LA FAMIGLIA TAMPONI

DA TEMPIO PAUSANIA AD OLBIA

IL RISORGIMENTO IN GALLURA

a cura di Guido Rombi

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Famiglia Tamponi Tempio Olbia

Ricerca genealogica di Alessandro Pedroni (Tempio) e Marco Langatta sul sito Family Search.

 Presentazione

di Guido Rombi

Tutti conoscono – soprattutto a Olbia di nome e fama – la famiglia Tamponi. Se non altro per la bellissima villa con annesso parco davanti al mare, i beni patrimoniali (fu proprietaria finanche dell’isolotto di Figarolo) e per il nome del grande archeologo Pietro Tamponi (rcentemente anche per qualche articolo di cronaca su una lite successoria fra parenti e qualche necrologio).

La loro storia, soprattutto quella concernente il loro arrivo a Olbia da Tempio e le origini della repentina ascesa sociale ed economica nell’Ottocento e Novecento è però ancora sconosciuta e non è stata mai indagata. Mai ci si è chiesti quando e perché e come siano arrivati a Olbia.

Ecco, in questa pagina di Gallura Tour si offriranno per la prima volta le necessarie coordinate storiche e storiografiche, utili sia a rispondere ai quesiti sopra detti, sia come base per altre indagini future.

La storia della famiglia Tamponi, lo si è accennato, ha le sue origini a Tempio Pausania. Qui nacquero non solo il capofamiglia Martino e la moglie, ma tutti i figli.

Martino Tamponi impersonifica pienamente le idealità e lo spirito del Risorgimento: da un lato quelle della nuova borghesia che non solo manifesta dinamismo economico ma anche cerca – animata dalle idealità della Rivoluzione francese – nuovi spazi nella vita sociale e politica e quindi di divenire classe dirigente; dall’altro un po’ anche quelle dell’eroe romantico, che non teme in nome delle proprie idealità di affrontare e scontrarsi coi poteri cosiddetti forti e consolidati. A Tempio, insieme a Bernardino Dadea (di cui ci occuperemo in seguito: un’altra grande figura!), è il campione delle nuove idee liberali e democratiche, della libertà di opinione di stampa, che fanno paura – tranne eccezioni – al vecchio ceto nobiliare, parassitario, conservatore e retrogrado.

Era un negoziante, ma colto, Martino. Lo dimostra la sua presenza nel 1838 – a soli 22 anni – fra gli associati-sottoscrittori per Tempio del Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna, vol II, 1838 di Pasquale Tola (uno dei due laici fra tanti del clero).

A Tempio Martino Tamponi fu per almeno dieci anni un protagonista della vita politica e culturale: verso la fine degli anni Quaranta fu uno degli animatori del Casino di Lettura (sorto nel 1846), intorno al quale – soprattutto a seguito della concessione da parte di Carlo Alberto della Costituzione (lo Statuto Albertino, 4 marzo 1848) si accesero animate polemiche e contrasti che coinvolsero particolarmente il vescovo Diego Capece e che sfociarono finanche nel sangue gli ultimi giorni dell’anno 1848, con un morto e dei feriti, tra i quali proprio Martino pugnalato l’ultimo giorno dell’anno. Il quale non stette zitto ma portò la sua vicenda all’attenzione del Parlamento di Torino (dove si rifugiò per qualche tempo e nel mentre era scoppiata la 1 guerra di indipendenza, 23 marzo 1848 – 22 agosto 1849), per continuare poi, tornato a Tempio, a impegnarsi politicamente anche negli anni Cinquanta, tanto che nel 1859 lo troviamo nel Consiglio provinciale di Tempio.

Poi ecco che nel 1860 da Tempio “passa” ad Olbia come referente nientedimeno che dell’organizzazione della Spedizione dei Mille a Golfo Aranci e Olbia (un’altrta pagina ad oggi completamente sconosciuta) oltre che viceconsole d’Inghilterra. E’ da questo momento che comincia la storia lunga e intensa, ma anche travagliata e tragica, della Famiglia Tamponi ad Olbia.

La famiglia Tamponi restò ancora a lungo molto legata a Tempio, se è vero che nel 1876, al Processo di Savona per l’omicidio del primogenito Antonio, avvenuto a Terranova (Olbia) il 31 marzo 1869, Giovanni Battista in una delle tante deposizioni come testimone dichiarava di avere la residenza a Tempio.

