megera.
La strada, o meglio il sentiero, corre in un lieve declivio, fra monti. Non incontriamo alcuno; nei campi spicca il corsetto rosso dei lavoratori, che al nostro passare restano un momento con la zappa piantata nella terra, a guardarci.
Arriviamo sul ciglio di una vallata verdeggiante. Laggiù, dice il procaccia tendendo il braccio, è Olzai. — E cominciamo la discesa. Da un lato e dall’altro del sentiero, alberi e siepi chiudono la visuale; a tratti, uno strappo, ci mostra la pianura lontana e vaporosa, i monti azzurri. Sulle prime si va d’incanto, il declivio è dolce, gli alberi ci riparano dal sole. Più si va avanti, però, e più mi riesce difficile il discendere. Il terreno, di natura friabile, mi manca sotto i piedi; le mie scarpe da cittadino scivolano maledettamente, mentre il procaccia, con le suole tempestate di chiodi, cammina lesto e sicuro. La forte pendenza mi obbliga a fare dei passi piccoli ed affrettati per evitare il pericolo di ruzzolare. La stanchezza mi ritorna più forte, le gambe, costrette a quella nuova ginnastica, mi dolgono, inoltre, più si va in basso, e più il caldo cresce, un caldo denso, soffocante che pesa sulla testa come una cappa di piombo. L’allegria da un pezzo è sparita, Peppino si trascina indolentemente, stordito dalla febbre, il procaccia avanti, io dietro, tutti e tre muti, senza rivolgerci una parola, come tre nemici che facciano la stessa strada. In cuor mio maledicevo il giorno e l’ora nella quale mi era venuta la fantasia d’andare a piedi; pensavo all’imprudenza di avventurarmi ad un viaggio così penoso, mentre ero ancor convalescente, e la mia mente esaltata non vedeva che meningiti, febbri ed altri malanni. Olzai appariva ora più vicino, ora più lontano: era la terra promessa, e noi, gli Ebrei nel deserto.
La discesa si ingolfò ancora, l’aria era quella d’un forno acceso, bruciava la lingua, la gola; mi trascinavo quasi per forza d’inerzia, dinoccolato come una marionetta di legno; il primo intoppo mi avrebbe fatto cadere. E così fu; inciampai nelle radici di un albero colossale che attraversava il sentiero, caddi, e non mi mossi.
Peppino, che mi veniva dietro, si fermò anch’egli, e si piegò su sè stesso come un sacco vuoto. Quanto tempo rimanemmo così? non saprei dirlo. Io sognavo ad occhi aperti, sognavo una bella stanza, fresca, aerata, un bel letto, silenzio d’intorno ed il sonno, il dolce sonno che veniva a ristorarmi le membra. Ma il pensiero che avrei dovuto ripigliare la strada, passava come una tetra nube sul cielo azzurro delle mie illusioni: ah! benedetti i viaggi sulla strada ferrata, benedetti i viaggi nella carrozza. La voce del procaccia ci scosse, era duopo levarsi. Mi venne un’idea di ribellione: perchè dovevo rovinarmi la salute a quel modo? Sarei rimasto lì, ed il procaccia mi avrebbe mandato un cavallo; ma l’idea della fatica che avrei dovuto affrontare per convincere i miei compagni di viaggio, mi trattenne e non dissi nulla.
Finalmente ecco Olzai a poca distanza, ecco il sentiero dritto, uguale, la strada maestra. Mi ritorna il coraggio, affretto il passo… e mi fermo esterrefatto, livido di rabbia: la strada improvvisamente si rompe e precipita più rapida e più rovinosa; un torrente vicino che casca mugghiando dalle roccie, la inonda e la cuopre di fango. Do uno sguardo intorno: roccie, siepi, alberi, nessuna traccia di sentiero: Olzai, la sirena, è scomparsa. Sentii un fiume di velenose parole nella gola, alzai le braccia imprecando, … in quel momento avrei incenerito la Sardegna. Eppure non una parola uscì dalle mie fauci riarse, non un grido. Peppino mi passò davanti muto, irriconoscibile, e si precipitò per la via scoscesa, io dietro, spinto dal destino. Quando, rotto, pesto, infangato, riuscii a rivedere la verde pianura, io, pigmeo furibondo, alla montagna che mi incombeva muta e schernitrice, feci il saluto di Vanni Fucci.
Arrivati a casa del segretario comunale, signor Satta, mi butterai a sedere affranto addirittura, con la persuasione di non potermi muovere chissà per quanto. Negli occhi avevo ancora quel gran bagliore del sole, nella testa un vulcano, e se non m’avesse trattenuto il pensiero di mostrarmi indiscreto, avrei chiesto di coricarmi. Il signor Satta era assente, e ci aveva ricevuto la mamma, una buona donna, che, accortasi del nostro stato, ci preparò una tazza di caffè che ci ristorò alquanto. Il fresco, il riposo fecero il resto, tanto che quando, un’ora dopo, venne il signor Satta, mi trovai così franco, così allenato, che avrei scommesso per altri dieci chilometri di strada. Non volendo abusare della bontà del nostro ospite lo pregammo che volesse indicarci un alloggio: quasi quasi s’offese il brav’uomo e ci rispose brusco che non dovevamo pensarci. Io tacqui e pensai tra me e me che più della gentilezza dei modi che, come una leggiera vernice, maschera nei cittadini, i bassi sentimenti che nascono dall’egoismo, è da ammirarsi la bontà del cuore, anche in forma rude, degli abitanti dei nostri villaggi.
Un curioso spettacolo mi distolse dai miei pensieri filosofici. Eravamo arrivati sul piazzale di una piccola chiesa; il paese intorno si stendeva a guisa d’anfiteatro. Una processione, preceduta da due vessilliferi vestiti di bianco, scendeva lentamente, e la lunga colonna di popolo, ricca di lumi e di colori, appariva a tratti fra le case, come la striscia argentea d’un fiumicello svolgentesi fra le rocce. La piccola chiesa in breve fu riempita: la folla s’inginocchiò sul piazzale a ricevere la santa benedizione. Quando tutto finì, una turba di monelli armati di martelli di legno, di bastoni, di sassi, si mise a picchiar furiosamente sulle porte delle case, sui tronchi degli alberi, per terra. A gruppi di cinque, di sei, con un’ostinazione meravigliosa, davan giù fitto, fitto, rossi, sudati, poi si levavano d’improvviso e correvano a ripetere la medesima scena, in un altro punto. Alcuni poi roteavan per aria raganelle e simili strumenti producendo un rumore monotono e fastidioso.
La processione si recava alla parrocchia: la precedemmo passando per alcune vie scoscese, dove la nostra guida andava sicura, a grandi passi, ed io invece tutto pauroso come se camminassi sulle ova. La chiesa era quasi vuota; a sinistra, in una cappella, due confratelli, vestiti di bianco, immobili, stavano a guardia del sepolcro. A turno, come ebbi occasione di sapere in seguito, essi vigilano dalla sera del giovedì alla mattina del sabato.
Silenzio e tenebre. Un po’di luce bianca veniva dalla gran porta in fondo spalancata, nella quale apparivano, confusi per la crescente oscurità, i monti lontani che reggevano un lembo di cielo trapunto di stelle. Poi comparvero in lontananza delle luci tremolanti; la processione si avvicinava e dopo un momento la chiesa fu invasa, allagata, da una fiumana di popolo salmodiante. Mi colpì subito un odore nauseabondo di sudore, di formaggio, di tabacco inacidito in fondo alle pipe annose, un odore tale che mi sconvolse le intime latebre dello stomaco producendomi una rilassatezza alle gambe ed uno stordimento alla testa così forte che mi vidi costretto sedermi su d’un gradino. E stetti con la testa poggiata fra le mani, immobile, non sentendo la forza di levarmi in piedi. Cosa avvenne di me in quell’ora?
Mi parve d’essere lontano lontano, perduto in luoghi sconosciuti senza speranza di rivedere la patria. Erano anni ed anni che io era partito, ed anni ed anni sarebbero ancora trascorsi prima di poter intraprendere la via del ritorno. Qual triste senso d’amarezza mi stringeva il cuore! Io mi sentivo come un fanciullo che brancola fra le tenebre, ed ormai stanco di cercare un’uscita s’accascia disperato per terra. Pensieri antichi e dimenticati, sventure remote, sconforti tante volte fugati, ritornavano in folla nel mio animo. D’intorno a me tutto era silenzio, pareva che la turba dianzi così tumultuosa e sussurrante si fosse dileguata con la leggerezza dei fantasmi. Ma, quali voci lontane, armoniose, percuotono il mio orecchio? È un canto mesto, profondo, pare quasi una nenia sepolcrale, … d’un tratto il canto solitario cessa, io tendo l’orecchio ansioso e la voce piena, sonora della folla mi fa trasalire, mi scuote.
Ecco, ora riprende il canto lontano; io ne sento le parole che piangono la morte del Signore, e a me par di vedere il triste monte, la croce campeggiante, e donne in lagrime che pregano e confortano una madre, una madre sventurata. La folla ripete il suo grido desolato: No, non chiamatemi Maria, chiamatemi madre di dolore[1] — Qual senso di dolcezza scese allora nel mio animo! Era un misto di compassione e d’amore, come se quello fosse il grido della madre mia morta quand’ero ancor fanciullo, il grido suo che lamentasse il triste destino di non vedere la gioventù del figlio. E invece della cupa disperazione di prima io sentivo quasi, una serenità di martirio che mi faceva guardare rassegnato il fosco avvenire, come se, vittima del mondo, io dovessi traversare la via dolorosa senza lamenti, con l’occhio alto e superbo e il cuore a brani.
Il canto cessò, la folla brulicante si sperse, e quando fuori respirai l’aria fresca della montagna, sorrisi alle mie fantasie che si perdevano nella calma luce lunare. Sorrisi, e la mia natura scettica e beffarda ricomparì, forse per reazione, più acuta, più violenta, insieme ad un certo dispetto verso me stesso per quel momento di debolezza.
Nelle strade un buio pesto; si andava a tentoni, trascinando i piedi, urtando ogni momento contro i sassi, affondando il piede in pozzanghere. Ad un certo punto, in una svolta, mi trovai solo; feci per raggiungere i compagni e battei il naso contro un muro. Mi decisi allora a chiamare soccorso, ed il segretario ed un altro, messomi in mezzo, mi condussero sottobraccio sino all’abitazione.
La mattina, il sole già alto venuto a picchiare con un raggio sui vetri, mi svegliò. Sentivo un gran benessere; le giunture sciolte, le membra elastiche, una serenità di mente ed una gaiezza di spirito insolita: vi contribuiva forse la luce bianca che invadeva la camera, ed il lembo di cielo d’un azzurro purissimo ch’io vedevo attraverso i vetri. Buttai all’aria le coperte e saltai giù dal letto, allegro come uno scolaro che non deve recarsi alla scuola. Peppino, nella stanza vicina, cantava a squarciagola, io, in camicia e scalzo, afferrai una sedia e mi misi a ballare, seguendo il ritmo, una polca sfrenata. Tanta era la frenesia e la spensieratezza, da non accorgermi che il canto improvvisamente era cessato e che da una porta interna, a vetrate, il segretario e Peppino mi osservavano ridendo a crepapelle. Vedere, balzare sul letto, e tirami le coperte fin sulla testa fu tutt’uno. — Che vergogna, pensavo, che dirà il mio ospite? — Un professore, diavolo, che fa simili arlecchinate! — Ma intanto ridevo, ridevo. Finalmente Peppino mi persuase a scoprirmi, e quello che più mi commosse fu di vedere quel brav’uomo del segretario così felice di vedere i suoi ospiti allegri, e così dispiacente che io fossi rimasto mortificato che, quasi quasi, si metteva anche lui a ballare con la sua barba nera e le scarpe ferrate.
Vestito, apersi la finestra e rimasi incantato dallo stupendo spettacolo che si offriva ai miei occhi. Dintorno, i monti verdeggianti chiudevano Olzai dentro un recinto fatato, in alto un cielo purissimo, tranquillo. Boschi lontani dormivano sotto la bianca luce del sole, picchi rocciosi sfolgoravano isolati sul verde tappeto di erbe. Di fronte a me, nel versante d’una collina, una greggia pascolava: s’udiva dolcemente il tintinnio dei sonagli, e i bianchi agnelli parevano pietre disseminate attorno al pastore immobile, appoggiato al vincastro. Tutto pace, quiete, i rumori giungevano all’orecchio smorzati, perdendosi quasi in un brusio misterioso che pareva aleggiasse nell’aria; il mondo finiva lì, sulle ultime linee dei monti, al di fuori vi era il vuoto, il nulla. Chinai gli occhi abbagliato dalla gran luce: un grazioso pergolato arrampicavasi fin quasi alla finestra, più in là una giovinetta con l’anfora in testa e le mani sui fianchi, ritornava dalla fonte. Quando fu vicina alzò gli occhi, due occhi azzurri che splendevano come due stelle, e sorrise; anch’io sorrisi, e il sorriso mi durò sulle labbra anche quando la fanciulla scomparve. Ero felice, proprio felice!
La colazione, una gran zuppa di latte buonissimo, fu divorata in un momento, e, presi i miei quaderni d’appunti, uscii col segretario e Peppino. La mattina passò presto: comodamente seduto nella sagrestia della parrocchia, ricopiavo da alcuni manoscritti laudi in ispagnolo ed in logudorese, riferentesi alle funzioni della Settimana Santa.
