San Leonardo di Siete Fuentes

(Santu Lussurgiu)

Escursioni Archeologiche in Sardegna

Sassari, Tip. Moderna, 1964

di Giovanni Battista De Melas

Santu Lssurgiu - San Leonardo di Siete Fuentes, ca 1963 (coll. Domenico Melia, Facebook)

Indice

cliccare sui titoli

San Leonardo di Siete Fuentes

La Chiesa di San Leonardo

San Leonardo

L’Ordine di S. Giov. di Gerusalemme

La commenda

Il bosco

Agricoltura e industria

Escursioni

Itinerario

[Non sono stati trascritti i seguenti paragrafi: Donna Francesca Zatrillas 35; Il Conte Ugolino in Sardegna 44; I figli superstiti di Ugolino  52; La tomba di Guelfo 55]

San Leonardo di Siete Fuentes

San Leonardo di Siete Fuentes è una piccola frazione appartenente al comune di Santu Lussurgiu, paese di 3999 abitanti, situato a 503 m. sul livello del mare, in una conca che lo nasconde, con case ad anfiteatro. Questa posizione fece supporre a molti che Santu Lussurgiu sia stato edificato in un cratere vulcanico, altri invece sono di parere che la grande fenditura di montagna, di origine plutonica, è un immenso crepaccio aperto nell’antico nocciolo della montagna.

Il nome del comune di Santu Lussurgiu, trova la sua origine da San Lussorio, insigne martire sardo caduto sotto la persecuzione di Diocleziano e Massimiano, essendo preside della Sardegna Delasio.

Lussorio dai suoi più teneri anni fu educato nella idolatria, ma poi per celeste ispirazione si convertì al cristianesimo. I compagni idolatri, pieni di sdegno per la sua improvvisa conversione lo accusarono a Delasio il quale pur sapendo ch’era una delle sue guardie più fedeli, lo fece legare e lo chiamò alla sua presenza. Infruttuose furono le parole di Delasio per indurre Lussorio a riabbracciare la religione pagana. A nulla valsero le minacce, gli insulti, i maltrattamenti, la prigione. Fu allora che il preside maggiormente acceso d’ira lo sottopose ai più spietati tormenti e poi ordinò che immediatamente fosse decapitato.

Il Fara crede che Lussorio sia stato martirizzato nelle vicinanze di Cagliari e gli «Atti» del martiro del Santo esistenti nell’Archivio Arcivescovile di Cagliari affermano che gli sgherri del preside romano, condussero Lussorio «in territorio ubi dicitur Frotoriano extra civitatem calaritanam». Il Martini segna la data del martirio verso l’anno 300, il Baronio invece fissa la data al 303 e il Tola al 304.

La reliquia di S. Lussorio venne trasportata dagli Umiliati a Firenze nella loro chiesa di Ognisanti. e poi venne traslata a Pisa per opera dei canonici di quella primaziale.

La frazione di S. Leonardo dista dal comune Km. 7, da Macomer Km. 18, da Nuoro Km. 75, da Cagliari, capoluogo di provincia, Km. 123. La sua altimetria è di m. 689. È un’oasi di pace: attorno il silenzio vi regna sovrano rotto solo di tanto in tanto, dal rauco grido d’allarme della gazza, dal lamentoso stridio della cornacchia, da quello acuto dei merli e dei tordi, o dalle note appassionati del canoro usignolo.

Questo è il regno degli uccelli anche dei trampolieri specialmente per i quali l’acqua torbida che, a suo tempo, inzuppa il terreno, è l’abitazione preferita. È questa la regione dove è possibile vedere anche lepri e pernici alle quali, vigili leggi, offrono qui un rifugio indisturbato.

Qualche muggito di vacca, oppure qualche nitrito di cavallo, rompe il silenzio ma non turba la tranquillità, a differenza di tanti altri posti in cui, a causa di troppi rumori, è impossibile dormire.

Tanta pace intorno stupisce.

Un tempo, le zanzare avide di sangue, rabbiose, s’avventavano addosso, oggi sono totalmente scomparse e la malaria non esiste più.

Il nome di Siete Fuentes (sette fontane) fu dato anche a tutta la zona ed è dovuto alle abbondanti e copiose sorgenti che sgorgano canterine, a getto continuo, da un turgido promontorio chiomato di verde.

È raggiungibile anche da Macomer su eccellente strada asfaltata, pianeggiante e costituisce una delle più suggestive mete turistiche della provincia di Cagliari.

Un visitatore spagnolo la chiamò «terra de incantos, fior tao bonita, que os proprios Santos poe teu aroma, sorgem da cova» (fiore così bello che anche i Santi al suo aroma sorgono dai tumuli).

Un ufficiale di grado superiore, inglese, ad una mia domanda rivoltagli con una certa cura di sapere, rispose: «Sojourn restful and splendid» (dimora riposante e splendida). Un turista francese ch’era in comitiva aggiuse:» «C’est un lieu enchanté et plein de charme qui ravit» (è un luogo incantato e pieno di fascino che rapisce. La signora in solluchero intorloquì con ilare accondiscendenza: «Oui, enchanter et fascinateur» (sì, incantevole e affascinante).

Bisogna vivere e soggiornare a S. Leonardo per sentire giorno per giorno crescere e fluire nell’animo un’onda quieta di dolcezza e un appello insistente al raccoglimento.

Il piccolo centro abitato è costituito da un gruppo di umili casette, per lo più a pian terreno, dai tipici tetti spioventi in cui rondini, passeri e pipistrelli vi hanno vecchi asili. Sotto la cappa dei camini si tiene ancora acceso il fuoco scoppiettante, con le legne ben disposte da attizzare con la paletta e da accomodare con le molle. Nostalgica poesia di un tempo passato! Oggi, con l’avvento di più industriose fonti calorifiche, i camini cessano di essere elementi funzionali.

Le prime case, forse sono state tirate su ad occhio a croce, da muratori che si accontentavano, a compenso del loro lavoro, di pane e companatico.

Alcune casette di nuova costruzione creano una nota d’abbellimento alla via principale.

Già da tempo sono scomparsi i lumini ad olio e le fiamme delle acetilene che rendevano cupa la fine del giorno e incerto il passo in casa e fuori: oggi si accendono le lampadine elettriche nelle case e nelle vie.

Alla frazione non manca un certo alone di risveglio assai simpatico. Vi si notano apparecchi radio e televisivi, rivendite alimentari, lo spaccio tabacchi, bar, caffè, l’albergo ESIT, ecc.

E se in Sardegna non è tra le più celebri per l’arte, esiste un luogo insigne: la chiesa antica, forte, massiccia, di stile semplice ma di grande spiritualità. In essa rimane solenne il silenzio come connaturato, come l’essenza del luogo sacro ove dimora Colui che ha detto: la mia lode è il silenzio.

Su qualche parete sbiadiscono le firme incerte testimonianza ormai antiche di fedi cristiane e di amori profani.

Esistono anche le così dette «muristene» cioè modeste casette a pian terreno non intercomunicanti che per nove giorni, in antecedenza alla festa popolare, offrivano ricetto ai pellegrini che numerosi affluivano anche da terre lontane per implorare protezione e salvezza dal loro santo Taumaturgo.

Ogni sera, dopo cena il vecchio e la vecchia da va la voce e si recitava il Rosario con molta devozione e presto ne sortiva come un brusio querulo a tratti declinante, per il sonno dei ragazzi subito richiamati, spesso aspramente, ai doveri della fede.

La festa di S. Leonardo si svolge ogni anno con immutabile devozione da parte dei numerosi fedeli che affluiscono dai paesi vicini e lontani. Pro fondissimo è l’amore, l’attaccamento, la venerazione dei fedeli per il santo taumaturgo che inspira confidenza e fiducia. Durante la novena e le solenni funzioni la chiesa, benché ampia, non può contenere l’affluenza dei credenti che si moltiplica tutti gli anni con un crescente meraviglioso. È un impone te spettacolo che si ripete da secoli costantemente.

Al termine delle solennità liturgiche, anche in questa chiesa, al par di tutte le altre di Sardegna, i fedeli, uniti in coro, armoniosamente cantano i «gosos».

Leonardu miraculosu

Sias nostru intercessore.