E a Tempio Pausania Martino Tamponi morì e fu sepolto, il 5 settembre 1873, affranto dall’assassinio del primogenito Antonio (che era stato il suo braccio destro fin dall”organizzazione della Spedizione dei Mille a Olbia e Golfo Aranci) e dalle vicende processuali in corso.

Per diversi anni il suo nome avrebbe continuato a essere iscritto sul “gonfalone” della famiglia Tamponi. Il figlio Giovanni Battista intitolò a suo nome un Piroscafo da diporto di 29,31 tonnellate di stazza lorda e 6,87 netta, costruito a Genova nel 1880 e iscritto nel compartimento della Maddalena. Il Piroscafo Martino Tamponi lo troviamo ancora in esercizio e sempre di proprietà di G. Battista ancora nel 1912, mentre poi nel 1915 si ha notizia di un rimorchiatore Martino Tamponi, del porto di Cagliari, che era stato inviato in soccorso di una nave in difficoltà. Ammainò “la bandiera”, cambiando proprietà e nome, nel 1921. 

Il Casino di Lettura

di Vittorio Angius – a cura di Guido Rombi

Aprì nel 1846, dopo molte opposizioni, nella casa Misorro (Don Gavino), con una biblioteca formata dai libri donati dal conte San Felice ed altri mandati dal cavaliere Don Salvatore Villamarina, che fu eletto a presidente perpetuo. Vi erano anche molti giornali italiani e alcuni francesi. Vi si riunirono presto le persone letterate per leggere e conferire.

Sebbene un po’ più discreta l’opposizione però continuava, poi ‒ essendosi fatte nello stato le riforme politiche, ed avendo i soci cominciato a discutere delle riforme che si sarebbero dovute fare nel paese, ed a segnalare e condannare gli abusi che vi dominavano ‒ si fece più forte il malumore delle autorità civili, ed anche di quella ecclesiastica. Ed era naturale che si sdegnassero contro il coraggio dei signori del casino, che non intendevano riverire la loro autorità, né si mostravano molto persuasi delle loro virtù.

Avendo compreso che ‒ se il casino fosse rimasto aperto ‒ avrebbe diffuso quelle idee, si congiurò per annientarlo e si mandarono alla scoperta alcuni caporioni, un Murino e un Luca Giua, attinenti del canonico penitenziere Muzzetto (creatura di monsignor Capece), con tale dottor Altea. [Nel tempo Tommaso Muzzetto si sarebbe invece distinto come un sacerdote liberale: divenuto vicario capitolare fu autore nel 1862 di una famosa supplica a Pio IX per la rinuncia addirittura del potere temporale].

Quei tre avendo raccolti gli uomini della loro parentela uscirono in pubblico armati di pistole e di coltelli e fecero una protesta pubblica contro alcuni dei membri più influenti del casino e peggio visti dal vescovo, dal prefetto Ena e dall’intendente Pinna-Delitala.

A seguito di queste minacce furono obbligati a fuggire il canonico Antonio Scano, l’assessore Manchia, il segretario della curia Vegni ed il sacerdote Gio. Battista Bacchiddu.

Una volta raggiunto questo primo obiettivo vollero tentarne un secondo contro altri venti, anche loro quasi tutti membri del casino; e lo avrebbero eseguito se le principali famiglie, a difesa dei propri parenti, non avessero minacciato vendetta contro i principali organizzatori.

Quelli stettero allora in attesa di un’occasione propizia per sorprendere alcuni del casino e i loro aderenti. L’opportunità si presentò nell’ultimo giorno del 1848, quando Martino Tamponi con Girolamo della stessa famiglia e il conte di San Felice, contro i quali erano maggiormente accesi gli odii, mentre passavano alle 10 e 3/4 di mattina nella piazza della cattedrale per andare all’ufficio fiscale a sporgere denuncia contro le minacce di morte subite poco prima a voce, furono assaliti da alcuni lì appostati.

Il conte di San Felice fu sottratto alla morte da due amici, Girolamo riuscì a scappare, Martino rimase solo a sostenere con un coraggio inaudito il furore degli aggressori, simili a cani rabbiosi, con una sola pistola. Accortosi infine che avrebbe avuto la peggio, fuggì nella chiesa inseguito dai sicari, e tutto grondante di sangue per le cinque ferite subite andò a rifugiarsi presso l’altare maggiore nell’ora della messa solenne.