Il pranzo fu allegro: alla nostra tavola eravi anche il dottor Dore un bravo e colto giovane che, tanto a me come a Peppino, usò continue gentilezze. Il pranzo era esclusivamente composto di latticini: minestra di latte e fritture diverse, fra le quali una squisitissima, detta savada, specie di focaccia di formaggio leggiermente acidulo, rosolato così un pochino nella padella.
Prima di partire volli vedere gli abiti per il travestimento religioso della sera, dei discepoli di Cristo. Non mi meravigliò l’ampia tunica, non la rozza parrucca e la barba, ma lo strano copricapo che doveva pesare sulla testa paziente dei confratelli[2]. Figuratevi due coni di cartone, alti mezzo metro all’incirca, rivestiti, l’uno di stoffa verde, l’altro di stoffa azzurra, con due gran fascie, l’una rossa e l’altra gialla, che ne circondavano la base, e all’intorno un’infinità di ghirlande di fiori finti dai colori vivacissimi, fermate da anelli, catenelle e spille d’oro a profusione. Pensando alla figura ridicola che dovevano fare quei due disgraziati apostoli, arrampicandosi su per le scale della croce, con quelle piramidi sul capo tintinnanti ad ogni mossa come berretti da saltimbanchi, mi sentivo una voglia matta di ridere. Mi trattenni, perchè, nella camera, piena zeppa di uomini gravi e barbuti, il mio riso avrebbe eccitato lo sdegno e peggio.
Finalmente quella tortura finì, i cavalli, pronti ci aspettavano ed insieme un contadino che dovea servirci di guida. Al momento della partenza io, proprio, non sapevo come ringraziare il nostro ospite. Oltre l’ospitalità generosissima egli ci offriva cavalli e guida pel ritorno. — Non voglio ringraziamenti, disse chiudendomi affettuosamente la bocca con la mano, ho fatto il mio dovere.
Prima di montare in sella, l’ultimo bicchiere. Il nostro ospite ci accompagnò sino all’estremità del paese, e lì, additando la montagna: Due ore, disse, i cavalli sono buoni e andranno bene. Buon viaggio. — Dopo dieci minuti lo rivedemmo ancora sul ciglio di una roccia salutarci agitando il fazzoletto.
Eccola la maledetta strada percorsa il giorno innanzi, ecco i sentieri tortuosi chiusi da alberi enormi, le roccie, gli abissi. Ma ora, comodamente seduto sul dorso del mansueto e sicuro cavallo, non ricordavo quasi più le sofferenze passate. Davanti a noi la guida s’inerpicava agile come un capriolo e spesso perdendosi fra sentieri nascosti, ricompariva un buon tratto avanti, a segnare la strada. Pensai: come devono aver perduto la testa i pesanti fantaccini spagnuoli, quando nel 1719[3] dovettero per quei luoghi dar la caccia agli Olzaini, ribellatisi per il gravoso tributo imposto da Sua Maestà Filippo II!
[1] Della poesia, scritta con vero sentimento, riporterò qualche strofa:
O fizu meu istimadu,
Fizu de s’anima mia,
Fizu, de mama allegria,
Fizu, in su coro portadu!
Cale morte hat’annuadu
Cuddos tuos risplendores?
……
O giudaicu consizu
De sa vengativa fama,
Crucificade sa mama
E perdonade su fizu,
Cara de biancu lizu
Castigadu cun rigores!
Non mi giamades Maria
E ne de grassias piena,
Si non de dolos e pena,
De tormentos e agonia,
Ca bido sa vida mia
Intregada a traitores.
Non narades chi beneitta
Intre sas feminas seo,
Pro chi so, a su chi creo,
Sa pius dolente e afflitta;
A chie happo dadu tita
Bido in mortales orrores.
«O figlio mio amato, figlio dell’anima mia, figlio, gioia della tua mamma, figlio portato nel cuore. Qual morte ha oscurato la tua gloria?…
O giudaico consesso che hai fama di vendicativo, deh! crocifiggi la madre e perdona al figlio; o viso di bianco giglio torturato così crudelmente!
Non chiamatemi Maria, e neppure piena di grazie, ma piena di dolori e d’affanni, di tormenti e di agonie perché vedo la vita mia in mano di traditori. Non dite che sono la benedetta fra tutte le donne, perché io sono la più dolente ed afflitta. Colui al quale diedi il latte del mio seno lo vedo ora fra tormenti mortali».
Ad ogni strofa, la folla ripeteva il pietoso ritornello:
Non mi giamades Maria
Si no Mama de dolore.
[2] Ad Olzai sono due, in Alghero quattro i discepoli che eseguono il Discendimento. Anni addietro ambivano quest’onore i maggiori del paese.
[3] Quest’anno rimase celebre nel popolo, e fu chiamato de sa bandidia.
CAPO VI.
GAVOI
Arrivammo sull’imbrunire a Gavoi, un po’stanchi ma con un feroce appetito. Ah! un bel pezzo di carne arrosto, e il bicchiere colmo di vino generoso. Mi sentivo venire l’acquolina in bocca al solo pensarvi, e tutto contento, fregandomi le mani, esposi la mia idea a Peppino. — Carne? mi rispose con accento così meravigliato che mi fece rimanere di stucco. — Perchè no?
— Perchè non ne troveresti un’oncia a pagarla dieci lire. Non sai, è la vigilia di Pasqua, nessuno ne mangia ed il mercato è chiuso. — Una gallina? domandai con un filo di voce afferrandomi a quell’unica speranza. — Ma sei matto! Ci piglierebbero per eretici — Mi sentii salire il sangue alla testa; che volete! l’avevo rimuginata e carezzata tanto quell’idea che mi riusciva crudo il dovervi rinunziare. Peppino mi calmò: Senti, se ti adiri ti guasti l’appetito ed allora non potrai mangiare neppure di quello che c’è… Vedrai, ho una sorpresa — Davvero? esclamai subitamente rabbonito, fammi un po’vedere. — Ma Peppino fu inflessibile: A metà del pranzo, disse. La metà del pranzo non era lontana (il padrone dell’osteria ci aveva portato delle ova fritte ed un pezzo di formaggio) ma la pazienza mi scappò molto prima. Il pane consisteva in certi biscotti, che da quelle parti chiamano carta di musica, sottili, durissimi, d’un sapore di crusca ch’era un incanto. Figuratevi, con quella fame se mi dovevano soddisfare quei pezzi di vetro che m’ingegnavo a masticare di qua e di là a bocconcini — Questo pane non mi va, padrone, me ne porti dell’altro — Non ne abbiamo — Come! non ne avete? — Fui lì lì per tirargli quelle sue tavolette sulla faccia. Ma era pane da darsi a cristiani battezzati, quello?
Peppino intervenne anche questa volta: Il pane c’è ma bisognerebbe mandarlo a prendere ed il padrone non va a chiedere del pane in altre case perchè non è conveniente. Oggi, in tutte le famiglie si mangia di questo, il pane fresco si riserba a domani, chè è Pasqua. Andiamo, via! non far scene, se è duro immergilo nell’acqua.
Mi rassegnai a far la zuppa e per un momento mi ritornò il buon umore: Scommetto, dissi, che questo è il pane avanzato a Noè quando uscì fuori dall’arca.
Ma era scritto che quella sera io dovevo crepar di rabbia. — Questo pane, spiegava Peppino, dura anche sette ed otto mesi: se ne fanno delle grandi provviste, si sta persino due o tre giorni, secondo la quantità, a manipolare la pasta ed infornarla. Indi vien deposto dentro un cassone, per terra in una camera, sotto il letto… — Sotto il letto? feci io meravigliato e dando una prima occhiata diffidente al pane ch’era sulla tavola. — Già sotto il letto; lo vidi io stesso una volta che dovetti recarmi in un villaggio qui vicino. Il sindaco cavò il pane da quel guardaroba; figurati, alcuni pezzi erano ammuffitti, altri parevano rosichiati dai sorci. — Non volli udir altro e mi alzai di scatto buttando all’aria ogni cosa. Era troppo! non avrei mangiato di quel pane se m’avessero costretto col pugnale alla gola; e allora la bufera tante volte trattenuta scoppiò formidabile. Infilai una dozzina di moccoli, maledissi il momento nel quale mi era venuta la disgraziata idea di partire, mandai al diavolo le Sacre Rappresentazioni, la poesia popolare e tutto il folklore del mondo, e presi la valigia risoluto ad andarmene subito, senza neppure voltarmi, difilato ad Alghero.
Peppino m’aveva lasciato dire. Tranquillamente aveva levato dalla sua borsa di viaggio un involto in forma di rotolo e lo veniva svolgendo con calma. Diavolo! cos’era? Malgrado la rabbia, la curiosità mi vinse, e mi fermai un momento in mezzo alla camera con la valigia in mano. Dio eterno!… salame! esclamai — Già, … salame, rispose Peppino, e si mise pian piano a tagliarlo. Le fette cadevano una sull’altra, appetitose e nella stanza si diffondeva un grato odore. Misi la valigia per terra: Dove diavolo l’hai preso? E l’amico muto. Feci un passo avanti, ero disposto a capitolare ma con l’onore delle armi: Ma… come si fa, senza pane? — E l’amico duro. Quel salame mi tentava; presi una risoluzione eroica e mi sedetti, ma v’assicuro che ho mangiato più salame che pane.
Restava da risolvere il problema del dormire. Avevamo un unico letto appena sufficiente per una persona. Come si fa? Ecco, il materasso per terra e si giuoca alla sorte. Testa, croce… mi toccò il pagliericcio e non potei chiudere occhio in tutta la notte.
Bella Pasqua, in verità! pensavo la mattina tutto indolenzito, guardando tristamente dai vetri sporchi della finestra il cielo più sporco ancora.
E ricordavo con dispetto l’allegra festa degli scorsi anni, quando irrompevano in camera, tutti festosi, i biondi nipotini a svegliare quel poltronaccio dello zio che dormiva ancora alle otto. Venivano a mostrarmi il pane di Pasqua con le ova, avuto in regalo dalla nonna, e finivano per darsi a saccheggiare le taschine del corpetto e dei calzoni. Più tardi il pastore recava l’agnellino, poi venivano i regali dei parenti e degli amici; in cucina un affaccendar misterioso ma pieno di liete promesse; per le strade folla allegra e chiassosa, la musica, la processione, ed in alto, su tutta quella gioia, un incanto d’azzurro e di sole.
Simili pensieri dovevano passare per la mente di Peppino che vestivasi svogliatamente senza dire una parola. Forse ricordava i suoi due bambini, due angioletti, che in quel giorno non avrebbero avuto le tanto gradite strenne dal papà.
Nessuno parlò di colazione; uscimmo in istrada, alla ventura, come due esiliati. Che freddo! le strade erano umide ed il cielo minacciava di ora in ora la pioggia. Sulla gran piazza della chiesa, gran folla vestita a festa, ma non era la folla dei bei giorni; pareva che tutta quella gente si fosse radunata colà per obbedire ad un dovere increscioso. Gli uomini seduti sulle panchine, coi larghi calzoni di lino, candidissimi, il corsetto rosso, od azzurro, e le maniche del cappotto a sparati, fumavano gravemente la pipa.
Le donne passavano col viso chino, ombreggiato dal cappuccio, con le braccia piegate sul petto e le scure gonnelle appese ai magri fianchi, brutte, in generale, col viso fosco ed i lineamenti duri, pronunziati, mentre gli uomini erano dei bei tipi, robusti e fieri.
Mi recai alla posta: nessuna lettera di casa. Il malumore s’accresceva; passavamo per le strade come due cani bastonati a passo lento e svogliato, uno dietro all’altro per evitare i frequenti rigagnoli, senza dire una parola. Sentivo il bisogno di trovare… che so io! di fare qualche cosa che valesse a scuotermi quella tetraggine da dosso. Alzai per caso gli occhi su di una porta e lessi: Telegrafo. Ci fermammo quasi di colpo, tutti e due con la stessa idea: Se facessimo a casa un telegramma d’augurio! E così fu. — Mi raccomando, dissi puerilmente all’impiegato, lo spedisca subito — Pareva quasi che mi avessi levato un peso dallo stomaco, che qualche cosa di me fosse nella famiglia, che la lontananza si fosse d’un tratto accorciata. Le buone fortune sono come le ciliegie, una tira l’altra. Incontrammo l’avv. Daddi ed il sig. Cichi ai quali Peppino mi presentò. Il sig. Cichi ci invitò a pranzo, l’avvocato ci condusse a casa a bere un bicchiere di vino bianco e ad assaggiare la famosa aranciata, un dolce squisito composto di miele e sottili fette di buccia d’arancia. Non basta: l’avv. Daddi gentilmente mostrò d’interessarsi dei miei studi di letteratura popolare ed io lo tenni per circa un’ora con me e gli feci una chiacchierata interminabile.