In Franza cun eccellenzia

Naschesti pro eterna fama

Dae illustre babbu e mama

De nobile discendenzia,

In sa divina presenzia

Amparanos con fervore

 

Leonardu miraculosu

Sias nostru intercessore.

 

De unu re terrale

Lassesti d’esser brivadu

Pro esser pius istimadu

Dae su re celestiale.

Dae remediu a dogni male

E lughe a su peccadore.

 

Leonardu miraculosu

Sias nostru intercessore.

 

In su monte ritiradu

Ti la passas santamente

Estaticu, penitente

Vivias mortificadu.

Custu mundu has lassadu

Pro servire su Segnore

 

Leonardu miraculosu

Sias nostru intercessore.

 

Nella frazione rimangono ancora i ruderi di un antico convento ove convivevano nella penitenza e nella preghiera, i confratelli dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme.

È tutta qui l’oasi di musica e di poesia, di preghiera e di quiete. È un preludio d’incanto che prepara al grandioso spettacolo di terre pittoresche in un’atmosfera e in un ambiente caratterizzato dall’armonia e dal ritmo d’una vita serena e riposante.

A San Leonardo nei primi giorni di agosto del 1963, ha avuto luogo un convegno nazionale per laureati cattolici.

La «settimana di teologia», cui hanno partecipato un centinaio di laureati, è stata presieduta dal vescovo di Livono Mons. Emilio Guano, assistente ecclesiastico centrale del movimento di azione cattolica. Il convegno «al di sopra della politica» (sono le parole di Mons. Guano» apre per la prima volta una porta su quella élite culturale religiosa di laici che rappresenta la più formidabile fotza d’urto potenziale della democrazia cristiana sul piano ideologico. Il convegno di S. Leonardo si è concluso, e con tutta probabilità, i suoi atti, e la relazione delle conferenze tenute dai benedettini padre Bovo, dell’abbazia di Praglia, dal padre Anastasio del SS. Rosario di Roma, e le meditazioni dettate da Mons. Ant. Landi, assistente del gruppo laureati di Pisa, costituiranno un significativo documento di questa ricerca dei valori positivi nella realtà scientifica, politica e sociale che la chiesa sta incoraggiando da parte della sua élite laica.

La chiesa di San Leonardo

La chiesa di S. Leonardo è costruita a conci rettangolari di lava basaltica nerastra, raccolta sul luogo e lavorata alla maltellina.

La presenza di questo materiale lavico, secondo il La Marmora «significa che l’emissione di questo materiale è dovuto avvenire quando le viscere del (non lontano) Montiferru, erano state già spostate e spezzate».

Tutto questo territorio e interessantissimo per il geologo, per le ricche formazioni vulcaniche. Presenta numerosi giacimenti basaltici, di cui alcuni filoni son lavorati per cave di pietre da macina.

L’antica chiesa che ha per patrono S. Leonardo, sembra una sentinella arcigna, forte, massiccia, rassegnata all’abbandono, ma dura a morire, e si conserva in discreto stato con le ordinarie strutture romaniche. È sempre stata meta di pellegrini e faro di religiosità e di purificazioni per secoli.

La facciata, a due porte, è divise da una lesena. che corrisponde alla disposizione interna. Entrambe le porte sono di sezione rettangolare, architravate. Non hanno strombature o sgancio, all’interno o all’esterno per dar maggior possibilità al passaggio di numerose genti. Di solito la strombatura era all’esterno perché generalmente l’affollamento si verificava all’uscita.

La lunetta sovrastante l’architrave della porta sinistra, ha un arco a tutto sesto poggiante su due piccola teste di animali che fanno da cariatidi. L’imbotte e il timpano della lunette non hanno dipinti né bassorilievi.

Di solito nel periodo romanico, sull’architrave, stavano iscrizioni ed ornamenti e sul piano indietreggiante si avevano talora statue e busti.

La facciata della chiesa ha archetti con corda obliqua alla gronda, mentre i muri perimetrali hanno gli archetti con corda parallela alla gronda.

Le pietre adoperate nelle listature delle parti ornamentali sono spugnose che permettono agli artisti di sfoggiare negli ornamenti.

La facciata e un tratto del fianco destro è opera del secolo XII, mentre la parte sinistra è della fine del secolo XIII.

La visione dell’interno, ad una navata, è unitaria, non frammentaria e ha un’area di m. 32 x 8,45.

Il pavimento e le pareti sono costruite con la solita pietra vulcanica, porosa e scura, che, nella penombra, invita alla preghiera e al raccoglimento e aumenta l’impressione di gravità che si trova fin dall’ingresso.

L’altare maggiore, visibile da tutti i punti, sorge nel centro del presbitero: è a forma basilicale, costituito dalla mensa formata da una spessa lastra di pietra sorretta da quattro piedritti squadrati con cura.

L’altare, come l’antica legge, era simbolo della presenza e della maestà di Dio, così, nella chie sa cristiana, è simbolo di Cristo: come risulta anche dalle parole che la liturgia fa dire al Vescovo nella Ordinazione dei suddiaconi: «Altare sanctae ecclesiae ipse est Christus».

I primi altari erano, di legno, ed ancora in Roma conservasi in S. Giovanni Laterano, la tavola sulla quale, dice la tradizione, soleva S. Pietro celebrare la Messa. L’uso dell’altare di legno durò assai.

Alcuni storici attribuiscono a S. Silvestro il decreto che solo il marmo e la pietra, ne fossero le materie; certo è che nel secolo IV, S. Gregorio Nisseno consacrò un altare di pietra, come si rileva da una sua omelia: «Altare hoc sanctu cui adsistimus, lapis est natura communis».

Sulla parte superiore delle due pareti che fiancheggiano la navata si aprono due finestre, una per parte, entrambe a forma rettangolare, strette come feritoie, con strombatura interna allo scopo di lasciar passare molta luce. Sulle stesse pareti, in basso, si trovano due porte laterali, costruite appositamente per favorire lo sfollamento.

Il tetto è coperto a soffitto lacunare di legno con tegole a canale, ed è sorretto da 5 archi, dei quali 3 a sesto acuto e 2 a tutto sesto.

Sulla parete laterale sinistra sorge un abbastanza modesto altare, in muratura. Abbelliscono la nicchia alcune colonne in legno, modellate a spirale, con fregi ed ornamenti. La statua di S. Leonardo esposta alla venerazione dei fedeli è scolpita in legno ed è eseguita nel suo tradizionale atteggiamento iconografico.

La balaustra, pure in legno, che divide il corpo della chiesa dal presbitero, è lavorata a tornio.

La volta dell’abside a cupola rotonda, su piano quadrato, è sorretta da cordoni sporgenti da 5 a 6 centimetri. Sull’asse della chiesa, cioè al centro dell’abside, sta una finestra sormontata da semicerchio, alta circa m. 2, per mezzo della quale penetra la luce che illumina, abbastanza bene, l’interno.

Sulla base destra dell’arco trionfale del presbitero, a circa un metro d’altezza, trovasi incisa, su uno dei conci basaltici della muratura, una iscrizione in latino, in parte indecifrabile.

Sulla fiancata destra del muro perimetrale esterno della chiesa, stanno scolpite, ad alto rilievo, su due diversi conci di pietra di color cenerino, due croci a bracci uguali allargantesi: raffigura lo stemma dell’ordine gerosolimitano di Malta. A poca distanza da queste due insegne vi è disegnata ad incavo, una meridiana od orologio solare, con un gnomone o stilo di ferro per segnare l’ora della direzione dell’ombra proiettata.

In alto, all’estremità del medesimo muro della stessa fiancata, s’innalza un piccolo campanile bifronte, ridotto alla più semplice espressione. Si eleva per breve tratto al di sopra del muro e contiene due campane su cui sta scritto l’anno di fusione e il nome dell’oblatore che «Fecit fieri».

La storia incomincia a far menzione della chiesa di S. Leonardo, nel 1335, ove fu tenuto un sinodo indetto dal vescovo della diocesi di Bosa, di cui si fa il nome di Mons. Giovanni di Claravo, si dice che a tale sinodo parteciparono molti sacerdoti, regolari e secolari, per deliberare quelle cose che riguardano la cura pastorale. Le adunanze si tenevano nell’ambito della chiesetta di S. Leonardo che allora sorgeva, accanto al convento, come un vigile pastore in mezzo al suo gregge.