Tamponi, mal guarito da quelle ferite, abbandonata clandestinamente la città, andò a Torino per chiedere giustizia, e la domandò con una petizione alla Camera, con la quale accusava del disordine e turbamento pubblico tutte le autorità, l’ecclesiastica, la militare, l’amministrativa e giuridica del paese, fatta eccezione il solo avvocato fiscale, venuto da poco a Tempio.

Come prova accennava che i cavalleggeri già da alcuni giorni erano a conoscenza di quello che doveva accadere, ma che fino a 20 minuti dopo il tragico agguato erano rimasti consegnati in caserma, e che le autorità non avevano preso alcuna misura per arrestare i responsabili e ristabilire l’ordine pubblico.

I gravi avvenimenti politici nazionali [la prima guerra di indipendenza] impedirono al governo di far luce su questo fatto e di risalire ai veri artefici di questi disordini che disturbarono la tranquillità di Tempio, addolorandola con alcune uccisioni; e pertanto siccome non risultano accertati i mandanti ufficiali, noi non diciamo altro che possa ledere il loro onore, soprattutto di colui che siede nella chiesa gallurese padre e pastore del popolo, e che deve supporsi mite, mansueto e caritatevole, come dovrebbe essere un vescovo.

Dopo questi avvenimenti il casino restò deserto, e fu chiuso; cosicché i suoi avversari, se intendevano con la violenza raggiungere questo fine, poterono dirsi felici di aver avuto successo in questo modo. Così accade dove il governo è mal servito dai suoi funzionari.

Emigrati da Tempio o decisi a non farne più parte quelli che erano stati malvisti, il casino di Tempio fu riaperto con una presidenza e direzione di carattere diverso della prima, come si può vedere nel calendario generale.

PER LA VICENDA DEL CASINO DI LETTURA E’ POI D’OBBLIGO RIMANDARE QUI. →

La protesta di due sardi contro il ministro Pinelli

 «Gazzetta del Popolo», 5 giugno 1849

Ci venne trasmessa una copia stampata di una protesta di due sardi contro il ministro Pinelli. Essa ci fece rabbrividire, e noi ne riproduciamo alcuni brani, compiangendo gli abitanti di Tempio, a custodire i quali fu nominato da Pinelli un sindaco del quale diconsi le cose seguenti: riproduciamo la protesta stampata.

«Tra le nomine, parte commendabili e parte riprovevoli, dei sindaci per varii comuni dell’isola di Sardegna annunciate nel foglio ufficiale dei 23 del volgente maggio, vedemmo con orrore quella del notaio Francesco Murinu per la città di Tempio.

L’uomo, che da tutto un popolo è creduto autore principale della morte dell’egregio comandante Siette e l’instancabile attizzatore nelle più feroci inimicizie della provincia di Gallura; colui, che tanto contribuì alla cacciata di quattro benemeriti socii del Casino di Tempio; tra i quali erano due impiegati regii; l’uomo che, fingendo congiure contro la sua persona, fatti venire a Tempio Corsi e Pastori, suoi congiunti, l’ultimo giorno del passato anno li avventò pubblicamente contro stimati cittadini, il negoziante Martino Tamponi e il conte di S. Felice, e a tradimento distese d’una fucilata Giacomo Dadèa; l’uomo che trasse alla morte un cognato ed un nipote, se meritan fede la testimonianza d’una sua cugina, e le ultime parole del moribondo nipote Jacopo Giagheddu; l’uomo, per la cui prepotenza hanno dovuto abbandonare la patria terra i due fratelli Tamponi, il conte di S. Felice, Bernardino Dadéa, e il sacerdote Bacchiddu; che si spassa a tenere come in istato d’assedio i loro più cari parenti e amici e a minacciar loro ad ogni tanto la vita, non potendo avere questi nelle mani: l’uomo che, ancora giovinetto condusse fuori del paese un amico, sotto colore di una passeggiata, e lo massacrò come fece Caino di Abele, insomma, il sicario più favorito dello czar di Gallura monsignor don Diego Capece, e il tristo che si vergognarono di nominare tutti coloro che scrissero dei moti di Tempio del 22 marzo, e dei pubblici assassinamenti commessi in quella città l’ultimo giorno dell’anno 1848, un tale uomo è destinato da S.E. il ministro Pinelli a governar Tempio in qualità di Sindaco».