La giornata intanto accennava a diventare serena: le nubi si addossavano ai monti, lasciando uno squarcio di cielo nel quale brillava un vivido sole. Ci recammo sulla piazza della chiesa ad attendere la famosa processione de su incontru per l’incontro appunto che avviene, da due opposte vie, dei simulacri della Madonna e del Gesù risorto. In quel momento passava un corteo battesimale: una ragazzina avanti col neonato in braccio, un’altra con le candele, appresso il padrino e la madrina. Una folla di monelli accorse gridando festosamente: Su nonnu, su nonnu! (il padrino). Questi buttò alcune monete ed i ragazzi si precipitarono a prenderle, urtandosi, rovesciandosi, cadendo a mucchi per terra. Ne vidi uno che era riuscito ad afferrarne parecchie, ricevere un colpo di sottomano che buttò le monete all’aria, provocando una nuova e più accapigliata baruffa. Nel passare, il padrino salutò l’avv. Daddi, il quale chiese se potevamo bere alla salute del figlioccio. Colui rispose di sì, indicando in pari tempo il luogo. Curiosa costumanza! Gli amici del padrino possono, con suo permesso, recarsi a bere in un luogo designato.
Intanto la processione scendeva lentamente divisa in due rami. Arrivò prima il Cristo risorto e si collocò da una parte della piazza, appena fu in vista la Vergine cominciarono le salutazioni e gli inchini. La cerimonia si ripeté parecchie volte in mezzo al profondo silenzio della folla che assisteva a capo scoperto. Poi i due simulacri si mossero incontro, s’avvicinarono, si chinarono ancora quasi per baciarsi e finalmente entrarono in chiesa. Dopo poco batté mezzogiorno ed al suono festoso delle campane s’univa il rombo di numerosi colpi d’arma da fuoco sparati dai paesani in segno di gioia.
Dopo pranzo ci recammo a vedere la statua della Vergine che alcune devote adornavano per la processione della sera. In un vecchio e sporco cortile, poggiava su quattr’assi il santo simulacro dal viso lucente e dai neri capelli sparsi sulle spalle. Vestiva il costume gavoese antico, di broccato, e sulle vesti tutte, sulle braccia, sulle mani era ricoperta d’oro e di gioielli. Tutta la ricchezza del villaggio, si può dire, era lì, e nessuna donna si sarebbe giammai rifiutata a consegnare i suoi monili perchè l’avrebbe colpita la maledizione del cielo. Era insieme uno spettacolo sublime e ridicolo. Sublime, perchè tutto quello scintillio d’oro e d’argento, quella veste sontuosa rivelava una fede ardente ancora ed ingenua, la fede dei popoli primitivi che chinano il capo davanti ai misteri della natura, ridicola per quel goffo carico d’ornamenti. Figuratevi, in alcune dita della mano destra aveva infilati persino cinque anelli!
Certamente. Ecco la trascrizione fedele delle pagine che hai caricato, tratte dall’opera di Pietro Nurra.
La sera fu noiosa. Per un momento il sole brillò, quando, ritiratasi la processione, alla nostra compagnia fu offerto il bicchiere del saluto. Il sacrista mesceva: un solo bicchiere veniva riempito, e ad uno ad uno, dopo il sacramentale: Salute! si bevette spargendo le ultime goccie del liquore per terra. Con l’ultimo bicchiere sparì anche l’ultimo raggio di sole e la pioggia continua, insistente, ci costrinse a ritirarci.
CAPO VII.
FONNI
Che triste partenza la mattina! Il cielo era fosco, appena rischiarato verso oriente dalla livida luce dell’alba, e cadeva una pioggia minutissima, che pareva non dovesse mai cessare. Il villaggio era ancora addormentato e le ferrate zampe delle nostre cavalcature risuonavano stranamente sui ciottoli bagnati come nelle vie d’una città abbandonata. Dalla strada maestra c’internammo ben presto in un viottolo erto e sassoso che traversava una boscaglia. Gli alberi, radi e grigi, avevan forme strane di gente così trasformata per forza d’incantesimo, e noi, avvolti nell’ampio mantello impermeabile, cavalcando silenziosi sul letto di foglie morte, sembravamo paladini erranti che tentassero la pericolosa avventura. Non un vecchio mago od un nano sapiente che ci istruisse e ci insegnasse la via: tutto era solitudine in quel desolato campo di morte, solo, di tratto in tratto, un lieve stormir di foglia, quasi un avvertimento, una tacita preghiera di quell’anime umane imprigionate nei tronchi annosi.
La boscaglia finisce: cosa strana! nessuno ci ha disturbati. Che la maga voglia trarci in inganno riserbandoci un castigo più terribile all’ultimo momento? Lo sapremo subito; ecco le prime case della città fatata, ecco la sua abitazione. Peppino si ferma e scavalca, io m’avvicino per fare altrettanto, … e rimango inchiodato sulla sella. Due maghe, due splendide maghe, sono apparse sul limitare ed un’occhiata sola è loro bastata per punire il temerario cavaliere. Immobile sentinella io dovrò rimanere eternamente, terribile esempio ai venturi. Ma Peppino ha l’anello di Bradamante, le bellissime maghe, vinte, si sottomettono a lui, una di esse, avvicinandosi, mi dice con la più armoniosa voce del mondo: Vuol discendere, signore? — e l’incanto è rotto.
Fonni è il paese delle belle donne. Mi ricorderò sempre dell’impressione avutane la prima volta. Ad ogni uscio, ad ogni finestra, vedevo dei visini rosei, delle miniature addirittura che mi facevano voltar la testa strabiliato or di qua, or di là, come una civetta sulla gruccia. Peppino era furibondo, mi dava certi pizzicotti da levarmi la pelle, mi ammoniva con delle occhiataccie, ma le eran fole. Dopo tante donne brune e segaligne, dopo le fosche ragazze di Gavoi dagli occhi neri, feroci, via!, ero da compatire se mi indugiavo un pò a contemplare un visino rotondetto del più bell’incarnato che mai si possa immaginare, due occhi neri, due stelle, un naso greco, una pozzetta sulle guancie, un’eleganza di forme insolita. Ma ciò che mi fece rimaner di sasso, fu l’improvvisa comparsa d’una Giunone.
La splendida fanciulla, alta come un granatiere, dalle forme opulente d’una matrona romana, con un viso delizioso fra il birichino e l’ingenuo veniva tutta sola per una via, e le ondeggiavano i curvi lombi come sui colli di Samaria il grano. Passò fra noi con la maestà d’una regina, col viso alto e superbo, come non degnasse d’uno sguardo degli esseri inferiori, sognante forse nei bruni occhi meravigliosi che fissavan l’orizzonte lontano, amori potenti d’altr’epoca, d’un’epoca di giganti. Peppino che pure è alto e robustissimo, pareva un giocattolo vicino a lei, io…, non parlatemene per carità, io ero proprio avvilito. Quella Giunone non contava che sedici anni, ed aveva altre due sorelle, due gigantesse, che io un giorno potei ammirare da lontano con una specie di pauroso rispetto.
Fonni è il paese più freddo della Barbagia settentrionale: gran parte dell’anno è coperto dalla neve, per il che gli embrici dei tetti sono brune scaglie o lastre di sughero, fermate qua e là da grossi ciottoli, per non esser portate via dal vento. Nei cortili delle case non manca mai su pithu, specie di palco ove vien deposta la provvista delle legna, e nello stanzone ove si raduna la famiglia, il ceppo arde molte volte sino a giugno.
Ci dovevano essere delle novità per aria. Il pretore, il maresciallo dei carabinieri ed il dottor Marchi erano passati frettolosi e con aria preoccupata; gruppi d’uomini e di donne discutevano e commentavano animatamente.
C’informammo; la novità c’era e grave: a due ore di distanza dal paese, tre fonnesi erano stati accolti a fucilate da un gruppo di malfattori imboscati, ed uno di essi era rimasto ferito al braccio destro. La notizia mi fece impressione; malgrado tutto quello che avevo sentito di agguati e di assalti continui, pure, sinora, una certa quale incredulità, non disgiunta però dalla prudenza ispiratami dagli avvertimenti di Peppino, l’avevo sempre nell’animo. Sentivo protestare così altamente e sdegnosamente i miei ospiti e tutte le persone che avvicinavo, contro le esagerazioni dei touristes che eran passati da quelle parti e si eran fatti un dovere, dopo essere stati accolti con somma affabilità, di dire corna del paese, che anch’io cominciavo tra me e me ad indignarmi della dura sorte della nostra isola alla quale tutti insultavano. Io stesso non avevo avuto finora motivo di credere diversamente; avevo avvicinato persone gentilissime ero stato accolto con squisita cortesia e nessuna avventura spiacevole m’era capitata. Sentivo bensì, ora d’una audacissima razzia di quaranta vacche compiuta nelle campagne di Silanos, ora d’una fucilata d’avvertimento alla finestra del pretore di…, ora d’un paio di buoi sgarrettati, ora d’una cavalla uccisa, ma, dei malfattori, pensavo, ce n’è in ciascuna parte della terra, e ci corre al dipingere un’intera regione come un nido di ladroni di strada.
L’assalto di Fonni, però, e le successive osservazioni che ebbi campo di fare mi convinsero che noi sardi siamo come quegli ammalati che, recandosi dal medico, cercano di nascondere o di attenuare il loro male, pur col desiderio di esserne guariti. Parliamoci chiaro: io sono sardo e non meno d’un altro amante della mia isola, quindi contro di me, spero, non potrà essere lanciata l’accusa di preconcetto, d’ingratitudine, d’ignoranza della nostra vita e dei nostri costumi, che poteva valere per uno straniero che visitasse la Sardegna. Se un preconcetto avevo era quello che quanti avevano scritto sulla nostra isola, fossero stati traviati da false idee, da erronee interpretazioni di fatti, da esagerazioni proprie e d’altri, quindi, se mi sono convinto che in quei paesi c’è del marcio, e molto, non mi si accuserà di deliberato proposito di ritrarre le cose con tinte fosche, e non mi si griderà la croce addosso se ho il coraggio (e si dica pure spudoratezza che la sostanza non cambia) se ho, ripeto, il coraggio di dire che da quelle parti i sardi sono barbari, e più che barbari, selvaggi. Possiamo noi giudicare da quelle poche persone che, uscite fuori dal loro paese, e compiuto un corso qualunque di studi, vi ritornano a vegetare nell’atavica inerzia? No, signori, perchè in esse l’istruzione, il contatto con una civiltà più progredita, ha, diremo, soffocato, o se meglio vi piace, distrutto quei sentimenti, quegli istinti che invece si osservano vivi e potenti nel popolo. Da questo noi dobbiamo trarre le nostre osservazioni, ed allora soltanto potremo avere delle giuste risultanze. Andiamo! qual’è quel popolano che nel corso della sua vita non abbia impugnato, una volta almeno, il fucile, il coltello, per minacciare, aggredire o ferire? Sono due proprietari limitrofi? si abbaruffano pei confini; due pastori rivali? si uccidono le vacche ed i buoi; due partiti amministrativi? si seppelliscono sotto una valanga di ricorsi e di calunnie.
A Cossoine, durante un anno, s’infierì talmente contro il bestiame che, mi disse il commissario straordinario mandatovi, non vi erano più, quasi, buoi per arare i campi. A Gavoi un’altra persona mi diceva che i consiglieri comunali conoscevano la legge amministrativa meglio degli stessi avvocati. Qual’è il villaggio che non abbia nei dintorni parecchi latitanti?
Questo stato di cose, ho avuto già occasione di dirlo, non dipende da altro che dalla morale barbara che impera da quelle parti. La vendetta è il dio supremo al quale tutti sacrificano, per essa si legittima qualunque delitto, ed appunto per questo sentimento il famigerato Derosas, diventò così caro al popolo che il suo arresto quasi quasi dispiacque[1]. Il lavorio della vendetta si fa sordamente; non una protesta, non un grido segue l’offesa, non si pensa alla giustizia perchè in essa non si ha fiducia. Uccidono, per esempio, un giogo di buoi, il proprietario suppone chi sia l’autore del misfatto ma non lo denunzia, o se lo fa non esprime tutto intiero il suo sospetto, le sue convinzioni; dopo un mese, due, un anno egli si farà giustizia da sè. I testimoni si guardano bene dal deporre la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità, chè l’uno o l’altro dei litiganti saprebbero punirli.
Ma di ciò mi riservo di parlare più a lungo e con la scorta dei fatti e della statistica. La conclusione è che, da quelle parti specialmente, la pubblica sicurezza e la morale pubblica sono dei miti, nè il non aver io fatto alcun incontro spiacevole significa nulla. In quello stesso mese davanti alle Assise di Nuoro si teneva il dibattimento per l’audace ricatto dei francesi Paty e Pral, ed a poche ore di distanza dal paese venivano di pieno giorno assaliti tre Fonnesi. I quali io volli vedere e sentire.
Nella stanza bassa, adagiato su delle coperte e dei guanciali stesi per terra, giaceva il ferito, pallido ancora pel dolore sofferto nella ricerca delle scheggie del proiettile. Dintorno una diecina di uomini, alti e barbuti, fumando gravemente la pipa, ascoltavano impassibili il racconto della disgraziata avventura che faceva uno degli assaliti. Erano tre dunque, e ritornavano a cavallo da Nuoro dove avevano venduto una grande partita di vino. D’improvviso, mentre salivano su per una scorciatoia ripidissima, incassata fra siepi alte, scoppiano da un lato parecchie fucilate. I cavalli all’inatteso rombo si spaventano ed indietreggiano; i tre assaliti, sebbene armati sino ai denti, non possono rispondere perchè i nemici si mantengono invisibili, ed allora si voltano precipitosamente alla ritirata. Ma altre fucilate partono da un’imboscata alle spalle; per fortuna uno solo di essi vien ferito al braccio, e con veloce fuga per la ripida e spaventosa china riescono a mettersi in salvo.