Nei documenti del periodo prearagonese si trovano frequenti accenni di sinodi. Di essi ne possediamo pochi e di molti si hanno solo brevissimi frammenti. Tutti offrono un contributo a conoscere il grado di civiltà che aveva raggiunto la Sardegna.

Come quasi tutti gli atti ecclesiastici del tempo, codesti sinodi hanno la maggior parte dei canoni redatti in volgare logudorese. La lingua materna suonava allora nella purezza dei suoi accenti.

Anche da lontani paesi, affrontando disaggi e pericoli, in questa chiesa vi affluivano abbati, monaci, sacerdoti e vescovi.

A questi pellegrinaggi erano legate memorie liete della patria e tradizioni inestinguibilmente vive. Alle turbe supplicanti, a volte, si univano anche i «maiorales» per studiare i bisogni più urgenti del popolo.

Ben presto nella chiesa di S. Leonardo avran luogo grandiosi lavori di restauro, a cura della Soprintendenza dei monumenti e belle arti della Sardegna. Si penserà così al ripristino del pietrame nel suo splendore originale. La tecnica dell’esportazione della patina, consistente nel lavaggio con acqua e brusca e susseguente spazzatura metallica toglierà ogni traccia residue di patina e così risplenderà come gemma iridata e rifulgirà sul candelabro: auspicio di una risurrezione che non può mancare.

San Leonardo

A questo punto potremmo domandarci; ma perché l’ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, accampato ai piedi di una montagnola, coperta di fitta boscaglia, ove alto regna il silenzio, ha dedicato la chiesa a S. Leonardo eleggendolo per suo santo protettore? Perché è stato preferito a tanti altri che sono vissuti ed hanno operato nel folto dei boschi molto più di lui? Poteva esser scelto a patrono un S. Benedetto che fondò le sue famose abbazie non in mezzo al frastuono e al tumulto della città, ma nella quiete dei monti e nell’ombra mistica delle foreste. La chiesetta poteva esser dedicata a S. Romualdo che dette vita ad una nuova famiglia di monaci eremiti ed egli stesso visse lunghi anni nella cupa foresta di Camaldoli, nell’alto Casentino. Per titolare della chiesa poteva esser eletto un S. Francesco d’Assisi, così amante della natura, che dal Bosco delle Carceri, sulla cima del Subasio, dove istituì i suoi frati minori, andò in cerca della quiete solenne della Verna, di quel «crudo sasso intra Tevere ed Arno», coronato tuttora di quell’orrida e splendida foresta che tutti sanno.

L’ordine di S. Giovanni, a preferenza degli altri santi, ha scelto per protettore S. Leonardo perché appena innalzato agli onori degli altari ha suscitato grande entusiasmo. In breve volger di anni la devozione al santo si propagò in modo imprevedibile. Da una estremità all’altra della nostra penisola sbocciò come per incanto una vera fioritura di cappelle; chiese, edicole, statue, non prive di valore artistico, costruite in onore del Santo.

  1. Leonardo ebbe un ospedale in Oristano (Bonaldi, Stat. pis., I, pp. 321-324); una chiesa di S. Leonardo in Bosove (Raccolta Baille, port. 11,23 aprile 1234 e la chiesa di Bagnaria nel quartiere di Marina in Cagliari: (Solmi, Cagliari pisana. Per patrono ebbero S. Leonardo le parrocchie di: Setza (diocesi di Ales di Dualchi di Villanova Monteleone (Alghero), di Serramanna (Cagliari), Per titolare ebbero S. Leonardo le chiesette appartenenti alle parrocchie di Perdaxius Terreseu (Iglesias), di Orgosolo (Nuoro), di Oschiri (Ozieri), di Agultu, di Luras e di S. Antonio, della diocesi di Tempio. Anche l’ordine di S. Giovanni di Gerusalemme credette opportuno e, ben presto sperimentò il suo tornaconto costruendo e dedicando la chiesa di S. Leonardo in Siete Fuentes. Chiunque abbia occasione di passare a S. Leonardo, nel grande esodo estivo, non dimentichi di sostarvi. Chi ancora non conosce quella zona, sappia che qui lo attende, tra la verde dovizia del bosco, una delle grandi emozioni per lo spirito. Chi già la conosce, rinnoverà e completerà le sue impressioni fattesi anche più acute.

Chi era S. Leonardo?

  1. Leonardo, anacoreta, era un romita di Limoges, città della Francia, dipartimento dell’alta Vienne, era già un gentiluomo francese in grand’onore nella Corte di Cleodoro V. Convertito al cristianesimo da S. Remiglio, non si contentò di essere un cristiano di virtù comune, ma rinunzio al mondo. e fu fedele imitatore del suo maestro. Esercitandosi nell’austerità della penitenza e cibandosi soltanto di erbe e frutti selvatici, dimorava nella foresta di Pauvaino. Poscia desideroso di far parte ad altri di quelle ispirazioni e di quelle grazie di cui egli era favorito da Dio, si diede ad istruire i popoli di quel vicinato che già edificava con la santa sua vita. Il re di Francia compreso da somma venerazione gli fe ce dono di una gran parte della foresta ove egli viveva coi suoi discepoli. S. Leonardo morì il 6 dicembre 559. La maggior parte delle sue reliquie sono nella chiesa di S. Leonardo in Noblac. (da Le vite dei Santi di A. Cesari).

L’ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

A S. Leonardo, consta dalla storia del medio evo, esisteva un convento di religiosi dell’ordine di S. Giovanni in Gerusalemme.

Già nel II secolo vi furono uomini che, lasciando il mondo, si ritirarono isolati in un eremitaggio, per fare orazione e penitenza. Questi erano detti eremiti, monaci o solitari.

Quando più persone si riunirono a vivere in comune, l’edificio che li ricettava fu detto cenobio, e, dell’essere quelle convenute a vivere assieme, fu pure chiamato convento.

  1. Basilio fu il primo fondatore del monachismo avendo per primo dettata e imposta una Regola di vita comune, nel secolo IV, in Palestina, ove si fondarono parecchi monasteri.

Questo movimento spirituale di penitenza e di rinuncia ebbe via via nei secoli dei veri legislatori: S. Basilio per l’Oriente e per l’Occidente una pleiade gloriosa, nella quale basterà ricordare S. Anastasio, S. Martino, S. Benedetto di Norcia, S. Francesco d’Assisi, ecc.

Nell’VIII secolo i conventi presero il nome di abadie o badie, in breve essi si moltiplicarono e si popolarono grandemente, e nei barbari tempi di ferocia sociale divennero focolari di civiltà, di istruzione, di belle arti, di scienza e perfino di molte industrie.

Moltissimi dei conventi assunsero proporzioni imponenti, e molti divennero, con le chiese annesse monumenti insigni di architettura.

Se i monasteri nella loro primitiva forma organica son rimasti in Sardegna, pochi; parecchi particolari costruttivi furono determinati con statuti rigorosi nel secolo XI da S. Odilone abate di Cluny, nella Borgogna, il più importante monastero romanico, distrutto poi dalla rivoluzione francese.

Il convento generalmente era una costruzione severa, cinta di mura, per clausura, raccoglimento, segregazione dalla vita mondana. Oltre ai locali d’abitazione dei religiosi e per la loro vita materiale (celle, refettorio, cucina, ecc. vi erano annessi: la chiesa, per le funzioni religiose, un terreno per i bi sogni della comunità e per il lavoro, un sotterraneo per seppellire i confratelli defunti, la biblioteca per gli studiosi, ecc.

Anche S. Leonardo di Siete Fuentes ebbe, vicino alla chiesa, il convento dell’ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, con l’annesso ospedale. Questo ordine, secondo le notizie trasmesse dagli storici Guglielmo di Tiro e Giacomo di Vity, ebbe l’origine seguente:

I mercanti d’Amalfi, nel 1048, ottennero dal califfo d’Egitto, il permesso di edificare presso il Santo Sepolcro, un convento ed una chiesa per i cristiani latini. L’istituzione fu affidata ai benedettini con l’obbligo di ospitare i pellegrini cristiani d’Occidente. Non molto lontano si edificò un altro convento col nome di S. Maria Maddalena per ospitare le donne. Con l’aumentare delle necessità si costruì un terzo ospizio col nome di S. Giovanni Battista. In que sto nuov’ordine, resosi autonomo, fu introdotta la caratteristica croce a otto punte, detta maltese, che ricorda le otto beatitudini. Divenne un ordine cavalleresco ad imitazione dei templari, e i membri si divisero in cavalieri sacerdoti e fratelli addetti al servizio. I cavalieri dovevano con le armi difendere la Terra Santa. I sacerdoti esercitavano il loro ministero sul campo spirituale ed i fratelli erano i servantes d’armes».