Avete capito? Ora sentite ancora ciò che rispose ad un sacerdote sardo il quale lo pregava voler opprimere la comune di Tempio con un sindaco di quella fatta.

Il sacerdote Giambattista Bachiddu, si presentò la sera del 28 al cavaliere ministro con una petizione segnata da lui e dal suo amico e compagno di sventura Bernardino Dadèa; dove, riferiti pochi tratti del Murinu, supplicava a S. E. di non trasmettere le patenti di nominato sindaco di Tempio le Patenti, finchè il governo non avesse della condotta morale di quello informazioni, o dal regio commissario Alberto La Marmora, o meglio, dall’avvocato fiscale generale dell’isola. E intanto gli contò a voce gli ultimi fatti operati dal Murinu nella sua patria. E il ministro, sempre inteso a prevenire i disordini e i delitti per tenerezza dell’umanità, confessò di aver udito di quei fatti, e non volle negarlo. Pure il tanto celebrato dissimulatore e simulatore ministro ebbe ad agitarsi visibilmente a quel tacito rimprovero del sacerdote Bachiddu, e disse con un po’ di stizza, che il governo non rivocava la nomina; che se il Murinu era quel delitti, si dessero le querele ai tribunali ordinari e dopo la sentenza sarebbe stato dimesso!”

Seguitano quindi una filza di terribili complimenti tutti dedicati al signor Pinelli, e finisce per conchiudere a questo modo:

«Ebbene: poichè il cavaliere ministro non ascolta la preghiera degli oppressi, e li suol congedare con quel sorriso che esilara il cuore del padre Radetzky, e avvelena quante anime sono italiane, noi gli vogliamo fare qualche opportuno ricordo. Tenga a mente il nostro Pinelli che la Provvidenza, la quale ha maggior potere di lui, governa anche oggi il mondo; e che perciò le lagrime e il sangue che saranno versati in Gallura per il sindaco Francesco Murinu possono ricadere come stille di olio bollente sul cuore di lui, penetrare le sue ossa, e consumare le sue viscere.

Qualora poi sia risoluto di durarla nel suo proposito, noi, per l’amore infinito che abbiamo alla patria comune, e a tutti quei fratelli che vivono tribolati al par di noi, cercando invano umanità e giustizia nelle sale del ministero Pinelli, gli auguriamo quella mercede e quel fine che gli va pregando da lungo tempo la Lombardia, il Piemonte, Sardegna e Italia tutta, e quella tristissima immortalità, a cui forse intende, disperato di trovar la gloria invidiabile, che si guadagnarono quei generosi Italiani, che valorosamente combatterono la legione del male, e i principi delle tenebre.»

Torino, maggio il 30 1849.

BERNARDO DADÉA

GIAMBATTISTA BACHIDDU

Noi preghiamo il ministro degli interni a rispondere due parole in proposito o a noi o nella Gazzetta Piemontese, perchè sebbene noi siamo suoi acerbissimi nemici, tuttavia non possiamo approvare che un ministro rimanga sotto il peso di così tremende accuse. Forse ci fu sbaglio.

«Gazzetta del Popolo», 8 giugno 1849

Ecco la risposta che l’altro giorno abbiamo invocata dal ministero a proposito del sindaco di Tempio.

Rispondeva su «La Gazzetta del Popolo» alla lettera di Sacco nero nel numero del 8 giugno 1849.

Torino, addì 6 giugno 1849.

Chiarissimo Signore,

Il notaio Francesco Murino fu per maggiorità di voti proposto dal ministro Sineo in udienza del 13 febbraio ultimo passato a maggiore della guardia nazionale di Tempio, e n’ebbe effettivamente la nomina; nella relazione quel ministro usava queste precise parole: “Dalle informazioni avute sarebbe comprovato essere il proposto un onesto cittadino, zelante del pubblico bene, meritevole dell’ufficio”.

Veniva poi eletto consigliere comunale fra i quattro primi con 64 voti, e fu proposto per sindaco per solo effetto d’informazioni conformi a quelle avute dal precedente ministero.