Certo il colpo era stato preparato di lunga mano: forse gli incauti viaggiatori avean fatto vedere in qualche bettola di Nuoro i rigonfi portafogli, forse erano gli stessi compaesani e vicini che avevano disposto l’agguato. Il narratore s’esprimeva con prudenza, ma con lampi negli occhi d’odio feroce, e nel collo toroso si vedevan salire delle ondate di sangue.
Faceva freddo davvero, pioveva continuamente, sicchè ero costretto passar le giornate chiuso in casa, occupandomi a riordinare i miei appunti.
Un po’prima d’andare a cena scendevo in cucina a discorrere, seduto attorno al ceppo che ardeva nel mezzo dello stanzone affumicato. E qui assistevo alla operosità veramente meravigliosa delle donne sarde. Bisognava vedere le due graziose figlie dei nostri ospiti come si davano attorno, ora a munger la capra, ora a sorvegliare il desinare accoccolate davanti all’ampio fuoco, ora a preparare gli utensili e le provvigioni pei lavoratori che dovevano recarsi alla campagna la mattina presto, e tutto in silenzio, comprendendo ad un cenno, ad una mezza parola detta sottovoce, gli ordini della mamma. Non parevano mai stanche; la mattina, all’alba, erano già levate, e quale era nell’orto a spargere il becchime alle galline, quale dava assetto alle masserizie; aiutavano il muratore che costruiva un muro nel cortile, mondavano il grano, rammendavano le lenzuola e gli abiti. In verità che provavo quasi un senso di vergogna per la mia poltroneria, quando scendevo svogliatamente dalla mia stanza a mangiare la colazione che fumava nelle capaci scodelle! E i bei lavoretti di paglia e di crini intrecciati che facevano nei brevi momenti di riposo! Io conservo ancora un anellino di crini colorati, di un disegno semplice e grazioso. E quanta modestia poi, quanta riservatezza! Nei villaggi sardi, in ispecie da quelle parti, gli ospiti mangiano coi soli uomini, le donne si fanno vedere raramente, molte volte anzi partite senza sapere se il vostro ospite abbia moglie o foglie. Mi ricordo un fatto caratteristico. Un giorno di festa, sul piazzale della chiesa, osservavo lo sfilare dei ricchi costumi muliebri. Passarono le foglie del nostro ospite, salutai, ma vidi con sorpresa che non mi veniva restituito il saluto. Andato a casa domandai naturalmente il perchè ed allora seppi che le fanciulle non devono salutare i forestieri.
Dopo cena veniva la brigata degli amici con cetre e mandolini, e lì un po’ di musica e di canto, quattro chiacchiere alla buona, e si rimaneva sino alla mezzanotte. Una sera mostrai desiderio di sentire gli improvvisatori che negli ultimi giorni del carnevale piangono la morte di Narcisu, fantoccio allegorico che si usa in parecchi luoghi d’Italia e segnatamente in Sicilia. In alcuni paesi di Sardegna si fa una curiosa cerimonia. Narcisu o Giorgi, portato in piazza da una turba di maschere bianco-vestite, deve sottostare ad una specie di dibattimento. Le accuse contro di lui sono numerose e gravi: nientedimeno egli deve rispondere di tutti i furti, di tutte le grassazioni avvenute durante l’anno nel paese e nei dintorni. Ed il pubblico ministero nel fare la requisitoria non risparmia gli accenni più o meno coperti a coloro che la voce popolare designa quali autori, provocando e risa e commenti senza fine. Il processo sommario termina con la condanna dell’infame Narcisu od alla fucilazione od al rogo, e la sentenza viene eseguita ipso facto fra mezzo alla gazzarra della folla festeggiante l’ultima sera dei baccanali.
Gli improvvisatori vennero, ma ci volle del bello e del buono ad indurli. Anzitutto non era carnevale, dicevano, e non conveniva dar fuori tempo un tale spettacolo; poi assisteva un forestiere, perchè? certo per burlarsi di loro. Dopo tanto si riuscì a convincerli, ma non appena mi videro con la matita in mano, pronto a raccogliere i loro versi, s’inalberarono come cavalli ombrosi.
Convenne fare un’altra perorazione. È pur vero che per far cantare un cieco bastano cinque centesimi, ma per farlo tacere poi ne occorrono venti; non appena si determinarono ad improvvisare, l’estro poetico li invase per modo che io, per quanti sforzi facessi, non potevo tener loro dietro, e buttai via disperato la matita contentandomi di ascoltarli. Tuttavia alcune strofe potei trascriverle, e serviranno come saggio di questa originalissima poesia improvvisata. Le maschere che la cantano si chiamano buttudos, sono vestite di stracci, grottescamente, tinte di fuligine nella faccia, e godono della più ampia libertà nell’inseguire le ragazze ed abbracciarle, e nel satireggiare coi versi. Per lo più vanno a gruppi, una vedova con cinque o sei figlie che recano il loro padre morto, Narcisu o Ecce homo come pure, non so perchè, lo chiamano a Fonni, e di tratto in tratto, adagiatolo per terra, si sfogano in lamenti ed in canti:
Babbu no ch’è mortu,
cuddu babbu istimau;
Babbu no ch’è mortu,
interrau insortu.
Cuddu babbu istimau,
insortu ch’est’interrau.
Sa familia istimada,
che l’ha lassada sola.
Sa familia istimada,
cuddu pegus de mola.
Cuddu pegus de mola,
che l’ha lassada sola.
Cuddu babbai mannu
fudi un Ecce-homo.
Cuddu babbai mannu,
a domo ha fattu dannu,
Fudi un Ecce-homo,
ha fattu dannu a domo[2].
Man mano che gli improvvisatori si riscaldano, il canto diventa licenzioso ed osceno, ed il coro del popolo schiamazzante, ad ogni strofa ripete il ritornello: Coro meu!
Terminati i miei lavori, visitata la Basilica, della quale parlerò in apposito capitolo (Vedi Appendice), stabilii di partire per Mamoiada. Il maresciallo comandante la stazione dei carabinieri gentilmente ci concesse due uomini di scorta. Mi caddero le braccia però quando ci presentarono i bucefali che avevano noleggiato per noi. L’aspetto melenso di quelle bestie, che facevano una magrissima figura accanto ai briosi puledri dei carabinieri, era da compatire, ma la bardatura, Dio santo! Selle antidiluviane, briglie rappezzate, afforzate, legate con spago e cordicella; di staffe neanche l’ombra, cioè un’ombra, una sola, lunghissima, che ballonzolava ad un fianco del cavallo destinato a me. Facendo una più accurata ispezione, si vedevano facilmente dei pericoli appena mascherati, delle minaccie prossime di strappi, di dondolii poco rassicuranti, d’improvvisi scoscendimenti, di frane spaventose, di capitomboli sulla ghiaia della strada. Ci convenne fare di necessità virtù, e salutati gli amici che ci avevano tenuta grata compagnia, sfilammo in buon ordine alle porte. Una vera spedizione! I due carabinieri rappresentavano il corpo d’esercito, io e Peppino, con le valigie, le salmerie, e un diavolo d’ometto montato su d’un bizzarro cavallino, l’avanguardia. La quale disimpegnava davvero per bene il suo ufficio. L’ometto, che era il procaccia, nero come un tizzone d’inferno, ora caracollava meravigliosamente, ora spingevasi alla carriera, saldo negli arcioni che pareva inchiodato a malgrado degli scambietti e delle capriole che faceva la sua ombrosa e irrequieta cavalcatura. M’avvidi che, al contrario dei novecento novanta nove milioni d’uomini che popolano la terra, egli fumava spesso il sigaro introducendosene in bocca la parte accesa, ed avendogliene io chiesto il perchè mi rispose che soltanto in questo modo gustava il sapore del tabacco. L’uso smoderato del bere gli aveva così fortemente attutito il senso! D’inverno, quando la neve alta cuopriva le strade, l’ometto, recandosi a Mamoiada per la posta, si premuniva contro il freddo empiendosi lo stomaco d’acquavite; a Mamoiada completava il carico, sicchè ne risultavano tali sbornie da smarrire molte volte il sacchetto della posta per via, od anche da ruzzolare giù dal cavallo, che, abituato, pare, ai capricci del padrone, continuava filosoficamente la strada, lasciando l’amico sulla neve a smaltire la cotta.
[1] Vedi un mio articolo: I banditi Derosas-Angius nella poesia popolare (nella Nuova Sardegna del 25 settembre 1894, n. 288).
[2] Babbo è morto, quel babbo amato. Babbo è morto e fu sotterrato senza sacramenti. Quel babbo amato senza sacramenti fu sotterrato. — La famiglia amata l’ha lasciata sola, quella bestia da soma. Quella bestia da soma, l’ha lasciata sola. — Quel nonno grande, era un Ecce-homo e la sua morte ha fatto danno alla famiglia.
CAPO VIII.
MAMOIADA
Smontammo a Mamoiada, nella piazza della chiesa, e, rimandati indietro i cavalli, si pensò anzitutto al pranzo. Non credere, amico lettore, che questa preoccupazione del cibo tradisca un mio carattere, o peggio un mio difetto; gli è che da quelle parti, spesse volte, poter mangiare cristianamente, è un vero problema per il forestiere.
Si arriva d’improvviso, in paesi dove la carne si vende una volta la settimana, la domenica, dove di pesce non si vede neppur l’ombra, si arriva quando quel poco che c’è nel misero mercato fu già distribuito ai paesani, ed allora, lettor mio caro, se non trovi un amico od un ospite compiacente che si riduca a sacrificare una gallina od un agnello, la passi male davvero. E, pazienza quando ciò capita una volta tanto; ma, mettetevi nei miei panni, pensate che da oltre venti giorni non mangiavo che maccheroni, ova e formaggio, e…, per variare, un po’di minestra al brodo… lungo, e ancora ova e formaggio, e poi dite se il mangiare non dovesse essere per me un problema importante da risolvere.
Quella mattina poi la cavalcata m’aveva insolitamente aguzzato l’appetito, e rimuginavo tra me e me il modo migliore di soddisfarlo, quando, allo svoltar d’una via, m’imbattei in un ragazzo che portava un cestello di trote fresche fresche. Vederlo, e piombargli addosso come uno sparviero sulla preda fu tutt’uno, ma, figuratevi il mio naso, quando, allo stesso tempo, vidi sbucare da una porticina un brigadiere dei carabinieri e piantarsi di fronte al ragazzo.
Io ho un carattere sifatto, che, nelle circostanze più improvvise, mantengo un sangue freddo inalterabile, e inoltre sono cocciuto come un tedesco. Così che avendo capito subito che eravamo in due a contenderci la preda, fu tutt’uno in me il pensare d’adoperar l’astuzia per vincere, e d’avere io il pesce a qualunque costo, sebbene il mio avversario appartenesse alla temuta non che benemerita arma.
— Ragazzo, sono fresche queste trote? cominciai. — Si figuri, vengo or ora dal fiume. — E, quanto costano la libra? — Quaranta centesimi. — Un po’care, disse il brigadiere. — Bah! feci io con l’indifferenza d’un milionario, sono tanto poche che le prendo tutte — E stesi la mano. — Un momento…, ne dai una libra anche a me?
Il ragazzo ci guardò confuso. Da una parte io ero il primo arrivato, dall’altra egli non voleva certo disgustare un’autorità del paese, tanto più che in quel tempo la pesca delle trote era proibita, circostanza che, si dica ad onor del vero, venne taciuta di comune accordo dalle parti contendenti.
— Scusi, brigadiere, dissi, se permette, questa volta le prendo tutte io. Sa, devo partire fra poche ore, sono forestiere, e non potrei, così, su due piedi, trovar cosa che mi soddisfi. — Eh! anche noi, caro signore, non creda che troviamo di molto. — Ma loro ne mangeranno tutti i giorni, mentre io, veda, oggi solo, dopo venti giorni che sono in giro, trovo per fortuna del pesce. — Non creda, insisteva la benemerita, che noi ne abbiamo spesso. Vengono degli speculatori da Nuoro e si portan via tutto.
Cominciavo a perder terreno ed il nemico non accennava a ritirarsi. — Sono il professor Nurra, dissi tentando un colpo. — Tanto piacere. — E, se mi permette, verrò a farle una visita prima di partire. — S’accomodi pure. — Ho un biglietto di raccomandazione dal maresciallo comandante la stazione di Fonni. — Come, viene di là? — Sì, un bravissimo uomo quel maresciallo, è stato tanto gentile con me. Mi concesse di viaggiare insieme con la pattuglia dei carabinieri e mi disse che a Mamoiada avrei potuto intendermi con lei… — Con tutto il piacere. Vuol favorire in caserma?
Peppino discorreva pochi passi avanti con dei paesani. Gli mandai il ragazzo con le trote e siccome il brigadiere accennava a protestare dissi risoluto: La invito a pranzo, brigadiere….. — e la benemerita sorrise completamente disarmata.
Era presso a mezzogiorno quando m’avviai contento come una pasqua all’albergo. La giornata non si poteva dire perduta: dall’ufficiale postale, una gentilissima persona, avevo ottenuto un prezioso manoscritto d’una commedia sacra, il maestro elementare ed il parroco m’avevano dato delle importanti notizie sulle mie ricerche, e poi… a pranzo vi erano le trote, … senza il brigadiere, trattenuto in caserma non so da quale servizio improvviso.