Questo sacro militare ordine Gerosolimitano é il più antico, ed illustre degli ordini religioso-cavallereschi cristiani. Ebbe origine dall’ospizio «di S. Giovanni», per l’assistenza ai pellegrini, istituito nel sec. XI in Gerusalemme da Mauro d’Amalfi, fu con fermato nel 1113 dal Papa Pasquale II e assunse nel 1118 la fisionomia che gli fu poi caratteristica, con la duplice funzione ospitaliera e militare contro i Mussulmani.

Il suo vero nome storico antico è di Milites hospitalis S. Joannis Hierosolymitani o brevemente Giovanniti», e solo più tardi presero quello di Cavalieri di Rodi e poi di Malta dalla loro residenza in dette isole donde il nome che conserva tuttora.

Questa militia Christi oltre che per gradi era divisa per lingue e nazioni. Le nazioni si divide vano in priorati (in tutto 27). i baliaggi (12) e in commende (circa 700). Tra queste era annoverata quella di S. Leonardo. La costituzione, simile a quella di una repubblica oligarchica, aveva vasti possedimenti in Aragona, in Francia, in Germania, in Inghilterra, in Italia, in Portogallo, in Provenza, ecc.

All’ordine più volte arrisero splendide e gloriose vittorie però, perduta Malta nel 1798 per opera di Napoleone, l’Ordine mutò ancora varie sedi e finalmente si stabili nel 1834 in Roma, ove tuttora risiede. A capo dell’Ordine (diviso nelle tre lingue di Italia, Spagna e Alemagna e in 13 associazioni nazionali), sta il «Gran Maestro» che ha titolo di rango di cardinale. L’Ordine suol dirsi oggi ancora sovrano, benché l’attività sua sia ormai esclusivamente limitata al campo ospitaliero.

Del 2° Priore e del monastero di S. Leonardo di Siete Fuentes ne fa menzione Zurita nel suo Annales VIII. c.58. Tra l’altro dice che, tra le riforme del re Pietro IV di Aragona nel suo primo ingresso a Cagliari, sul principio del 1355, stabili le solenni riunioni delle Corti generali del regno.

La convocazione si faceva per atto del re da emanarsi almeno ogni tre anni. La solenne riunione delle Corti del I febbraio 1355 si fece nel palazzo regio. Alla convocazione del Parlamento si invitavano i tre ordini dei cittadini: i grandi ecclesiastici (prelats), i nobili e cavalieri (nobles e cavallers), i rappresentanti delle città e delle ville (ciutats e viles). L’invito suonava così: «Per letres nostres dades en lo castell de Caller al XXIII dia del dit mes de janer, acordam de tenir corts y citams y requirimlos tots, prelats, nobles, y cavallers, ciuttats y viles de la dita illa de Sardenya, que personalment ò per lors procuradors bastants fossen en lo stell de Caller per celebrar corts general….).

Alla riunione assisteva l’arcivescovo di Cagliari, ch’era allora Giovanni d’Aragona, il quale ebbe la preminenza nello stamento, pronunzio il discorso di risposta alla corona e presiedette i lavori del braccio ecclesiastico. A rappresentare i monasteri della Sardegna, troviamo elencati, per l’ordine di Vallombrosa, Benedetto, abate di S. Michele di Plaiano, non lontano da Sassari, dov’era un importante centro monastico dell’isola; Isnardo, abate di S. Maria de Paulis, per il ricco ordine dei cisterciensi; Giovanni. abate della SS. Trinità di Saccargia, spettante al potente ordine di Camaldoli; e Alberto, priore del convento di S. Leonardo di Sette fontane, in territorio di S. Lussurgiu, anche per il monastero ed ospedale di S. Antonio di Oristano, entrambi spettanti all’ordine gerosolomitano.

La commenda

A S. Leonardo di Siete Fuentes vi era una commenda, cioè un beneficio donato all’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, beneficio che qualche volta si dava ai laici e anche ai militari.

La commenda, sotto i Pisani, costituiva un baliaggio, cioè un organo del governo con sede in Firenze, che presiedeva la guerra e dipendeva dal priorato di Pisa.

A Siete Fuentes la commenda sorgeva con le rendite dell’antico priorato di S. Leonardo.

In forza della creazione antica era riservata agli Italiani non ai Sardi. Nel 1603, quando nelle corti generali celebrate dal viceré conte d’Elba, si tratto di garantire all’arcivescovo di Cagliari la ecclesiastica primazia, si pensò alla creazione nell’ordine gerosolimitano d’una lingua a parte, nella quale fossero accettati solamente i cavalieri Sardi benemeriti della religione e dello stato. Questo divisamento manco d’effetto: gli stamenti dell’isola stimarono di soprassedervi specie quando videro che il re di Spagna era contrario, prescrivendo che siffatte commende, si creassero a beneficio dell’ordine di Santa Maria di Montesa della corona aragonese. Sotto il governo di Casa Savoia la commenda fu quasi sempre conferita a persone continentali; però nel 1822 le rendite furono applicate ad altri usi pubblici.

Della commenda di S. Leonardo di Siete Fuentes ne parla il Martini nella Storia Ecclesiastica della Sardegna. Asserisce fra l’altro che tra le memorie conservate nell’archivio delle corti del re Pietro IV nel 1355, era priore di S. Leonardo frate Alberto de Secis.

Dalle carte del regio archivio di Cagliari risulta che con bolla del gran maestro dell’ordine gerosolimitano. Giovanni dell’Astrio, è stato nominato preposto, priore e commendatore della casa o baliaggio di S. Leonardo, appartenente al priorato di Pisa, frate Bartolomeo de Sena, per il periodo di un decennio, ordinando «fratribus, sororibus e donatis dictae domus» di riconoscerlo e reputarlo per superiore. Nella stessa bolla vi si ricorda l’antecessore del de Sena, frate Giovanni di Villaguto, e le benemerenze da lui acquistate per aver recuperato la stessa casa dalle mani dei secolari («olim a manibus saecularium liberavit»). Da quanto sopra facilmente si desume che tale baliaggio, dipendente dal priorato di Pisa, esisteva fin dai tempi pisani e che nel cambiamento della signoria, l’ordine gerosolimitano venne spogliato dallo stesso regno aragonese, avverso ad ogni influenza pisana.

Lo stesso re di Spagna ordinò che siffatte commende benché fondate con le rendite di qualche beneficio ecclesiastico, passassero definitivamente all’ordine di S. Maria di Montesa della corona aragonese.

Negli ultimi tempi godettero la commenda di S. Leonardo: Francesco, e Giuseppe Alessandro Lovera di Maria, scudiere dei reali principi di Savoia e il duca del genovese e il conte di Moriena, che ne fu l’ultimo possessore.

In forza poi dei noti avvenimenti politici che rovesciarono l’insigne ordine gerolosomitano, i frutti della commenda, per ordine dell’autorità regia, vennero incamerati e se ne dava l’amministrazione al cavaliere D. Diego Cugia. Finalmente il re Carlo Felice ordinò che le entrate di questa commenda soppressa si amministrassero dall’ufficio generale d’intendenza del regno e si riponessero a parte in una cassa separata con riserva di disporne in oggetti di pubblico vantaggio. Ciò deprendesi da un dispaccio del ministero dell’interno del 1822.

Esiste nel regio archivio un libello di fra D. Blasco Serra, dell’aprile 1647, in cui sta scritto che la commenda aveva dei diritti sopra le regie saline della Nurra.

Il cappellano della stessa commenda di S. Leonardo, nominato dal re, percepiva una pensione di cento scudi.