Il 28 aprile ebbe la sua nomina; il sacerdote Bacheddu presentò il suo memoriale il 28 maggio; il 29 fu spedito in Sardegna per informazioni. I sindaci nominati non si revocano che per colpe accertate.

V,S. sarà compiacente d’inserire questa risposta al libello del sacerdote Bacchiddu e del Bernardo Dadea, cui Ella diede accoglienza nel suo giornale. Ho l’onore di profferirmi coi sentimenti della più distinta considerazione.

Di V. S. Ill.ma

Devot.mo Obb.mo Serv.re

Pel ministro

Il primo ufficiale DI SAN MARINO

Risulta dalla medesima che il ministero attende informazioni in proposito dalla Sardegna. Non si confuta però l’accusa data dal sacerdote Bacchiddu al ministro di aver lasciato a sindaco il Murino essendo già edotto sul suo conto.

Petizione di Martino Tamponi al Parlamento

Relatore Rocca

ATTI PARLAMENTARI – Camera dei Deputati, prima sessione del 1849 – Tornata del 17 marzo.

Il negoziante Martino Tamponi, di Tempio, espone che il giorno 31 dicembre 1848 [si corregge 1847] venne aggredito alle ore 10 e 3 quarti di mattina, sul piazzale del duomo di quella città, da cinque individui armati di coltelli e di pistole, quali gli cagionavano cinque distinte ferite, quattro di pugnale ed una di palla, con grave pericolo della vita. Ed un tale pericolo correva pure poco dopo il suo amico Pietro Cabras di S. Felice, il quale sarebbe immancabilmente perito, se non fosse stato soccorso a tempo da due suoi concittadini, i quali, accorsi per difendere altri loro congiunti che credettero pure assaliti da quegli scherani, perdevano nella lotta miseramente la vita.

La causa di tanto male e di cosiffatti disordini crede il Tamponi essere il vescovo di Tempio, e con lui tutte le autorità civili, militari ed amministrative del paese, dalle quali non solo non s’impedì un tale misfatto, ma venne forse artatamente occcasionato, se si eccettui il solo avvocato fiscale, unico buono in tanta copia di pessimi.

II Tamponi poi erede dover dedurre le cause d’una cosi indegna condotto dall’odio che il vescovo di Tempio e le autorità ivi residenti dimostrarono mai sempre contro i principii di libertà, proclamati e difesi da lui e da’ suoi amici, per cui essi furono fatti continuo segno alle calunnie ed alle persecu- zioni dei retrogradi e dei tristi.

La vostra Commissione, riconoscendo giustissimi i reclami del Tamponi, vi propone l’invio della petizione ai signori ministri dell’interno e di grazia e giustizia onde provvedere. all’uopo con tutta energia.

SIOTTO-PINTOR.