Con tutto ciò nel traversare le strette vie di Mamoiada non tralasciavo di ammirare quelle donne dai fianchi opulenti, dal seno opulentissimo, dagli occhi neri, di fuoco, in fama di appassionate.
Il pranzo fu molto allegro; vi basti il dire che, avendo scoperto in un cortile attiguo all’albergo un bellissimo asino tutto nero, fu tale la commozione che prese me e Peppino alla vista di quel raro esemplare della specie, che l’abbracciammo affettuosamente piangendo di tenerezza.
La mattina, per tempissimo, su di un misero calesse, tirato da un magro cavallo, partimmo alla volta di Nuoro. Per la via Peppino, contro il suo solito, pareva infastidito, preoccupato e rispondeva a monosillabi alle mie chiacchiere. Ogni tanto poi si voltava a toccare in fondo al calesse… che cosa? Glielo chiesi. — M’assicuro se vi sono le valigie, mi rispose. — Come, non sono state legate bene, forse? — Non serve; qualche volta dei ladruncoli svelti, correndo dietro al calesse, tagliano rapidamente le corde e scappano con le valigie prima che i viaggiatori possano accorgersi di nulla.
Diavolo! non m’importava degli abiti e della biancheria, ma dei manoscritti e degli appunti raccolti con tanta fatica, sicchè adesso anch’io allungavo il braccio ogni momento per toccare il morto.
Però la musoneria di Peppino continuava ostinata, malgrado che io tentassi in tutti i modi di distrarlo. Osservandolo attentamente vidi che guardava qua e là con occhio investigatore, e più spesso all’enorme siepe che fiancheggiava la strada. Anche il nostro automedonte, con le guide ben strette in una mano, la frusta sollevata nell’altra, pareva che, ad un segnale improvviso, dovesse precipitare il cavallo a disfrenata carriera. Quell’atteggiamento, quel silenzio ostinato di Peppino, e più il luogo selvaggio, mi fecero capire che si attraversava uno dei punti più pericolosi della regione. Immaginate da un lato una valle tutta alberi fitti e macchioni impenetrabili, dall’altra un muraglione di siepi inclinate che pare vogliano seppellire la smilza strada che corre tra esse ed il ciglio della valle; all’intorno un silenzio cupo, di mal’augurio, interrotto qualche volta da mormorii sinistri di acque cadenti invisibili, da fruscii misteriosi, da movimenti sospetti, e avrete un’idea del paesaggio e della sua paurosa orridezza.
La regione appartiene alla cantoniera detta su Grumene, consacrata da tempo alle gesta dei grassatori, e la valle ha un triste nome, de su Inferru, dell’Inferno. In quelle selvagge ed intricate foreste, ottimo riparo ai conciliaboli, miglior rifugio nelle ritirate, si organizzano e si preparano tutti gli assalti ed i ricatti che avvengono molte miglia all’intorno.
Quante volte da quelle fitte cortine di rami, il malfattore appostato non avrà visto l’inconscia vittima appressarsi, od allontanarsi i carabinieri delusi e stanchi dell’infruttuosa ricerca! E che stratagemmi, che feroci astuzie! Ora, dei viaggiatori notturni sentono improvvisamente inalberarsi i cavalli per un mucchio di cappotti gettati in mezzo alla via, e prima che possano riaversi dalla sorpresa, sono scavalcati da gente mascherata che piomba loro addosso alle spalle. Ora un proprietario che s’avvia ai suoi poderi, di pieno giorno, vede, ad una svolta, rizzarsigli contro un fantasma col fucile spianato che gli intima di lasciare il cavallo e quanto di buono ha in dosso, e rifare, pedibus calcantibus e senza far motto, la strada. Ora è un pezzente che, in tuono dimesso, chiede al passante una cica, dei fiammiferi, e mentre questi si fruga addosso per soddisfarlo gli arriva una mazzata sul capo che lo butta a terra.
Queste cose mi raccontava a bassa voce Peppino per giustificare le sue inquietudini, e, vi dico la verità, se non era paura quel non so che di strano che m’agitava il cuore, certo era un sentimento che gli si avvicinava di molto. Ma quando Peppino, quasi riluttante a farmi una confidenza che stimava avrebbe accresciuto le mie apprensioni, mi disse aver saputo dal brigadiere di Mamoiada che, proprio in quei giorni, s’aggirava nelle vicinanze una banda armata, e che i carabinieri di tutte le stazioni dei dintorni avevano ricevuto l’ordine di convenire quella mattina a su Grumene, fui più tranquillo. La banda, che ha sempre un servizio accuratissimo di informazioni, certamente prevenuta della mossa dei carabinieri, aveva dovuto prendere il largo da un pezzo. Però tranquillo del tutto non fui se non quando la valle maledetta fu passata e apparvero le prime campagne di Nuoro, e nello stradale, fino ad allora deserto, incontrammo frequenti gruppi di contadini che si recavano al lavoro.
Scendemmo dal calesse con un respiro di sollievo, e per sgranchire le gambe si fece a piedi una lunga salita, eccitati dall’aria fine della montagna. Il calesse ci veniva dietro a breve distanza, accompagnato da due nuoresi a cavallo, sopraggiunti, e che discorrevano coll’automedonte. Io, che ho l’orecchio fino, sorpresi un brano di dialogo e ne rimasi talmente stupito che feci cenno a Peppino di rallentare, senza farsi scorgere, il passo, per sentir meglio.
Il dialogo proseguiva: — Cosa hanno nelle valigie? — Ma…, biancheria, abiti, mi pare. — Hanno altro bagaglio? — Qui, no. — Quel piccolo è un professore, hai detto? — Così ho saputo. Viaggia per vedere i nostri paesi. — Per viaggiare in questo modo devono aver dei denari. Hanno pagato il nolo del calesse? — No, mi pagheranno a Nuoro. — Quanto? — Cinque lire. — Si trattengono molto a Nuoro? — Non so. — E da Nuoro dove vanno? — Non me l’hanno detto.
— Quel lungo ha un bel fucile a retrocarica. In bidda con chi erano? — Col parroco e col maestro di scuola.
Se non che, rallentando il passo, ci trovammo ai fianchi del calesse, ed il dialogo cessò. I due nuoresi, che avevano l’aspetto di due ricchi possidenti, datoci il buon giorno, spronarono i cavalli.
Che i sardi, in generale, fossero diffidenti ed inquisitori verso i forestieri, lo sapevo, ma che l’inquisizione arrivasse a quel punto, in persone che parevano dabbene, non l’avrei giammai creduto. Il governo dovrebbe pensarci: che eccellente stoffa di giudici istruttori!
CAPO IX.
NUORO
Al primo entrare in Nuoro provai una gran disillusione. M’avevo immaginato una cittadina e mi trovavo davanti ad un grosso villaggio.
La via principale, il Corso, ampia, lastricata anche bene; ma con due file di miseri palazzi alternati a catapecchie mezzo rovinate, mi dava l’idea di un contadino che vuol indossare sul serio gli abiti d’un signore; le altre vie poi, strette, scoscese, tortuose, non ricordano neppure da lontano la città.
Gli ufficiali dell’esercito, gli avvocati che vedevo avviarsi al Tribunale col fascio delle carte sotto braccio, persino le guardie di questura che passeggiavano, parevan tutta gente fuori posto, tanto stonavano con l’ambiente.
Di naturale al luogo ed alla sua fama non vi trovai che gli scarlatti costumi popolani e le splendide fanciulle dal petto superbo, dagli occhi nerissimi, scintillanti che vi mettono un brivido nel sangue. Cosa siete voi pallide e delicate bellezze cittadine, miseri fiori di serra, a petto di quelle fiorenti donne dalle carni marmoree, piante rigogliose sbocciate alla cruda aria dei monti? Cosa sono i vostri sguardi studiatamente languidi in confronto di quegli sfolgorii insopportabili di pupille nere che vi costringono ad abbassare gli occhi abbagliati?
Mentre facevo tra me e me queste e simili altre considerazioni, sentii una mano pesante gravarmi sulle spalle. Mi voltai e vidi il caro, il simpatico Bustianu che, sorridendo nel suo largo faccione bonario, mi strinse vigorosamente la destra. Bustianu (tutti lo chiamano così), al secolo l’avv. Sebastiano Satta, mi condusse difilato in una bottiglieria dove incontrai altri amici d’Università. La bionda vernaccia spumeggiò in breve nei capaci bicchieri…, per Iddio! pareva che fossero ritornati i bei tempi del corso di leggi, quando, fra una lezione di dritto ed una d’economia, si piantavano sul piazzale dell’Ateneo delle gazzarre da far rimanere trasecolati i passanti. Allora Bustianu scriveva nella battagliera Isola degli stupendi capicronaca, e insieme col Chiesi otteneva audacemente la famosa intervista col bandito Derosas.
Quell’anno, ricordo, io dovevo dare un sacco d’esami, e quando mi sentivo stufo di leggere e commentare gli articoli di quel libro divertentissimo che è il Codice Civile, correvo da Bustianu. All’imbrunire lo incontravo quasi sempre in una modesta rivendita di vino e liquori tenuta da una bella giovinetta dei villaggi. Il mio apparire era salutato da un: oh! di meraviglia, e Bustianu porgendomi subito un ampio calice di vino: Bibe, diceva, il liquore degli dei.
Quella rivendita diventava una babilonia. Si era cinque o sei studenti di leggi, quale monarchico, quale repubblicano, quale socialista, e le discussioni politiche si avvicendavano con un accanimento tale da parer quasi che litigassimo, finchè qualcheduno gridava con voce stentorea: Mezzo litro! Allora vi era un po’di sosta, una specie di Arcadia tutta complimenti e madrigali all’indirizzo della bella Ebe che sorridente, e per nulla turbata dalle nostre audaci proteste, veniva a mescerci il vino.
Mano mano la rivendita s’andava spopolando, finchè, seduti viso a viso presso uno sporco tavolino, col bicchiere ricolmo davanti, non restavamo che io e Bustianu. La nostra conversazione si faceva quasi a bassa voce, con una confidenza ed una familiarità di vecchi camerati, ed invariabilmente il discorso cadeva sull’arte.
Allora Bustianu s’eccitava, la sua fronte pareva farsi più ampia, i suoi occhi or guardavano lontano quasi dietro ad un ideale che egli solo intravedesse, ora mi fissavano con tale intensità che io mi trovavo confuso ed imbarazzato. Quando poi si lasciava indurre a recitare qualcheduna delle sue poesie, pareva un romano antico con quella specie di enfasi ed il gesto largo e solenne che voleva scolpirvi nella mente le immagini. Io non mi stancavo di ascoltare, e quando, a tarda notte, con la testa in fiamme, passavo per le vie scure e solitarie, sentivo dentro di me come un entusiasmo del lavoro intellettuale, una febbre di sogni di gloria.
E un altro bel giorno ricordo, quando la Sardegna, commossa dal pericolo che minacciava le sue piccole ma gloriose Università, raccoglieva i comizi. A Sassari, nell’ampio Politeama, davanti alle Associazioni e ad immensa folla di popolo, Bustianu parlò a nome degli studenti: fu un vero trionfo!
Ora egli, trattenuto dalla forza degli eventi nella lontana Nuoro, adatta mal volentieri il potente ingegno alle aride discipline legali, e solo nelle grandi occasioni, impugna la penna a scrivere quei versi potenti, quella prosa scultoria che lo distinguono e lo sollevano di gran tratto su gli altri letterati dell’isola. Sopratutto egli è poeta, non dei soliti versaioli che s’affannano dietro ad una forma elegante ma vuota, che delirano per gli insulsi capricci delle infinite nuove scuole. Egli, conoscitore profondo dei classici, accoppia alla forbitezza delle parole, la robustezza dei concetti, e con pochi tratti vigorosi vi delinea un’immagine, un’idea, di modo che vi colpisce subito ed attrae la vostra attenzione.
Uno dei più belli lavori del Satta è certamente quel poema rusticano che va col nome di Sardinia Barbara, del quale ne furono pubblicati parecchi brani. In ispecie quello che descrive la radunata dei grassatori, di notte, sul colle solitario, e l’allocuzione del capo che enumera le prede che potranno fare laggiù, nel bianco villaggio addormentato, ha tale una evidenza terribile, dirò così, da farne rimanere ammirati.
Per dare un saggio di questo poeta che volendo, potrebbe farsi annoverare fra i migliori della giovane schiera italiana, riporterò qui due sonetti inediti, che descrivono due caratteristiche scene di costumi isolani.
IL VECCHIO.
(dai «Sonetti della patria»)
Van le placide greggie tra gli steli
Bianchi di luna: splendono vermigli
Fuochi da presso e attorno su pe’cigli
Rocciosi, sotto il puro arco dei cieli.
Ammonisce il vegliardo ora i fedeli
Pastori a lui diletti come figli —
La sua parola suona nei consigli
Dolce e solenne come nei vangeli.
Della pace egli parla che nel cuore
Siede a colui che con le mani monde
Di sangue vive.
E sparge tanto amore
La sua parola, e versan tanta pace
I cieli, che nelle anime iraconde
Ogni torva passione alfin si tace.
IL POLEDRO.