L’Aléo, nel libro «Successis Generales de la Islay Regno de Sardeña», ricorda che Guspini, grosso paese di oltre 10000 abitanti appartenente alla provincia di Cagliari, aveva una chiesa aggregata all’ordine gerosolimitano e i contributi dei vicini andavano a beneficio della stessa chiesa.

Il bosco

Siete Fuentes: un nome che carezza l’orecchio starei per dire come la musica del Préludes di Chopin, ha il suo incantevole bosco, di eccezionale importanza naturalistica, per la flora e la fauna, integramente e gelosamente salvaguardata. Non c’ero mai stato prima e anche questo mi piaceva, anche questo vedere una zona sconosciuta, perché è sempre una sorpresa, o qualcosa che assomiglia a una vacanza, del tempo libero.

Qui vivono fiori di tutte le specie, alla rinfusa, coi loro diversi colori: da quelli che rendono variopinti i prati e le colline, a quelli che chiazzano le rupi e le cortecce, come i licheni, che sopravvivono anche nei periodi di siccità.

Anche le erbe sprigionano aromi inebrianti: il mentastro, la menta perita, il puleggio diffondono odori delicati ma penetranti.

Sulla pendice del promontorio si stende il magnifico bosco di secolari alberi di alto fusto: accaccie, cipressi, elci, olmi; pioppi, quercia rovere, quercia sughero, ecc., che si stagliano contro il cielo.

La vegetazione interessa il naturalista tanto per la molteplicità delle specie che per il loro sviluppo.

La foresta tanto cara agli artisti, ai mistici, ai poeti, si potrebbe percorrere d’albero in albero.

Tutto l’insieme somiglia a certe scene che si mostrano al cinema, che li per lì, è difficile persuaderci che sia una scena reale.

La gran copia delle sorgive degne di un culto alle Ninfe del luogo, cantano in coro, melodiosamente, l’epitalamio della vita, le cui note s’intrecciano col sovrapporsi di sussurri delle foglie agitate dal vento. L’acqua cristallina, fresca, leggera, ricca di carbonato, cloruro e solfato di calcio, scaturisce, sgorga e zampilla in gran copia.

Dalle rocce oscure precipita, ad incisioni strette e ripide qualche cascatella bianca che sussurra gorgheggi con modulazioni varie.

Gli autori antichi hanno parlato spesso di, certe acque minerali della Sardegna, vantandone non solo le proprietà meravigliose, ma anche attribuendo loro qualità ricche d’immaginazione e di virtù fantastiche. Solimo ne cita due, una delle quali aveva la proprietà di far scoprire i ladri e gli spergiuri. Gli accusati dovevano lavarsi gli occhi con l’acqua di questa sorgente: se erano innocenti, nulla accadeva loro di spiacevole; nel caso contrario venivano colpiti all’istante da cecità. Erano le cosiddette ordalie, o giudizio di Dio, praticate nel Medioevo, che rimontano alla tradizione ebraica e persiana.

In mezzo agli alberi c’è una vasca circolare che misura m. 3,70 di diametro, abbellita da sette zampilli equidistanti che fremendo giulivi raggiungono l’altezza del loro punto d’origine. Intorno sparsi alla rinfusa, si trovano panche, panchine costruite in muratura o con un asse su quattro piedi. Qui molti gitanti, spesso, consumano la colazione al sacco.

Qualche gruppo, prima di assidersi a mensa, elegge, per appello nominale; il simposiarca e con applausi e grida assordanti gli fanno occupare l’onorifico posto di capotavola. Ai commensali ritardatari è giocoforza assidersi sui macigni e petroni sparsi tutto intorno come detriti di costruzioni in sfacelo.

La foresta piena di attrattive naturali è sempre aperta al pubblico come un grande parco di riposo e il popolo che vi accorre sempre più numeroso rispettano gli alberi che tanto giovano alla salubrità dell’aria e alla quiete del nostro spirito.

Una volta i carbonai, indisturbati, penetravano nel bosco. Sfoltivano le macchie di diverse specie e i pastori vi menavano gli armenti al pascolo ma, oggi invece, il patrimonio arboreo e floristico è rispettato, curato e difeso.

Le acque delle varie sorgenti unite insieme formano un fiume che dopo un lungo percorso raggiunge il Tirso.

Le rive fluviali hanno il vergine incanto della poesia, del verde, e dello stormire delle fronde degli alberi.

L’erba fitta, fresca, profumata è popolata d’una fauna minuta e vivace: operose formiche, grilli canterini, cavallette verdi e tenere come steli, piccole locuste salterine, minute farfalle dalle ali azzurrine: un mondo che il prato nutre e protegge con la sua flora selvatica.

Pastori e coloni, a volte, calpestano l’erba che, a sera, appare acciaccata e mortificata; tanto che sembra non potersi più rialzare che a stento. Ma basta una notte di guazza perché la mattina, dopo il sole, la trovi intatta, con tutto il suo vispo mondo entomologico in attività. Viene spontanea la voglia di tuffarsi nell’erba, a scoprire la fatua fauna che vi abita e godere l’odore, quell’odore di erba buona che inebria.

Dall’alto del promontorio si domina un paesaggio classico, sublime che comunica una tranquillità unica.

Attorno si stende a perdita d’occhio la distesa dei campi abbondanti di pascoli e di color d’oro per il grano maturo e di porpora per il prepotente affacciarsi tra stelo e stelo dei rosolacci; infestanti, ma squillanti il più bel rosso che natura abbia donato ai petali di un fiore selvatico. Dalla pianura, di quando in quando, si sente qualche muggito di buoi, belati di pecore, grugniti di maiali, e nitriti di cavallo di cui s’impone l’uso nelle campagne per la scarsa meccanizzazione, su strette strade che rigano i campi, uomini a cavallo appaiono e spariscono a seconda delle ondulazioni del terreno.

Tutta la zona resa fertile con fatica, fede, lavoro e tenacia crea un’attrattiva potente per gli appetiti e le invidie dei paesi vicini.

Su di alcuni colli, dominanti e in posizione strategica si adagiano alcuni nuraghi, col paramento esterno costituito da filari orizzontali di pietre, grossolanamente sbozzate nelle facce esterne e nelle giunture. Alcuni di questi manieri, visti da lontano, sembrano discretamente conservati, ma da vicino poco lasciano capire della struttura interna: furono aiutati a cadere dal tempo, dalla mano vandalica degli avidi ricercatori di tesori e dalle invasioni dei Fenici, Punici, Spagnoli e Saraceni. Molti nuraghi, per lo più smantellati, esistono sparsi su tutto il territorio di Santu Lussurgiu, fra i quali quelli di Mura Matta Chentianu, Campuzzola, Muru Sussagas, Nusau, Procarzu, Piricu, Zispici. Nelle regioni di Frocchiddus, Funtana Orruos e Mariscula, esistono domus de Janas.

L’arcana e misteriosa presenza di queste vestigia ci parlano nel loro muto linguaggio di rocche, di fortezze, collegate a vista tra loro in caso di pericolo e rimangono come segni tangibili della passata potenza dei Sardi, del loro essere guerriero, del loro amore per le armi e perpetuano un sogno di indipendenza difeso strenuamente per secoli contro i popoli invasori.

Agricoltura e industria

A S. Leonardo di Siete Fuentes, l’agricoltura e l’industria si danno la mano, accordando a ciascuna la propria sfera d’azione e rendendo possibile, oltre all’equilibrio aziendale, la buona convivenza di due categorie di lavoratori che non sempre si capivano.

La vasta distesa dei campi, leggermente ondulata, di morfologia in apparenza assai uniforme, mostra un paesaggio aperto in cui il vento la percorre senza ostacolo fino alle falde dei rilievi.

Le tanche di proprietà privata, in genere media e piccola, con appezzamenti chiusi a muri di pietra, a secco, si possono dividere in due grandi parti: una, abbastanza fertile, coltivata a grano, l’altra lasciata a pascolo di cui si nutrono buoi e pecore.

La trasformazione del paesaggio, dovuta alla vigile opera umana, si è già realizzata. Tutta la zona mostra un quadro vivace di agricoltura e pastorizia. Agricoltori e pastori, laboriosi e onesti a tutta prova, non risparmiano fatiche e sacrifici. Alla splendida vegetazione sono di favore tanto il clima quanto il suolo fertilissimo.