Trovo giusto l’invio della petizione del signor Tamponi al ministro di grazia e giustizia, ma stimo di prevenirlo che, ove nel trasmetterla alle autorità giudiziarie della Sardegna perché procedano colla massima sollecitudine non gli piaccia di avvalorarla con caldissima nota ministeriale, sarà tempo e fatica perduta. Imperocchè nella nostra isola immiserita e consunta siamo cosi lontani dall’avere giustizin, che può dirsi ormai perduto anche il sentimento di essa. La giustizia, se merita questo nome quella che si fa troppo tardi, non percuote che i miserabili dimenticati per molti anni in carceri orrende, e soventi a meditare non le colpe ma le sven- ture. Pe’ grandi però o per qualunque titolo possenti tutto si passa impunito. Ne sono irrefragabile prova gli scandalosi fatti di Bosa, che furono d’incitamento agli altri più gravi di S. Lussurgiu, de’ quali nulla credo siasi giuridicamente fatto, o tutto si risolverà in nulla, perché i protettori de’ colpevoli intrigano e l’oro corrompe. Nondimeno la Sardegna è amante della giustizia, e senta tema si può affermare che niuna provincia è si facile ad essere governata sol che si abbiano buoni governanti. È questa una verità conosciuta non solamente dai Sardi, ma anche dai viaggiatori, e lo stesso cavaliere Alberto Della Marmora, che piacque al Ministero di nominare a commissario regio dell’isola, scrisse che pronta e imparziale amministrazione della giustizia, e sicurezza di persone e di cose era il tutto che i Sardi dimandavano al loro Governo. Ma si giuste dimande restarono sempre inesaudite, lo sono ancora, e oggi peggio che mai si dorme sonno profondo sulle sciagure di quella povera terra, che io dirò la terra de’ dolori, dell’abbandono e del disprezzo. Signori ministri, che tanto meritate della nazione, perché volete che la storia vi accusi di aver dimenticato quell’isola sempre fedele e sempre mal compensata. Oh! se sapeste i suoi sentimenti, voi la riputereste degna di migliori destini. Persuadetevi che giammai fu come adesso dolente della sua povertà, sol perchè, desiderando di versare milioni nel grembo della madre comune, si trova senza sua colpa ridotta a cotale miseria che non le permette. di sopperire anch’essa a’ bisogni straordinari della nazione. Noi non vogliamo separazioni che, biasimevoli in ogni tempo, lo sarebbero maggiormente in questi, ne’ quali tornerà vana la speranza della vittoria ove non sia unione e fratellanza; noi non chiediamo vistosi sagrifici pecuniari, perché, quantunque possano considerarsi come dovuto compenso delle passate estorsioni, siamo troppo prudenti per non farci carico delle attuali strettezze comuni; noi infine non dimandiamo nè esenzioni che non sieno necessarie, nè privilegi de’ quali ci torna odioso anche il nome. Ma sicurezza, o signori, sicurezza e giustizia, ecco il tutto che vi domandiamo, e che voi vi ostinate a negarci. Ora, tornando più da presso alla petizione del Tamponi, io non prendo sopra di me la risponsabilità di affermare che il vescovo di Tempio sia motore o complice dei disordini esposti.

Inorridisco alla sola imagine di un ministro di pace che tra fratelli accenda guerra si vile, e rifuggo dalla idea di un pastore che percuota il suo gregge a modo di disperderlo. Ma se parmi assai difficile, non lo reputo impossibile, e per il caso che sia vero, pensi il ministro quali e quanti sforzi si faranno perché la verità non trionfi. Ne sarà ultimo questo d’intimorire l’istruttore del processo, e anche giudici che non sonosi ancora riavuti dallo spavento de’ tempi non ha molto trascorsi, ne’ quali atto qualunque di giustizia contro un possente era pegno crudele e sicuro di destituzione, di povertà e d’infamia. Voglia dunque il ministro avvalorare con sua particolare raccomandazione la nota di cui parlo, e consideri che non si tratta di salvare una sola persona, ma l’intiera ed unica città di provincia bellicosa e piena quanto altra mal di spiriti ardentissimi. (Applausi)

Martino Tamponi denuncia il vescovo Diego Capece per avere rimproverato il figlio Antonio, 1853

Gazzetta del popolo, 19 luglio 1853

«TEMPIO. Leggesi nella Gazzetta Popolare di Sardegna:

Passando ieri (29 p.p.) il vescovo nella contrada di S. Croce mentre restituivasi dal Pontificale, volle avere il gusto di far parlare di sè alla popolazione, e vi riuscì forse più di quello che s’era immaginato.
Aggrottate le ciglia secondo il suo solito, si volse a rimproverare un giovine studente dell’età di anni sedici, perchè il medesimo nel salutarlo non aveva abbassato il cappello fino ai ginocchi.
Rimase il giovane indifferente ai rimproveri, e copertosi Il capo col suo cappello che ancora tenea fra le mani, rispose con garbo a tutte le interrogazioni monsignorili, conchiudendo che non si credeva obbligato a rendergli saluto nessuno.
La qual cosa non andò a verso di Monsignore, lo indispettì per modo che, uscito dai gangheri e rotto il consueto sussiego, si richiamava di testimoni e minacciava acremente il giovine rubello.
Fu una scena ben curiosa pei circostanti accorsi al tefferuglio, il padre però del giovane, che è il negoziante Martino Tamponi prese la cosa in un diverso aspetto, ed un quarto d’ora dopo fu veduto salire le scale dell’ufficio del Pubblico Ministero per incriminare monsignor Capece dell’insulto recatogli nella persona del figlio.
È da notare la persistenza di aperta inimicizia tra il vescovo Capece e il negoziante Tamponi e quest’ultimo pare abbia preso l’insulto come una nuova provocazione.»