Meraviglia a vederlo, la cervice
Stellante tra la nitida criniera
Erse il poledro, schiusa la narice
Nitrente ai soffi della primavera.
Nessun dei giovinetti — invitta schiera
D’ardimenti e perigli sognatrice —
Osava premer quella groppa nera
Come la notte, e correr la pendice.
Gloria a chi primo lo cavalca! — disse
Il vecchio. Ai giovinetti tremò il core: —
Allor tra la criniera gli confisse
Egli l’artiglio, e saldo in groppa come
Un drago sparì via col corridore,
Erto il bel capo tra le grigie chiome.
Potrà egli rassegnarsi alla morta gora del villaggio, lontano da quei centri dove la nostra intelligenza, nel cozzo con le altre, si affina? Io penso alla risposta piena di sconforto che egli mi fece quando io amichevolmente gli rimproveravo la sua inerzia: Non vedi, e accennava le squallide strade di Nuoro, non vedi? Qui impera l’inerzia che mi uccide — Ed è vero. Animo e fantasia ardente, egli ama la lotta e nella pace s’accascia, come un valoroso guerriero che in lunghi ozi divezza la già temuta mano dall’aspro mestiere dell’armi.
Questo non può dirsi di un altro e diverso ingegno nuorese, voglio dire della gentile scrittrice Grazia Deledda che in pochi anni, coi numerosi suoi lavori, acquistò, giovanissima, tale fama nell’isola e fuori, da renderne giustamente orgogliosi i suoi concittadini.
Con la Deledda io avevo avuto la fortuna di stringere relazione epistolare nell’occasione che il Degubernatis [sic] fondava a Roma la Rivista delle tradizioni popolari. Nuova ancora, si può dire, a questo genere di studi, la Deledda vi si dedicò con tale entusiasmo e con tale pertinacia da scrivere in poco tempo una serie di utilissimi articoli sugli usi e sulle costumanze nuoresi che poi vennero raccolti in un volume a parte.
Caduta la Rivista, parecchi dei sardi che vi collaboravano tacquero ed al presente si può dire che il solo Calvia continui ad occuparsene di proposito scrivendo dei dotti articoli nell’Archivio diretto dal Pitrè.
La Deledda, un po’sfiduciata anche dall’indifferenza con la quale in Sardegna vengono accolti simili generi di studi, ritornò alle sue predilette novelle e diede fine a parecchi romanzi, uno dei quali: Anime oneste, pubblicato recentemente, ebbe liete accoglienze dalla stampa italiana.
Come riproduzione dell’ambiente e del carattere sardo, la Deledda in molti punti riesce insuperabile; il suo stile piano, facile, s’adatta molto bene ai quadretti di genere familiare che essa ama rappresentare, distaccandosi in ciò dal luogo comune di altri scrittori che non sanno darci una novella d’argomento sardo che a base di fucilate. Con lo studio continuo, con la attività che la distingue, la Deledda potrà in breve liberarsi da quei difetti che ancora si notano nei suoi lavori, come una lingua non sempre purgata, ed un manifesto squilibrio fra le varie parti d’un racconto, il che particolarmente fu osservato per le Anime oneste dove la prima parte ha uno svolgimento troppo ampio rispetto alla seconda.
Graziedda, come la chiamano a Nuoro, non ha che ventidue anni. Di statura piuttosto bassa, ben fatta, ha due occhi neri ed un’aria modesta e pensosa di giovinetta savia e casalinga. Parla poco e così, alla buona, senza pretensioni, ma espone concetti suoi propri, che rivelano la sua intelligenza artistica ed il suo continuo studio di perfezionarsi. In casa è adorata dalla mamma e dalle sorelle, i suoi racconti, le sue poesie fanno parte, dirò così, della conversazione domestica. — Queste, in poche parole, le impressioni che riportai dalla mia breve visita.
Non mi restava più niente da fare, il mio viaggio era finito e determinai di ripartire l’indomani stesso per casa.
Gli amici tentarono di farmi rimanere per qualche giorno ma inutilmente; sentivo ora la nostalgia come la sentono i sardi che si allontanano dal loro focolare, anche rimanendo nell’isola. Nulla vi era di notevole da vedere nella città e nei dintorni. La pedra ballerina non balla più, il monte Ortobene, ritrovo gradito di festaiuoli, era squallido, nessuna sagra nei villaggi vicini. All’ultim’ora Bustianu tentò di giocarmi un tiro, anzi parecchi tiri birboni, come trafugare le mie valigie, farmi smarrire la strada ecc. Mi salvai a stento e riuscii a guadagnare la stazione ferroviaria appena cinque minuti prima della partenza. Trovai Peppino che m’aspettava inquieto. Egli però doveva rimanere a Nuoro, cosicché ci salutammo commossi ambedue dal ricordo di tanti giorni di affettuosa intimità.
CAPO X.
RITORNO
Addio dunque selvaggia terra nuorese, addio forti ed intelligenti isolani, splendide fanciulle dagli occhi di fuoco. Ora che il treno sonante mi riporta alla mia città mi paiono un sogno quei giorni passati fra i vostri monti, un sogno confuso del quale mi riesce difficile seguirne le vicende. Visi ridenti di amici d’un’ora, tipi gravi e solenni, furbi e bizzarri, cipigli foschi, gravidi di sospetti, e poi, fattezze gentili, bellezze superbe che vi turbano l’anima e sorrisi affascinanti, tutto s’affolla alla mente come una continua fantasmagoria.
Quale strage non farà il tempo? Quanti di questi ricordi rimarranno, e per quanto? La vita febbrile c’incalza, alle idee si sovrappongono nuove idee, alle sensazioni, nuove sensazioni, con una vicenda così assidua e continua che dà le vertigini. Nell’età degli entusiasmi si crede ancora alla durata eterna di alcuni sentimenti, ma poi che si va innanzi negli anni, le illusioni cadono ad una ad una come le foglie degli alberi nell’autunno, e non resta che una specie di paurosa tristezza nel vederci così vuoti, così mutevoli. Guai del resto se non fosse così! Se il nostro animo non dimenticasse le vecchie impressioni per dar posto alle nuove, come noi potremo sopportare il peso delle tante alle quali ci abbattiamo nel corso della vita? A volte con nostro stupore, dalle più cupe latebre del cervello parte un lampo che illumina idee remote che noi credevamo perdute per sempre, ma non è che un istante di pensiero e di malinconia. Il fiume segue il suo corso…. Non fui più capace d’andare avanti con le mie considerazioni filosofiche; vi era qualche cosa che mi distraeva, che mi troncava il filo delle idee. Questa qualche cosa era il sonno, un sonno dolce che mi veniva su per le vene con una certa languidezza insinuante, e che finì per vincermi. Non mi svegliai, bontà sua, che a Bono, per una scossa del treno che si fermava, la quale mi fece cadere a capofitto nelle braccia di un grosso viaggiatore che sedeva di fronte. Costui mi respinse con mala grazia borbottando: Ma che diavolo! è addormentato lei? — Come ben vede, risposi carezzandomi la testa stordita dall’urto, sono perfettamente sveglio.
M’avviai solo soletto a Bono per una strada… ma, che strada! per una gora così sudicia, così infangata, così rotta, da digradarne le malebolge dell’Inferno dantesco. Tuttavia non perdetti il buon umore. Vi è mai capitato, amici lettori, di sentirvi un bel giorno così allegri come a quindici anni, e disposti precisamente a rifare le scapate che erano la vostra delizia in quell’età ardente ed irrequieta? Quella sera, non so poi per quale occulta ragione, io mi trovavo in tali condizioni d’animo, e con tutta la miglior volontà del mondo di non contrariarle. Avevo delle lettere di presentazione: non ne feci caso; dovevo trovare non ricordo chi a nome di non so chi, e non me ne curai niente affatto. Col cappello sulle ventitré, con mezzo sigaro toscano in un angolo della bocca, passeggiavo per Bono con minor boria certo di Giovanni Maria Angioi, ma con meno grattacapi di lui. Sulla piazza della chiesa un gruppo di signori che s’annoiavano mi squadrò da capo a piedi; voltai le spalle con suprema indifferenza. L’albergatore mi chiese quale classe frequentavo, ed io: La prima liceale. — Il tabaccaio voleva sapere se fossi un commesso viaggiatore per macchine Singer ed io risposi di sì e che l’indomani gli avrei portato il catalogo.
Ma, godermela da solo non era poi tal divertimento da poterla durare a lungo. Che fare? Tirar fuori una lettera di presentazione per qualcheduno di quei signori che continuavano a guardarmi come una bestia rara? Dio mio! inchini di qua, scappellate di là. — Presento il tal dei tali. — Ho piacere — Il piacere è tutto mio…
E allora? Mentre andavo così fantasticando urtai in un individuo che scantonava in fretta — Scusi — Niente….. ma, corpo di Dio, non sei Nurra, tu? — Mi fermo, lo guardo un po’: E tu non sei Giovannino? — Precisamente. — Avevo trovato un mio antico compagno di scuola, uno dei tipi più matti e più burloni che madre natura abbia messo al mondo; la fortuna non poteva favorirmi meglio. — E…, cosa fai ora? gli chiedo — Sono impiegato alla stazione ferroviaria, … e tu? — Io, faccio il professore; ma, soggiunsi subito vedendo che prendeva un’aria grottescamente cerimoniosa, non voglio complimenti, sono qui di contrabbando e voglio divertirmi, hai capito?
— Se non hai scrupolo a venire con me e coi miei amici….
Andai con lui e, vi dico la verità, non me ne pentii. Dopo un’ora eravamo una diecina, tutti giovanotti, raccolti in una stanza remota, attorno ad un tavolo sconnesso e carico d’ogni ben di Dio. Sul principio un po’di freddezza: io non conoscevo nessuno all’infuori di Giovannino, e nessuno conosceva me, ma poi, sparite le prime bottiglie, si ruppe il ghiaccio. Fu portato un organino ed una cetra, uno della comitiva aveva una bella voce da tenore, un altro cantava magnificamente a sa disisperada, e si fece tale una Accademia di musica e di canto da digradarne quelle di Santa Cecilia.
Quando, a tarda notte, mi ritirai all’albergo il padrone, un vecchio e ruvido sardo, ch’era rimasto sino a quell’ora ad aspettarmi, con la cena al fuoco, mi fece una ramanzina coi fiocchi: «Belle ore da ritirarsi a casa, eh! In parola d’onore ero stanco d’attendere e t’avrei lasciato senza cena perchè io vado a letto presto. Non hai voglia di mangiare? Almeno mi avessi avvertito che dovevi andare con quei rompicolli e t’avrei dato la chiave del portone. Invece, vieni, mi fai preparare la cena, e mi pianti come una bestia senza dirmi nulla. Eh! i giovani d’adesso sono la disperazione delle famiglie, e se a Sassari fai questa vita, caro mio, davvero che all’esame le zucche saranno le tue». E siccome io la duravo a ridere come un matto: «Ecco il rispetto che si ha per i vecchi che ne sanno più di voi! Io te lo dico pel tuo bene, del resto non me ne importa nulla». Io muto come un pesce.
Dormii poco e male. Alle quattro dovetti partire. Il resto del viaggio fu orribilmente noioso; oramai ero tormentato dal desiderio di rivedere il mio paese e gli amici. I quali, a dire il vero, vennero premurosi alla stazione, ma per farmi una domanda ed una osservazione. La domanda era: Hai portato il bottiglione di vino d’Oliena che ci avevi promesso? — L’osservazione: Come! non hai allungato neppure nel Nuorese? — Ahime! la risposta ad ambe le questioni non era che negativa.
APPENDICE
LA CHIESA DELLA SS. VERGINE DEI MARTIRI DI FONNI
Ai 17 di settembre dell’anno 1675 nasceva in Nuoro il padre Pacifico Guiso Pirella, dell’ordine dei zoccolanti[1]. Fu uno di quegli uomini ardenti di fede e di zelo religioso, che spendono tutta intiera la loro vita pel trionfo della causa alla quale si sono consacrati. E due opere, fra le altre, l’attestano: la beatificazione del padre Salvatore da Orta[2], da lui sollecitata ed ottenuta in Roma, e la costruzione della Basilica e del Santuario di Fonni. Intorno a questo monumento, dichiarato nazionale, non sarà discaro ai sardi che io scriva un po’diffusamente, tanto più che la minuziosa Guida[3] che ne fece il padre Lodovico Pistis, è, si può dire, introvabile.
Trovandosi dunque a Roma, il padre Pacifico Guiso, faceva costruire un simulacro della Vergine con ossa polverizzate di martiri che la tradizione ricordava sepolti nel cimitero romano detto di Lucina[4]. Recatosi quindi in Sardegna, veniva nominato, nel maggio del 1702, guardiano del convento di Fonni, costruito insieme alla chiesa nel 1610, per iniziativa di Don Giovanni Stefano Melis, Regitore del ducato di Mandas.
Non appena immesso nella nuova carica, suo primo pensiero fu di innalzare degno tempio alla miracolosa immagine da lui portata, ed insieme, alle innumerevoli reliquie, con infinito dispendio e studio, raccolte. L’impresa non era certo facile, ma la sua fede ed il suo zelo religioso trionfarono di tutti gli ostacoli, sicchè, nel 17 settembre dell’anno successivo, si poneva la prima pietra del nuovo Santuario, che doveva sorgere a fianco della vecchia chiesa conventuale.