Un tempo regnava qui, come in quasi tutta la Sardegna, la malaria, ma l’opera sistematica di disinfestazione dagli anofili condotta col DDT dal 1946, completando i fatti già compiuti con le bonifiche ed altri mezzi di lotta, ha portato alla sua eliminazione. Con questo risanamento si è realizzata una delle condizioni per la trasformazione dei paesaggi nel loro assetto agrario e di popolamento. Oggi è scomparso lo stato di solitudine che vi regnava da antica data.

Con la campagna che progredisce e l’industria che si affaccia, la frazione ha ritrovato un respiro più vasto e guarda al futuro con molta fiducia.

Molti valori sociali, forse in ragione della loro convenienza economica, hanno avuto piena attuazione anche in Sardegna. In paesini lontani e in modesti lembi di spiaggia si è visto sorgere alberghi lussuosi, clubs di divertimento. Ce n’è da compiacersi vivamente, convinti della notevole importanza economica e sociale di alcune forme d’industria rivolte allo sfruttamento delle nostre bellezze naturali.

  1. Leonardo ha il suo albergo ESIT, situato in mezzo al trionfo della vita vegetale: è di una grazia tenera e di una serenità sorridente. È sorto secondo uno scopo essenzialmente estivo e di villeggiatura di ciò ne ha sentito enorme vantaggio la popolazione del comune e della frazione, prima quasi isolata e confinata, ora con l’ininterrotto passaggio di forestieri vede un progresso economico in ogni campo.

Abbelliscono il grande spazio antistante all’edificio: due artistici zampilli, una vasca con ringhiera metallica bene eseguita, una piscina, un parco di tennis, parcheggi per macchine, l’altalena per bambini, ombrelloni, sedie a sdraio, poltrone, poltroncine, ecc.

Nell’interno, tutte le camere hanno l’acqua corrente, calda e fredda, altre hanno anche il bagno. Vi è la sala da gioco, il bar, il ristorante con cucina accuratissima, a prezzi modici per tutte le esigenze. Insomma ci si può mangiar bene senza neppure spender tanto: tutto è realizzato sulla base dei criteri più moderni adottati dai maggiori esercizi del genere. È una delle mete preferite del turismo. internazionale.

La sera il silenzio è solenne, rotto soltanto dal chioccolare dei due zampilli e dall’usignolo che canta nel folto degli alberi.

Non molto lontano dall’albergo, per opera dei fratelli Puddu di Cagliari, è sorto un sontuoso stabilimento per la fabbrica di tutte le bibite dissetanti: gazzose, aranciate, ecc.

L’impianto è modernissimo. Ha una lavatrice completamente automatica che lava e sterilizza le bottiglie a temperatura elevata e che poi vengono avviate da un nastro trasportatore alla riempitrice che automaticamente dosa, immette l’acqua gassata e infine capsula i singoli recipienti.

Le bibite di «7 Fuentes», sia detto ad onor del vero, sono apprezzatissime dai buon gustai e perciò hanno ottenuto un insperato successo.

Siete Fuentes, da tempo era nota ai turisti per le bellezze che racchiude per le comodità che offre, per le gioie che dà a un visitatore non distratto; oggi affluiscono numerose flotte di turisti inglesi e tedeschi che, armati di macchine fotografiche, osservano ogni cosa con una meticolosità sconosciuta a noi italiani. Bisogna vederli con che tenerezza s’inchinano sui fiori, con che ammirazione sostano presso i maestosi tronchi degli alberi secolari che costituiscono la più antica nobiltà del bosco e s’innalzano diritti come lance puntate al cielo.

Escursioni

Da S. Leonardo si possono fare delle magnifiche escursioni fra le attrattive e le bellezze dei vari settori, a seconda del gusto, della preferenza e del temperamento del singolo turista.

Atteso che una meticolosa descrizione d’una simile dovizia di punti, uno più bello dell’altro, finirebbe più che a orientare, a confondere, all’escursionista potrebbe succedere quello che facilmente accade a chi contemplando le meraviglie di un bruno firmamento porge l’orecchio ad un astronomo che con competenza indica nome e posizione delle singole stelle. Alla fine, non è errato affermare che tutto è caduto nel dimenticatoio.

Per non sovraccaricare il visitatore di troppa prosa descrittiva ci limitiamo a parlare fugacemente di alcune zone amene, ridenti imponenti e preziose, ove dominano i numerosi punti salienti del paesaggio, con un clima radioso di sole.

Ci sono delle località consigliate a chi ama le silenti e facili distese dei campi sulle quali il cielo sembra arcuarsi più alto.

Ci sono delle armoniose fusioni di bellezze per chi, a mezza montagna, desidera stupende posizioni dominanti.

Fra le bellissime posizioni dominanti: Monte Ferru, il colossale dei vulcani sardi, il castello omonimo e Monte Entu così detto dal vento che vi regna sovrano.

Le altitudini dei monti e le linee del paesaggio perdono tutta la loro arditezza di verticalità spigolosa, le tinte della terra tendono dappertutto al giallastro o al cupo verdastro della macchia.

Monte Ferru che si protende da Bonarcado a S. Lussurgiu e Sindia.

Il geologo dal vallone sottostante può studiare le diverse qualità di terreni che formano tutta la massa.

La Marmora (III vol. del suo Voyage) afferma che il nocciolo della montagna è formato di una roccia biancastra che passa in domite, nella quale esistono vene di diaspro e di corniola, incassate nei filoni basaltici.

A ponente la roccia feldspatica biancastra si lega intimamente col tufo trachitico e che passa ad una specie di domite.

La colossale montagna, secondo il De Vecchi, non era un vulcano ma bensì un semplice scolo basaltico di provenienza enigmatica, appoggiandosi al fatto che manca la vera forma del cratere da cui usciva la lava. Il La Marmora ribatte questi argomenti e afferma trattarsi di un vulcano vero e proprio e che le vestiggia del cratere sono scomparse in seguito alla materia in fusione che ne ha fatto sparire le tracce.

Il monte, dalla sommità alla base, è rivestito di rocce eruttive di epoche diverse. È un vulcano dal cui seno è uscita la materia in fusione che si è sparsa nei piani. Vestigia di crateri se ne trovano nel sito dov’è fabbricato S. Lussurgiu, a Cheremule che ha vomitato lava periodica più recente, a Ploaghe, a Ittireddu ed altrove. Da una delle tante screpolature che, disposte a raggio, si trovano nel Monte Ferru, sgorga una sorgente d’acqua fresca e limpida.

Il gioco frequente delle nuvole e del sole, dovuto al clima ventoso e instabile creano l’incanto dei panorami che non hanno nulla da invidiare ai più superbi monti delle più alte catene montane.

Da S. Lussurgiu vi si arriva dopo mezz’ora di strada tra sentieri sovente ripidi e malagevoli.

Lo scalatore stanco per la dura fatica, affrontata durante l’ascensione, troverà conforto, ristoro e sollievo, nella straordinaria dovizia di inattese bellezze che si ammirano nell’ampio panorama che si estende ai suoi piedi dal capo della Frasca nell’insenatura tra Flumentorgiu e lo stagno di Marceddi nel golfo di Oristano, al capo Caccia nella rada di Alghero.

Presso Monte Entu la montagna si erge ancora più in alto il cui punto culminante, scelto da La Marmora come punto trigonometrico, raggiunge m. 1040 di altezza. Questa grande massa di rocce e di terra ad ondulazioni multiple, costituisce il Monte Urticu la cui vetta domina la parte occidentale e orientale della Sardegna. Dal vertice, quasi sospesi tra cielo e terra, lo sguardo, in giornate limpide, si estende, ad occhio nudo, dall’isola dell’Asinara fino al Capo di S. Elia di Cagliari, una distanza complessiva di ben 228 Km.

Il monte per gli scienziati di geologia è interessantissimo. Consta di rocce plutoniche, fuse e solidificate, di color biancastro, con profonde screpolature con filoni di calcedonio, di cornalina di diaspro e di diche.

Tutto intorno si spiega stupendamente l’armoniosa fusione di bellezze paesistiche.