Martino e Antonio Tamponi nelle carte di Agostino Bertani, riguardanti la Spedizione dei Mille, 1860 

Museo del Risorgimento e raccolte storiche del comune di Milano, 1962 – 1     e    2  

S.l., 12 agosto [1860] Sanguinetti a Bart[olomeo] Sanguinetti e figlio, Tempio – Paghi L. 10.000 a Martino Tamponi.

Sullo stesso foglio: [Giuseppe] Brambilla a Martino Tamponi, TempioPassi le 10.000 lire ai comandanti la spedizione al golfo degli Aranci.

Terranova, 14 agosto 1860 – Spedizione Pianciani – Rendiconto per spese sostenute inerenti alla spedizione stessa.

Terranova, 14 agosto 1860 – G. Zugni, Paolo Emilio Evangelisti (dei Mille), commissario di guerra della 2a brigata (col. Tharrena), ad Antonio Tamponi e a Giuseppe Puzzu Susini, sindaco di Terranova. Li incaricano di procedere alla perizia dei danni apportati dai volontari.

Tempio, 29 ottobre 1860D. Cabella a Martino Tamponi di Tempio. Accusa ricevuta di una somma di denaro.

Tempio, 4 novembre 1860Martino Tamponi a [Cassa centrale]. Rendiconto relativo ad incassi e spese sostenute l’11 agosto per la spedizione.

NOTA. Non è un caso che mentre nel 1859 Martino Tamponi lo troviamo indicato nel Calendario generale del Regno come uno dei 4 membri del Consiglio Provinciale di Tempio (questa la composizione: Bartolomei cav. Gerolamo, presidente; Mundula Gio. Andrea, segretario; Tamponi Martino, vice-presidente; Altea Filippo, vice-segretario), invece nel 1860 figura per la prima volta come viceconsole inglese di Terranova Pausania.

E si veda QUI, in Istituto per la storia del Risorgimento italiano

sui perduranti rapporti con ambienti cosiddetti repubblicani-democratici

Lettera di Maria Antonietta Puzzu Tamponi a Benedetto Cairoli

Fondo Garibaldi » B.925 » Carte riguardanti Benedetto Cairoli » Da: Puzzu Tamponi Maria Antonietta, Cairoli Benedetto (s.l.) A: [senza destinatario] (s.l.)

Data: 1878/04/13

Lettere di Maria Webber Tamponi a Giuseppe Garibaldi – 1878/04 – 1880/01

La formazione garibaldina dell’archeologo Pietro Tamponi

Nota di Guido Rombi. Alla luce di questo vasto reportage su Martino Tamponi e famiglia tra Tempio e Olbia, ecco che i primi quattro paragrafi dedicati  da Giorgia Kapatsoris alla formazione giovanile garibaldina di Pietro Tamponi nel bel saggio a due mani con Paola Ruggeri dal titolo Pietro Tamponi (1850-1898) in «Studi Sardi», XXXIII, 2000, si riempiono di maggior significato e trovano la loro più chiara spiegazione.

Della formazione giovanile come nel saggio sopra detto si riportano al momento solo i seguenti brani (desunti principalmente – dice l’autrice – da un necrologio scritto da un anonimo amico in occasione della morte, pubblicato su «La Nuova Sardegna»: Pietro Tamponi, Terranova, 4 giugno 1898):

«Le agiate condizioni economiche della famiglia di origine gli avevano consentito, negli anni dell’adolescenza, di ricevere una formazione umanistica di notevole livello al di fuori dell’ambiente scolastico dell’isola: nel 1867, a sedici anni lo si ritrova in un collegio di Pistoia, dal quale, infervorato dagli ideali patriottici, non tardò però a fuggire con alcuni compagni, per arruolarsi come volontario nell’esercito garibaldino capeggiato da Menotti Garibaldi. I volontari, provenienti da diverse regioni della penisola, si erano concentrati al confine laziale per invadere lo stato pontificio, fino a scontrarsi violentemente con le truppe francesi. Il ricordo di quegli anni di giovanili e coraggiosi slanci (pur se offuscati dall’esito doloroso che l’impresa ebbe a Mentana) e soprattutto il mito del grande generale Giuseppe Garibaldi che proprio dalla terra di Sardegna (da Caprera), era partito nell’ottobre del 1867 alla volta della Toscana e del Lazio, rimasero impressi indelebilmente nell’animo di Pietro Tamponi. […]