L’aiuto dei fedeli non mancò, e sebbene, per la rigidezza del clima, si potesse lavorare soltanto cinque mesi dell’anno[5], pure, dopo trentasette mesi, la Basilica era compiuta.
In una lunghissima iscrizione latina, il padre Guiso, giubilante pel compimento dei suoi desideri, esponeva le ragioni e lo scopo dell’opera sua[6].
La riporto tradotta:
«Ad onore e gloria della SS. Trinità, le notizie che seguono nella presente iscrizione, si offrono agli occhi dei visitatori. Vi si descrivono brevemente le antiche glorie, e le origini e la conversione alla fede cristiana dei Barbaricini, degli Iolaesi, degli Iliesi, e dei Balari, ed inoltre si espone ai devoti lo scopo della fondazione di questa sacrosanta Basilica. È da sapersi dunque il perchè il greco Ercole, figlio d’Alcmena e di Anfitrione, avendo generato dalle cinquanta figlie dal re Tespi, cinquanta fanciulli, detti Tespiadi, stabilisse di mandarli in quest’Isola a fondarvi una colonia. Aveva egli avuto consiglio dai suoi dei di mandare una colonia ai lidi sardi, per aver maggiori meriti a conseguire l’immortalità. Pertanto, nell’anno 2769, mandò, coi figli, il nipote Iolao, il quale, con gran numero di navi, approdò alla miglior parte settentrionale dell’Isola. Per la qual cosa queste popolazioni diventarono in breve potentissime, ed ebbero in risposta dall’Oracolo che la loro colonia sarebbe stata sempre libera. Difatti, avendo i Cartaginesi prima, i Romani poi, occupata l’Isola, non poterono giammai sottometterli. In seguito, ridottisi, a causa delle guerre, in questi luoghi montani, diedero il nome tanto alla città di Sorabile, quanto alle ville di Ololai, Olzai già Iolai, Fano ora Fonni, e nel territorio di questa, a Sedes Regia, in dialetto Donnu Urrè sos Grecos, a Orrui, e nella regione Ovoddese, al castello di Iolao, Iolea, Iolei, ora Casteddu Olado, e ad Oleri. Quindi, nel sepolcro di Iolao edificato un tempio, a lui diedero l’appellativo di Pater, ed avendo in molta venerazione i nove Tespiadi, che erano come a dire gli Eroi sardi, per molti secoli fecero in loro onore delle feste, perchè essi, ancora intatti cadaveri, davano oracoli e responsi fra il sonno a chi li interrogava.
Anche Enea, figlio d’Anchise e di Venere, dopo la distruzione di Troia venne in Sardegna con molti compagni, nell’anno 2785. Se ne partì di poi lasciando una colonia di Iliesi, dalla quale presero nome il Foro Troiano, il Porto d’Ilio ora Tortolì, Arsana, Dardana, Ilbono, Ilium bonum, Triey, Troes, Tartani, Dardani, Baunei, Bau Aeneas, Oliena, Iliena, Giresuli, Girus Ilii, Ardali, Ardua Ilii, ed altri.
Finalmente gli Iberi, che erano venuti come alleati dei Cartaginesi, avuta con questi discordia per la divisione delle prede, prese le armi, partirono e ripararono ai monti nell’anno 3450. Vennero chiamati Balari, cioè fuggiaschi, dai Cirensi, ed alla Barbagia Balerese ed alla Belviese ed insieme alle ville di Gadoni, Gaudium Adonis, Aritzo, Aricium, Tonara, da Giove Tonante ed a molte altre, diedero il nome.
Contro questi devastatori dell’Isola, barbari Sehulesi, e Corsi Galluresi adoratori degli idoli, approdò nell’anno 301, a Porto Tarrense nell’Arborea, il Beato Efisio, di nazione greco. Ma in principio dovè, per ben due volte, rifuggiarsi sulle navi, dopo essere stato nella prima battaglia messo in fuga dagli Iolesi e dagli Iliesi i quali assaltarono le navi sbalestrate dalla tempesta sul lido, e quindici ne saccheggiarono, dopo aver ucciso tutti quelli che erano sovr’esse. Efisio, piangendo la sorte dei suoi soldati, ricorse a Cristo nella preghiera, e d’un tratto acquietatosi il mare, navigando sicuro, sbarcò le milizie sulle rive del fiume Tirso.
I nemici, colà accorsi, tentarono di attaccar battaglia, ma furono talmente turbati dalla virtù della croce che campeggiava sui vessilli, che fuggirono senza combattere. Efisio, il campione di Cristo, inseguitili con la spada alle reni, molti ne uccise, molti ne fece prigionieri. Ma sebbene la maggior parte dei vinti si convertissero alla religione cristiana, mai vollero sopportare il giogo degli Imperatori d’Oriente, sino ai tempi di Maurizio e di Teodosio, quando Ospitone, loro duce, si convertì alla fede, e domandò pace a Zabardo, allora governatore dell’Isola. La qual cosa come appena conobbe Gregorio Magno, mandò fra essi il vescovo Felice e Ciriaco abate, ed al duce Ospitone così scrisse: — Giacchè nessuno dei tuoi sudditi è cristiano, io posso dire che tu sei il migliore fra essi, perchè sei il solo cristiano. Mentre dunque tutti i Barbaricini vivono come insensati animali, ignorano il vero Dio e adorano le legna e le pietre, mostri quanto tu li superi, per ciò che adori il vero Dio. La fede che hai abbracciato, devi anche praticarla con le buone azioni e con le buone parole; ed al servizio di Cristo, al quale credi, metti le tue migliori qualità, affinchè a lui tu possa condurre tutti quelli che puoi, e li faccia battezzare, e li ammonisca ad occuparsi della vita eterna. Che se per caso questo tu non potessi fare, perchè distratto da altre cure, salutandoti, ti prego che i nostri fedeli costà mandati, vale a dire il fratello e vescovo al pari di me Felice, ed il mio figlio e servo di Dio Ciriaco, voglia confortare in ogni cosa, affinchè nell’aiutare le loro fatiche tu abbi campo di mostrare la tua devozione all’onnipotente Iddio. Così egli ti aiuti nelle tue buone azioni, come tu i suoi servi. Vi mandammo pertanto l’apostolica benedizione, la quale prego vogliate benignamente ricevere — A Zabardo poi scriveva così: Mi venne scritto che vi disponete a far pace coi Barbaricini a patto che si convertano alla fede di Cristo. Di ciò molto mi rallegrai ecc.
Felice poi e Ciriaco, predicando la fede di Cristo nelle colonie dei Barbaricini per lo spazio di sette anni, fondarono una Parrocchia e molti battezzarono.
Tutte le quali cose nel suo animo rivolgendo il frate Pacifico Guiso Pirella di Nuoro, affinchè la memoria di tanti benefizi avuti dalla Beata Vergine Regina dei Martiri, (dalla quale proviene ogni bene e la distruzione del Paganesimo) e dai santi Efisio e Gregorio, non cadesse più oltre in oblio, imprese a costrurre in loro onore questa sacra Basilica e la compiva felicemente nello spazio di trentasette mesi[7].
Il 13 maggio del 1708, giorno in cui a Roma celebrasi la consacrazione del Pantheon, avveniva la benedizione della nuova chiesa, con numerosissimo concorso di popolo. Nel 1714 il vescovo d’Adra ne eseguiva la consacrazione[8], e per ultimo, l’arcivescovo diocesano don Antonio Nin, ai 18 di giugno del 1730, consacrava la chiesa sotterranea.
Pochi anni sopravvisse il P. Pacifico al compimento di quest’ultimo suo desiderio, e li passò in una fredda cella vicina al Santuario dando l’ultima mano ai suoi manoscritti[9]. Morì il 2 agosto del 1735, e fu sepolto nell’altar maggiore della Basilica all’ombra delle sacre reliquie da lui tanto gelosamente custodite[10].
Aveva cessato allora allora di piovigginare, quando mi recai, assieme ad alcune persone di Fonni, che gentilmente vollero accompagnarmi, a visitare la Basilica.
Da una porta ad arco, mezzo rovinata, sboccammo in un vasto cortile, nel cui mezzo torreggia un grosso e vetusto noce. Intorno intorno corre una specie di galleria a pilastri, or di legno, or di pietra; di fronte s’innalza la facciata della chiesa, semplice, nuda, una facciata di chiesuola campestre. Do’uno sguardo in giro: nessuno; si va avanti, si spinge la porta della chiesa, si entra, è quasi buio; si cammina, trascinando i piedi sulle pianelle rotte e sconnesse, verso una luce che rompe a destra la parete e ci troviamo di fronte alla Basilica, chiara, elegante con una svelta cupola nel mezzo. Provai quasi un senso di soddisfazione, giacchè al primo entrare nella vecchia chiesa conventuale, ero rimasto un po’disilluso. «Ecco padre Pirisi!» disse qualcuno accennando un vecchio frate che si era avvicinato — Salutai. — «Desidero visitar la chiesa». — «Subito, vengano pure avanti» e accennò con la sinistra la sagrestia (la destra, vidi poi, aveva immobile per paralisi). Entrai; un altro frate, Matu, più giovine, che disponeva non so che negli armadi, mi venne incontro e, saputo lo scopo della mia venuta, mi s’offerse per guida. «Scuserà, mi disse, se non so parlare l’italiano tanto bene, sono un povero ignorante» — «Parli pure il dialetto, interruppi, sono sardo anch’io e capisco». Egli sorrise contento e disse: Andamus tando, andiamo dunque.
La basilica misura m. 16, 30 di lunghezza, m. 6, 45 di larghezza, e, sino alla base della cupola, è alta m. 11, 50; questa ha un perimetro di 7 mq. Come si vede, le proporzioni non sono colossali, in compenso l’aspetto è assai grazioso. L’altar maggiore, ornato da quattro grandi colonne a spirale, s’eleva sul piano della chiesa. Attraverso una grata, posta nella parte anteriore, si vede un grande guerriero giacente, S. Vincenzo martire, le cui reliquie sono incastrate nella statua. Sull’altare, nel mezzo, sorge un elegante tabernacolo ottagonale di legno dorato, dove sono ordinate una grande quantità di reliquie. La porticina del tabernacolo ha una graziosa miniatura rappresentante la Madonna della Seggiola. Più su vedesi un’urna dove è un Bambino, di quelli, scrive il Pistis (pag. 19) che si portano in processione la notte di Natale in Betlemme, e si dispensano con debita autentica. Sopra l’urna poggia la nicchia della Madonna che diede origine alla Basilica: la vedremo quando si andrà nello stanzino delle Reliquie.
Do’ uno sguardo in alto: la volta è a botte, tutta a festoni in mezzo rilievo che circondano un affresco rappresentante la dedicazione del Pantheon. Scendendo dal Presbiterio mi fermo ad osservare alcuni fregi della balaustra che circonda le due scalinate. — «Bel marmo!» dico con aria da conoscitore. «No, non è marmo, mi si risponde, è stucco». Rimasi meravigliato: la somiglianza era tale da trarre in inganno, come in effetto accade, più esperti di me. È uno stucco lucido, levigatissimo, solido, come ebbi campo di osservare di poi in alcuni lastroni larghi quattro dita, caduti da un altare in rovina. Prima di visitare le cappelle, alzo gli occhi ad osservare gli affreschi che ornano la cupola e la navata. Nella prima, fra l’uno e l’altro degli otto finestroni che la illuminano, sonvi istoriati diversi emblemi della Passione, sostenuti da sedici putti in tutto rilievo. Superiormente vi sono altri otto dipinti, rappresentanti dei martiri, opera del sardo Pietro Antonio Are. Del quale sono pure le due pitture che occupano i due grandi medaglioni nei quali è divisa la volta della navata. Il primo rappresenta il vescovo Felice e l’abbate Ciriaco che ricevono da S. Gregorio Magno le credenziali per la loro missione fra i Barbaricini, il secondo quegli stessi missionari che battezzano i neofiti.
Delle quattro cappelle, due per lato, che sono nella Basilica, basterà dire che oltre agli altari di stucco, ed alle reliquie, sono istoriate da diversi affreschi allusivi alla vita dei santi ai quali sono dedicate. Notai peraltro nella cappella del B. Salvatore da Orta, a destra di chi entra, una buona tela, d’ignoto autore, che rappresenta la Madonna della Seggiola in atto di porgere un grappolo d’uva al Bambino. Sotto vi è la scritta in ispagnuolo: La Virgen de la Consolacion.
Passiamo intanto nella Chiesa vecchia.
Numerose illustrazioni della vita di S. Francesco trovansi nel Presbiterio. Intorno all’arco che lo limita vedonsi due grandi alberi ai quali s’appoggiano S. Francesco e S. Chiara che guardano i santi e le sante sparsi su pei rami, a significare i virtuosi proseliti dei due ordini. Di fronte all’arco campeggia un quadro di grandi proporzioni[11]: il Padre Eterno, nell’alto, circondato di angeli, stende un manto sul quale spicca la Vergine col Bambino e S. Francesco in piedi, sul suolo, che la contempla in estasi. Dietro di lui a destra S. Chiara, a sinistra due personaggi che rappresentano il terz’Ordine. Sulle mura laterali del Presbiterio, sopra la cornice che vi corre intorno, altri affreschi. Qua S. Francesco che riceve le stimate, più in là lo stesso in atto di cadere pel dolore delle stimate e due religiosi che lo sostengono e due genuflessi che, con pannolini, gli asciugano il sangue dalle mani. Dall’altra parte ancora S. Francesco in estasi, sostenuto da due angeli, e frate Leone seduto all’ingresso d’una grotta, e poi la visione di Innocenzo III, del Laterano che rovina e vien sostenuto da un poverello che non è altri che il santo d’Assisi. Figure tutte colossali, forse troppo talvolta e prive di proporzione.