Da non trascurare poi un’escursione al vicino Monte Pertusu che si erge a forma di fungo a m. 992, formato da una postuma eruzione di basalto nero. Il nome Pertusu, cioè pertugio, gli è stato imposto perché bucato nella sommità.

Nel versante nord-occidentale del Monte Ferru, su una cima isolata, sorge il castello omonimo. La costruzione si dice che sia sorta per opera di Ithocorre, fratello del giudice Barisone di Torres, che visse verso il 1136.

Il castello era un baluardo, una sentinella vigile, sulla frontiera tra il giudicato di Arborea e quello di Torres, al quale apparteneva. Ebbe a sopportare lotte, sventure e delusioni. Nel 1294 fu preso dai Pisani ai fratelli Lotto e Guelfo della Gherardesca, figli del conte Ugolino. II 1300 venne dato in pegno ad Andrea e Mariano d’Arborea, dal marchese Malaspina. Nel 1328 il re Alfonso, appena assunto al trono, ne confermava il possesso a Ugone di Arborea, Mariano IV lo occupò dal 1354 al 1355, in barba alle convenzioni già stabilite. Della rocca si fa cenno in occasione della pace avvenuta tra Costantino di Torres e Guglielmo di Massa nel 1195. Appartenne, nel primo decennio del secolo XIV, ai giudici di Arborea. Il giudice Ugone lo diede poi al re d’Aragona. Intanto Mariano IV mosse guerra agli Aragonesi, li vinse, occupò il castello e vi rimase padrone fin dopo il 1353, benché si fossero stipulati accordi contrari.

Nel 1417 fu dato in feudo dal re Alfonso d’Aragona insieme a Cuglieri, a Guglielmo di Montagnana, il quale, a sua volta lo vendette a Raimondo Zatrillas.

Escursioni

Da S. Leonardo si possono fare delle magnifiche escursioni fra le attrattive e le bellezze dei vari settori, a seconda del gusto, della preferenza e del temperamento del singolo turista.

Atteso che una meticolosa descrizione d’una simile dovizia di punti, uno più bello dell’altro, finirebbe più che a orientare, a confondere, all’escursionista potrebbe succedere quello che facilmente accade a chi contemplando le meraviglie di un bruno firmamento porge l’orecchio ad un astronomo che con competenza indica nome e posizione delle singole stelle. Alla fine, non è errato affermare che tutto è caduto nel dimenticatoio.

Per non sovraccaricare il visitatore di troppa prosa descrittiva ci limitiamo a parlare fugacemente di alcune zone amene, ridenti imponenti e preziose, ove dominano i numerosi punti salienti del paesaggio, con un clima radioso di sole.

Ci sono delle località consigliate a chi ama le silenti e facili distese dei campi sulle quali il cielo sembra arcuarsi più alto.

Ci sono delle armoniose fusioni di bellezze per chi, a mezza montagna, desidera stupende posizioni dominanti.

Fra le bellissime posizioni dominanti: Monte Ferru, il colossale dei vulcani sardi, il castello omonimo e Monte Entu così detto dal vento che vi regna sovrano.

Le altitudini dei monti e le linee del paesaggio perdono tutta la loro arditezza di verticalità spigolosa, le tinte della terra tendono dappertutto al giallastro o al cupo verdastro della macchia.

Monte Ferru che si protende da Bonarcado a S. Lussurgiu e Sindia.

Il geologo dal vallone sottostante può studiare le diverse qualità di terreni che formano tutta la massa.

La Marmora (III vol. del suo Voyage) afferma che il nocciolo della montagna è formato di una roccia biancastra che passa in domite, nella quale esistono vene di diaspro e di corniola, incassate nei filoni basaltici.

A ponente la roccia feldspatica biancastra si lega intimamente col tufo trachitico e che passa ad una specie di domite.

La colossale montagna, secondo il De Vecchi, non era un vulcano ma bensì un semplice scolo basaltico di provenienza enigmatica, appoggiandosi al fatto che manca la vera forma del cratere da cui usciva la lava. Il La Marmora ribatte questi argomenti e afferma trattarsi di un vulcano vero e proprio e che le vestiggia del cratere sono scomparse in seguito alla materia in fusione che ne ha fatto sparire le tracce.

Il monte, dalla sommità alla base, è rivestito di rocce eruttive di epoche diverse. È un vulcano dal cui seno è uscita la materia in fusione che si è sparsa nei piani. Vestigia di crateri se ne trovano nel sito dov’è fabbricato S. Lussurgiu, a Cheremule che ha vomitato lava periodica più recente, a Ploaghe, a Ittireddu ed altrove. Da una delle tante screpolature che, disposte a raggio, si trovano nel Monte Ferru, sgorga una sorgente d’acqua fresca e limpida.

Il gioco frequente delle nuvole e del sole, dovuto al clima ventoso e instabile creano l’incanto dei panorami che non hanno nulla da invidiare ai più superbi monti delle più alte catene montane.

Da S. Lussurgiu vi si arriva dopo mezz’ora di strada tra sentieri sovente ripidi e malagevoli.

Lo scalatore stanco per la dura fatica, affrontata durante l’ascensione, troverà conforto, ristoro e sollievo, nella straordinaria dovizia di inattese bellezze che si ammirano nell’ampio panorama che si estende ai suoi piedi dal capo della Frasca nell’insenatura tra Flumentorgiu e lo stagno di Marceddi nel golfo di Oristano, al capo Caccia nella rada di Alghero.

Presso Monte Entu la montagna si erge ancora più in alto il cui punto culminante, scelto da La Marmora come punto trigonometrico, raggiunge m. 1040 di altezza. Questa grande massa di rocce e di terra ad ondulazioni multiple, costituisce il Monte Urticu la cui vetta domina la parte occidentale e orientale della Sardegna. Dal vertice, quasi sospesi tra cielo e terra, lo sguardo, in giornate limpide, si estende, ad occhio nudo, dall’isola dell’Asinara fino al Capo di S. Elia di Cagliari, una distanza complessiva di ben 228 Km.

Il monte per gli scienziati di geologia è interessantissimo. Consta di rocce plutoniche, fuse e solidificate, di color biancastro, con profonde screpolature con filoni di calcedonio, di cornalina di diaspro e di diche.

Tutto intorno si spiega stupendamente l’armoniosa fusione di bellezze paesistiche.

Da non trascurare poi un’escursione al vicino Monte Pertusu che si erge a forma di fungo a m. 992, formato da una postuma eruzione di basalto nero. Il nome Pertusu, cioè pertugio, gli è stato imposto perché bucato nella sommità.

Nel versante nord-occidentale del Monte Ferru, su una cima isolata, sorge il castello omonimo. La costruzione si dice che sia sorta per opera di Ithocorre, fratello del giudice Barisone di Torres, che visse verso il 1136.

Il castello era un baluardo, una sentinella vigile, sulla frontiera tra il giudicato di Arborea e quello di Torres, al quale apparteneva. Ebbe a sopportare lotte, sventure e delusioni. Nel 1294 fu preso dai Pisani ai fratelli Lotto e Guelfo della Gherardesca, figli del conte Ugolino. II 1300 venne dato in pegno ad Andrea e Mariano d’Arborea, dal marchese Malaspina. Nel 1328 il re Alfonso, appena assunto al trono, ne confermava il possesso a Ugone di Arborea, Mariano IV lo occupò dal 1354 al 1355, in barba alle convenzioni già stabilite. Della rocca si fa cenno in occasione della pace avvenuta tra Costantino di Torres e Guglielmo di Massa nel 1195. Appartenne, nel primo decennio del secolo XIV, ai giudici di Arborea. Il giudice Ugone lo diede poi al re d’Aragona. Intanto Mariano IV mosse guerra agli Aragonesi, li vinse, occupò il castello e vi rimase padrone fin dopo il 1353, benché si fossero stipulati accordi contrari.

Nel 1417 fu dato in feudo dal re Alfonso d’Aragona insieme a Cuglieri, a Guglielmo di Montagnana, il quale, a sua volta lo vendette a Raimondo Zatrillas.

Itinerario

Come si può raggiungere la frazione di S. Leonardo di Siete Fuentes, sulla quale giustamente si appuntano le speranze di una maggiore valorizzazione turistica?