«Dopo essere riuscito a rientrare in Toscana, il Tamponi fu arrestato presso Sinalunga, in provincia di Siena, laddove lo stesso Garibaldi era stato fermato, per essere «rimpatriato» a Caprera, il 24 settembre del 1867. Anche il giovane sardo, probabilmente su pressione dei genitori, preoccupati dai pericolosi ardori patriottici del figlio, fece rientro nell’isola natale, per intraprendere un’esistenza scandita da ritmi più regolari e sicuri». [NOTA. Questa riflessione sui genitori, alla luce della ardente biografia del padre Martino, ora indagata da Guido Rombi, andrebbe presa con qualche riserva e anzi riconsiderata]. […]

«Il 1871 rappresentò per il Tamponi un po’ lo spartiacque tra la giovinezza, nella quale, come si è visto, aveva coltivato gli studi e inseguito i suoi ideali politici e patriottici, e l’età della maturità raggiunta quasi drammaticamente a seguito della morte del fratello, con tutte le conseguenze che essa ebbe sul piano personale e familiare. Nell’agosto del 1871 fu infatti chiamato sotto le armi e l’anno che trascorse in servizio presso il 7º Reggimento di Fanteria “Cuneo”, di stanza a Caltanissetta, in Sicilia[3], gli servì molto probabilmente per prendere le distanze da una situazione e da un ambiente che avevano messo a dura prova la sua capacità di resistenza psicologica. Congedato nell’ottobre 1872 fece ritorno a Terranova: il rientro a casa segnò il passaggio ad una nuova fase della sua esistenza che coincise anche con il sorgere di nuovi interessi in campo culturale. Il passaggio è ben sintetizzato dall’anonimo amico, autore del necrologio: «Passati i verdi anni della gioventù e della pоеsia, si dedicò con teutonica pertinacia agli studi archeologici e alla ricerca delle pietre milliari che sarebbero dovute trovarsi sull’antica strada romana che da Olbia conduceva a Cagliari».

Questo il titolo dei primi quattro paragrafi del saggio sopraddetto su Pietro Tamponi:

1. “I verdi anni della gioventù e della poesia”: da Terranova a Mentana

2. Il mito garibaldino

3. Gli ideali poetici e Victor Hugo

4. Il dramma familiare: l’assassinio del fratello Antonio [NOTA: a dispettto del titolo, ci sono solo poche righe sul processo, per quanto le prime in un saggio storiografico a riesumare una vicenda che fu clamorosa in quegli anni quanto rimossa successivamente].

L’OMICIDIO DI ANTONIO TAMPONI →

TRATTO DAI PROCESSI DI GENOVA (1871) E SAVONA (1874)

STORIA DI OLBIA NELL’800

a cura di Guido Rombi

IL DURATURO LEGAME DEI TAMPONI CON TEMPIO PAUSANIA

La Famiglia Tamponi, sebbene dagli ultimi anni Cinquanta si fosse trapiantata a Olbia, continuò a frequentare intensamente la città natìa Tempio. Lo dimostra che ai Processi per l’omicidio del primogentio Antonio Tamponi avvenuto a Olbia il 31 marzo 1869 (SI VEDA QUI) Battista Tamponi dichiarasse di avere il domicilio a Tempio.

E soprattutto che MARTINO TAMPONI abbia infine scelto di morire (5 settembre 1873, nella casa sita nel rione San Francesco) ed essere sepolto a Tempio Pausania. Aveva 56 anni davvero intensamente vissuti.

Così IN SUO RICORDO il figlio Pietro: «Là in Tempio, nel cimiterio del mio paese nativo, riposano le ossa d’un uomo ferocemente provato dalla sventura – del povero padre mio, così presto, e a torto, dimenticato; e qui a Terranova, dove cadde assassinato l’infelice mio fratello Antonio, pure posto in oblio, ebbi a soffrire per lunghi anni, e contro ogni umanità, gli strali d’innumerabili nequizie senza nome, e di laide vendette, e di persecuzioni, le quali suonano vergogna ed infamia di fronte alle nobili azioni compiute da un Martino Tamponi». [Si veda QUI].

Lapide tomba genitori di Martino e Gerolamo Tamponi cimitero di Tempio Pausania, foto di Maria Amic
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