Delle cappelle della vecchia chiesa notevole quella che prende il nome dal Crocifisso antichissimo, a quattro chiodi, che vi si conserva. In una urna di cristallo, montata in argento, vi si mostra inoltre la metà d’una spina della corona di Gesù, assieme ad alcune pietruzze della colonna della flagellazione.
Nella cappella dell’Immacolata Concezione, a sinistra di chi entra, si vede una curiosa rappresentazione delle pene e delle gioie della vita eterna. I sette vizi capitali, allegoricamente figurati, sono in balia di feroci e mostruosi diavoli, il principe dei quali sta nel mezzo, su di un trono di fiamme.
Nel Purgatorio, la Madonna col Bambino, porgono degli scapolari alle anime avvinghiate da lingue di fuoco, e S. Gregorio Magno e San Francesco, anch’essi porgono il bacolo patriarcale ed il cordone. Ecco un campo seminato di tombe e di scheletri che ne saltano fuori: la risurrezione dei morti — e più in là il Paradiso, la SS. Trinità, Maria, e due schiere immense di angeli e di santi.
Non restava altro che recarsi nella Chiesa sotterranea. Ma quando, attraversando un’altra volta la Basilica, fummo vicini a quella grande iscrizione latina da me riportata sul principio del capitolo, padre Pirisi fermossi e aprì una porta: — Ecco l’Oratorio di S. Giuseppe — Guardai: che pietà, che rovina! Tutto era caduto, non restavano che le pareti ammuffite. In un canto, ammucchiate, alcune casse di legno, e sopra un quadro: la Vergine della Salute con a lato i S. S. Cosimo e Damiano che pareano guardassero sconsolati quella devastazione.
Feci per uscire quando padre Pirisi mi toccò un braccio; il vecchio frate aveva le lagrime agli occhi: Qui, disse, accennando il pavimento umido, qui sono sepolti i nostri fratelli — Tacque un momento e poi ebbe uno scoppio d’indignazione guardando l’altare caduto. Da quando il Governo aveva incamerato i beni dei conventi e delle chiese, essi erano stati spogliati del loro avere, e fu male, non già per loro, chè un tozzo di pane l’avrebbero sempre trovato, ma per la chiesa che non era stata più restaurata.
Invano si era fatto conoscere il continuo disfacimento che l’umidità arrecava: i preziosi altari di stucco che cadevano corrosi, le mura che si screpolavano. Nessuno aveva risposto. I frati avevan dovuto spendere in riattamenti i pochi soldi che la pietà dei fedeli elargiva — Povero frate! agitava nervosamente la mano sinistra e l’impeto dell’ira gli impacciava ancor più la lingua già tocca dalla paralisi. Era la sua vita, il suo sangue che se ne andava ogni volta che un lastrone di stucco cadeva, era la sua casa che minacciava rovina senza che quelli, che prima l’avevano spogliata, pensassero a riattarla. — Ma lei queste cose le dirà, continuava il frate, lei queste cose le deve scrivere. Si è ancora a tempo e forse il Governo si deciderà a mandare il promesso sussidio e il Municipio a concorrervi. — E tacque, ansante. Frà Matu allora, alzando le braccia al cielo, disse: S’hana mandigadu totu, s’hanno mangiato tutto.
Terribilis est locus iste: Hic Domus Dei est et porta coeli, et vocabitur aula Dei, in qua omnis qui petit accipit, et pulsanti aperietur.
Queste parole vid’io scritte al sommo dell’arco che divide in due parti distinte la chiesa sotterranea. La prima parte della quale, il santuario di S. Gregorio, è composta di un altare principale, e di due cappellette laterali, con statue e busti di santi e numerose iscrizioni latine che avvertono delle molte reliquie racchiuse. La seconda parte, il santuario di Sant’Efisio, è più piccola, ma, oltre a due grandi statue dei santi Lorenzo e Giovanni, ha pure dei dipinti che credonsi opera di pittore sardo, dell’Aru Pietro. Nient’altro di notevole vi si osserva eccetto che nel vestibolo dei santuari una sorgente sotterranea che, scorrendo per le fondamenta, rampolla in piccole buche o pozzi rotondi, cinque per parte.
Ci recammo dietro l’altar maggiore per vedere la miracolosa statua della Vergine.
Anni addietro, prima di tirar su la tenda che nasconde la sacra immagine, dovevansi accendere dieci ceri, in memoria, scrive il padre Pistis, delle sue dieci virtù primarie memorate nel Vangelo. Oggi i frati sono poveri, ed i ceri non vi sono più. Frà Matu tirò su la tenda, poi una cordicina e la santa Vergine, che era rivolta verso la chiesa, fece mezzo giro su sè stessa e m’apparve di fronte. Ecco la descrizione che ne fa il padre Guiso[12]: «La faccia l’ha non molto larga nè elevata, ma di meravigliosa e ammirabile proporzione, le narici allungate, grossette le labbra e colorite, la fronte spaziosa e chiara, arcuate le ciglia, e tra verde e nero gli occhi, il colore del volto è triticeo, d’oro e di miele i capelli, larghe le mani e le dita, e colla destra sostiene un bastone patriarcale».
In quanto ai pregi artistici di questo simulacro, che misura poco meno d’un metro e mezzo, lascio ancora la parola al padre Guiso: «È una delle singolari sculture, egli dice, sulla quale anche il celebre Fidias non avrebbe a dire davantaggio; e sebbene per l’occhio che non l’ha vista passi per iperbolica questa espressione mi difenderanno da tal censura quelli che l’hanno vista: corrisponde alle naturali fattezze dell’originale (!)[13].
Ammirata con la dovuta compunzione la sacra immagine, frà Matu m’invitò ad osservare le reliquie raccolte in tre grandi armadi. Ampolline piene di sangue coagulato, frammenti d’ossa, brani d’abiti, quanto insomma un ardente zelo religioso ha potuto trovare di ricordi di martiri e di santi, autorizzati dalla leggenda, tutto si trova ammonticchiato, affastellato in quegli armadi polverosi.
Vi confesso che nell’osservare quell’opera paziente, che rivelava la fede pura del P. Guiso, ho sentito per un momento vacillare il mio scetticismo, e la terribile ansietà dell’ignoto mi si affacciò nell’animo. Dove, donde, questi atleti della fede ritraggono la loro forza? Tutto dovrà cadere del loro mirabile edificio sotto i colpi della ragione? La risposta che noi, figli materialisti di un secolo positivo, abbiamo da tempo preparata, somiglia all’uragano che spazza la nebbia, ma abbatte anche le alte cime.
Numerosi quadri, la maggior parte su tela, adornano la sacrestia, il convento ed il coro. Di qualche importanza per la storia della pittura in Sardegna mi sembrarono quattro grandi dipinti[14] dell’Aru Pietro che rappresentano: — I 23 martiri Giapponesi dell’ordine serafico — Gli undici osservanti beati detti volgarmente Gorgomiensi — La venuta in Sardegna dell’apostolo S. Giacomo — Il martirio di S. Ponziano Papa, avvenuto in Sardegna[15].
Delle altre pitture, alcune delle quali su vetro e su rame, non ho sufficiente competenza per giudicarne l’importanza ed il valore: notevole però mi è sembrato un Ecce-homo, per finezza di disegno e morbidezza di tinte.
Traversiamo rapidamente il convento dove prese alloggio Carlo Alberto quando, ancora principe, venne in Sardegna.
Ricorda il fatto la seguente iscrizione su lastra di marmo:
QUOD
KAROLUS. AMEDEUS. ALBERTUS
A SABAUDIA
CARINIANENSIUM. PRINCEPS
SARDINIAM. PERAGRANS. AN. MDCCCXXIX
FONNIMQ. ADVENIENS
HOC. PAUPERUM. COENOBIO
XIII. KALENDAS. JUNIAS
HOSPITARI DIGNATUS SIT
ANGELUS MARIA CANIO GAVOENSIS
PROVINCIAE. AUSTRAL S. MIN. DE OBS.
PRAESES
TANTI. HOSPITIS. MEMORIAE. AETERNAE
MONUMENTUM
P.
Annottava rapidamente. Dalle finestre della cella di padre Pirisi, ove ci eravamo tutti raccolti, vedevasi un gran tratto di cielo triste e nebbioso, e la pioggia che cadeva fittissima disegnava nell’aria come una rete di fili tremolanti. Tacevamo compresi da un cotal senso di malinconia e di stanchezza, in quella cameretta umida e fredda che pareva lontanissima dai rumori mondani. Io ero appoggiato ad un mobile, strano in quel luogo, ad un vecchio pianoforte coperto da un tappeto scolorito e polveroso. Quasi stentavo a crederci; sollevai la coperta e vidi la fila dei tasti ingialliti come i denti di un vecchio mostro. Così macchinalmente ne premetti alcuni; non dimenticherò mai l’impressione che mi fecero quei suoni striduli e discordi nel silenzio religioso della camera. Parevano il lamento del vecchio mostro turbato da mano profana nel suo lungo sonno. Le ultime vibrazioni morivano appena in un borbottio ringhioso e cupo, quando comparve frà Matu, sorridente, con una polverosa bottiglia di vino.
[1] Ved. Tola: Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna, vol. II, art. Guiso-Pirella.
[2] Del quale inoltre scrisse la vita e i miracoli: Historia de las heroycas virtudes, miraglos ec. del B. Salvador de Horta, Cagliari, 1732, un vol. in 4.
[3] Santuario e Basilica della SS. Vergine dei Martiri in Fonni – Guida per Fr. Lodovico Pistis, Minore Osservante della Provincia di S. Saturnino M., Cagliari, Alagna, 1862. È un opuscolo di circa 100 pagine in 8., con una litografia del simulacro della Vergine, e la pianta della Chiesa e del Convento, molto minuzioso, ma scritto in pessimo italiano e quasi privo di punteggiatura. Per cortesia di frate Matu, potei averne una copia esistente nell’Archivio della Sagrestia, e di essa mi servii per quelle particolarità ed annotazioni, che non ebbi campo di trascrivere nella mia breve visita.
[4] Così afferma l’iscrizione posta sul piedestallo del simulacro: Haec Veneranda Immago B. Virginis ex plurimorum S. S. Martyrum cineribus de cemeterio Lucinae eductis hic Romae, quod caput et pedes est fabricata.
[5] Lo scrive lo stesso Padre Pacifico Guiso nella Cronaca, manoscritta, del suo Ordine in Sardegna. Ved. la Guida citata dal Padre Pistis, a pag. 6.
[6] L’iscrizione, su di un gran quadro di stucco, trovasi a sinistra di chi entra e precisamente sulla porta dell’Oratorio di S. Giuseppe. La sormontano due putti, in tutto rilievo, che, con una mano accennano alla chiesa, con l’altra sostengono una larga striscia nella quale sta scritto: Haec Domus Jacob de Populo Barbaro.
[7] La parte storica di questa iscrizione è tolta di peso, come nota il P. Pistis, dalla Corografia del Fara pagg. 7, 9, 61, 62 passim.
[8] L’epigrafe che la ricorda esiste nella cappella del B. Salvatore da Orta.
[9] I mss. consistevano in due tomi di Annali di Sardegna ed in una Cronaca, di 300 fogli circa, dei fatti della sua provincia religiosa. Dissi «consistevano», perchè oramai è quasi certo che andarono perduti. Il prof. Pietro Meloni Satta, pochi anni or sono, avea trovato ancora qualche cosa, ma poi non se ne seppe più nulla e i sospetti caddero su di un frate intrigante, che in seguito esulò dalla Sardegna. Io non potei trovare neppure un brano dei summenzionati scritti, per quante ricerche facessi in un mucchio di cartaccie buttate in un’oscura ed umida cameretta, e per quante interrogazioni rivolgessi ai buoni padri che mi facevano di guida.
Però, secondo una recente notizia dello stesso prof. Pietro Meloni Satta, delle Memorie sulla Sardegna del P. Pacifico Guiso-Pirella si conserva, in due grossi volumi, la traduzione letterale in lingua sarda fattane, alla fine del passato secolo, dal P. Francesco Maria Piras da Tonara. (V. l’articolo Stampace, pubblicato nelle Spigolature d’Arte, Cagliari, 1895, an. II, n. 12, nota).
[10] La vita, le opere, e le virtù del P. Pacifico Guiso, sono compendiate in due iscrizioni spagnuole apposte a due ritratti del medesimo; l’uno, quasi al naturale, che si trova nella Sacristia della Basilica (il G. vi è rappresentato nell’atto di esorcizzare tre ossessi), l’altro, a mezzo busto, nello stanzino delle Reliquie.
[11] È alto m. 3, largo m. 2,30.
[12] Citato dal Pistis, a pag. 65.
[13] Si capisce che di queste affermazioni iperboliche lascio tutta intiera la responsabilità al P. Guiso.
[14] Misurano m. 1,30 per m. 1,50.
[15] Sono nella sagrestia.
















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