Raggiunta Macomer, si deve proseguire, per Km. 18 sulla strada asfaltata e pianeggiante che conduce, dopo Km. 25, al paese di Santu Lussurgiu. La suggestività e l’interesse di questo percorso lascia un’orma raramente dimenticabile.

La prima superficiale impressione è, comunque, quella di un paesaggio splendido che s’incide nell’animo assai più profondamente di quello dei luoghi di soggiorno facili e ameni che rappresentano un irresistibile invito agli itinerari distensivi.

Sulla pianura dove le tinte della terra tendono dappertutto al verde brillante o al cupo verde della macchia mediterranea, l’aria è impregnata del profumo delle verzure in cui giocano i fiori campestri nelle loro gradazioni. Sui campi fertili e fecondi ferve l’agricoltura e la pastorizia: l’insieme delle attività umane intese a ricavare dalla terra i prodotti con cui l’uomo soddisfa i bisogni più comuni della sua esistenza.

Al viaggiatore, nel procedere dell’auto, sul territorio di Macomer, gli si presentano come sù di uno schermo il vivaio regionale forestale dove germogliano e crescono alberi da trapiantare; la scuola agraria per opera della quale si apre un nuovo periodo di floridezza dell’agricoltura dovuto a molteplici fattori e principalmente al progresso delle scienze agrarie che han portato all’impiego più esteso e più intenso di mezzi tecnici (macchine perfezionate, concimi artificiali, semi selezionati, piante di grande redditto, ecc.

I nuraghi: Oschéra (zona battuta a suo tempo per raccogliere i funghi), nuraghe Ruju (rosso), così chiamato per i licheni rossi che coprono la muratura esterna della costruzione, nuraghe Crabolu (capriolo), ecc.

La maggior parte di questi nuraghi sono smantellati o diruti. Alcuni di questi nuraghi sorgono direttamente dal suolo con basamento rotondo, altri invece sono costruiti sopra una specie di terrazza sorretta da un muro formato da grossi blocchi di pietra. Questi caratteristici monumenti preistorici della Sardegna, in origine, erano costituiti generalmente da torri tronco coniche, con porta ad architrave, che attraverso un corridoio dava eccesso ad una camera circolare a cupola. Erano fortilizi eretti nei punti dominanti delle pianure e delle valli, a difesa di passi, guadi e pascoli.

I nuraghi sono formati di massi rocciosi sovrapposti, tenuti insieme non da malta di calce, di argilla o di cemento, ma dal peso stesso dei blocchi.

In tutta l’isola rimangono gli avanzi di oltre 6000 nuraghi.

Proseguendo il percorso, nel territorio di Siete Fuentes, appartenente al comune di Santu Lussurgiu, si vede, poco lontano dalla strada, la colonia della PAO (Opera Assistenziale Pontificia) istituita dalla Santa Sede a integrazione e complemento dell’azione educativa ed assistenziale e a migliorare fisicamente, moralmente e spiritualmente un sempre maggior numero di giovani.

Sui campi pascolano i cavalli che son ben lontani da avere l’aristocratica eleganza dei purosangue. Ma sono simpaticissimi, sono cavalli apprezzati perché sobri e molto resistenti. Non molto lontano da S. Leonardo di Siete Fuentes, passava l’antica strada romana che congiungeva Kalaris (Cagliari) con Turris Libisonis (Porto Torres).

Dell’antica strada sono state scoperte tre pietre miliari che segnavano il numero delle miglie, e si conservano attualmente, davanti la chiesa parrocchiale. Una porta l’indicazione di LVI, l’altra di LV miglia da Torres.

Questa strada da Macopsissa (Macomer) passava vicino a S. Leonardo e proseguiva per Mulargia, Molaria, Gurulis Vectus, Hafa, ecc. ed è ricordata nell’Itinerario Antonini, la famosa «guida» che dà per tutte le provincie dell’impero romano la lista delle 372 grandi vie, con l’indicazione delle; distanze tra città e città, delle «mutationes» dei cavalli e delle «stationes» per i viaggiatori.

I pochi avanzi che a tratti appaiono a fior di terra, ispirano un fascino di vita che non ha spezzato i vincoli del passato.

È il tempo che rode e consuma!

Orde di barbari furono sulla scena dei secoli: lotte e battaglie, prepotenze e domini, devastazioni e ricostruzioni. Il tutto ha per noi Sardi una sua voce particolare, intima, palpitante e commovente.

Secondo i dati di longitudine e di latitudine trasmessi dal geografo Tolomeo i Maenomeni Montes, indicati al sud di Macopsisa, l’odierna Macomer non possono riferirsi che al grande massiccio vulcanico di Monte Ferru. Si crede che siano gli stessi monti che il Poeta Claudiano chiama «insani» perché impediscono ai venti del nord di purificare e risanare le estese pianure del sud.

In questo territorio si trovava un importante centro abitato chiamato Cornus che era municipio e città.

Il La Marmora (Viaggio in Sardegna, Vol. II) scrive: «Le rovine di Cornus si trovano sulla costa occidentale, al piede della grande montagna vulcanica chiamata un tempo Maenomeni Montes in un luogo detto Corchinas, presso la chiesa di Santa Caterina di Pittinuri. La sua posizione è nota per via di un frammento d’iscrizione che ci venne per le mani scavando nelle rovine della sua acropoli antica. Un’altra iscrizione dello stesso luogo dimostra che la città fioriva nell’anno 289 della nostra era. Anche oggi vi si trovano vasi funerari di vetro, notevoli per l’eleganza della forma: il piede del monticello che corona quest’acropoli è coperto di frammenti di vetreria e di vasellame: vi si sono trovate anche parecchie monete puniche e romane».

Cluverio non fa conoscere la posizione di Cornus, ma si limita a dire esser stata la capitale dei Sardi Pelliti, vinti da Manlio e comandati da Amsicora, il cui figlio Iosto peri nella mischia. In ciò lo autore si attiene ad un tratto di Tito Livio: «Livio etiam memorantur Pelliti quorum caput est oppidum Cornus».

Livio racconta (XXIII. 40. 4.) che nell’anno.215 a. C. Manlio Torquato appena approdato a Cagliari, preferì condurre la guerra per terra e si mosse verso i luoghi ove aveva posto gli eserciti Amsicora «Tune forte praefectus erat in pellitos Sardos ad iuventutem armandam qua copias augeret».

È anche ammissibile l’opinione che identifica i Sardi Pelliti con gli Iliesi che erano gli avi dei «mastrucati latrunculli» di Cicerone.

Gli abitanti del Monte Ferru, fino ai nostro tempi, usavano, assieme a quelli del Marghine e delle Barbagie, la mastruca (beste de peddes, veste di pelli) che ricopriva il corpo intero, dal collo alla metà delle gambe.

LIBRI DELLO STESSO AUTORE

Vita di Padre Luca Cubeddu  L.  100 

Sul Colle dei Cappuccini    100

Buddusò terra di eroi  100

Bisarcio (Ozieri) e la sua diocesi nella storia e nell’arte  300

L’uomo della burrasca (Mons. Fra Salvatore Saba, Cappuccino, fulgida gemma della Sardegna)   500

Il Calasanzio e la sua opera in Sardegna  100

L’araldo di Monte Rasu (Fra Giovanni Parenti)  300

Rosa mistica (Suor Pinna, Badessa cappuccina) 100

Monumenti preistorici della Sardegna (Escursioni archeologiche sull’altipiano di Buddusò)  100

L’operaio Evangelico (Mons. Filippo Bacciu, Vescovo di Ozieri)  100

Perla nascosta ai piedi di un distrutto nuraghe (Santa Reparata a Buddusò) 100

Berchideddu e la necropoli 50

Ardara 200

Oschiri 200

Gita al Bacino di Buddusò 200

Bitti 200

Orune 200

Alà dei Sardi 100

Santulussurgiu 200

Condividi Articolo su:
errore: IL CONTENUTO DI QUESTO SITO È PROTETTO!
Panoramica

Questo sito web utilizza i cookies per consentirci di offrire la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookies sono memorizzate nel tuo browser ed hanno la funzione di riconoscerti quando ritorni sul nostro sito web, aiutandoci a capire quali sezioni del sito web trovi più utili e interessanti.

L'utente può abilitare o disabilitare i cookies modificando le impostazioni presenti in questo modulo.