Golfo Aranci - Thomas Ashby

Presentazione

di Guido Rombi

Fra le tante pagine della Storia, pur importanti e di cui perciò si è scritto molto, può capitare che via via che ci si allontani dal tempo in cui accaddero, alcune – soprattutto quelle che riguardano fatti avvenuti a livello locale –, vengano messe via via in un cantuccio se non rimosse e saltate a piè pari nei libri di storia a “proiezione” diciamo “nazionale”. Non è una novità. Più curioso però è che la dimenticanza spesso sia pari anche nella storiografia a proiezione “regionale”, sia in quella più scientifica, ossia d’ambito accademico, sia in quella “esterna”.

È il caso della Spedizione dei Mille in Sardegna, soprattutto a Golfo Aranci – Olbia, al tempo denominata Terranova.

(Sotto il nome di «Mille» è d’uso assemblare tutta la vicenda dei volontari democratici, repubblicani e garibaldini che s’intestarono la liberazione/annessione al nascente Regno d’Italia del Meridione continentale e non solo, il cui numero crebbe fino a superare nel settembre 1860 le 20 mila unità).

Non vi è libro “nazionale” o “sardo” (e il ritardo “sardo” è ancora più grave e deve fare pensare) anche di storici accademici, che dedichino al fatto non dico un paragrafo, ma un brano, almeno una nota di tre righe! Niente, espunta dalla storiografia, con grave danno nella formazione scolastica e culturale dei docenti e degli studenti. Forse che un giovane liceale gallurese, di Olbia ancor più, che studia la storia d’Italia, non ne trarrebbe e profitto culturale ed emozioni e suggestioni?

(Né quasi se ne “parla” nei siti internet, con l’unica meritoria eccezione di due pagine (QUI  e  QUI) che riportano alcuni estratti dai libri dell’800: per quanto assai lodevole il rimbalzo della notizia, è evidente che l’argomento della Spedizione sia inevitabilmente appena un abbozzo, una segnalazione).

Eppure la Spedizione dei “mille” a Golfo Aranci – Terranova, è sempre presente nei non pochi libri che fin dall’indomani dell’Unità d’Italia ne rievocavano i fatti e le gesta, spesso anche con dei paragrafi appositamente intitolati. L’approdo nelle coste galluresi era strategico sia che si trattasse di accorrere a Napoli e in Sicilia, sia – e soprattutto – nel Lazio e magari a Roma, ciò che era una delle speranze più vive di Bertani e dei democratici-radicali.

Non solo: proprio su questa tappa in Sardegna vi fu negli anni successivi un profondo dissenso tra Garibaldi e i seguaci di Bertani. Accadde che Garibaldi nel suo libro I Mille, pubblicato nel 1874, nel capitolo 32° intitolato Agli Aranci – per dire di quanto fu poco importante quel momento della complessiva Spedizione –, criticò senza mezzi termini la strategia di Bertani di dislocare nel golfo sardo il corpo dei volontari. La critica suscitò forti malumori tra i bertaniani che dovettero durare a lungo e mai essere digeriti: fu vissuta come una ferita, così bruciante da portare uno dei più stretti collaboratori di Bertani, Maurizio Quadrio, a replicare infine al più illustre uomo del Risorgimento cinque anni dopo, nel 1879, con i «Commenti» a Il libro dei Mille del generale Giuseppe Garibaldi.

Obiettivo di questa pagina è pertanto di recuperare alla Storia del risorgimento nazionale e sardo le notizie più salienti (e dimenticate) della Spedizione dell’agosto 1860 a Golfo Aranci e Terranova tratte dei libri ottocenteschi, che ne dimostrano ampiamente la rilevanza.

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Non solo: per la storia della Sardegna, e particolarmente della Gallura e di Olbia, la Spedizione dei “Mille” nella grande baia compresa tra Golfo Aranci e Olbia-Tavolara ha poi un significato tutto speciale, perché ad essa si collega l’arrivo a Olbia della famiglia Tamponi, spesso citata (ma solo citata!) nelle cronache locali dei giornali, e oggi dei  post “social”, un po’ per la bella villa con parco e la fama delle ricchezze accumulate tra Ottocento e Novecento, e un po’ per il nome dell’archeologo Pietro Tamponi che tanto ha dato alla storia antica di Olbia. Una famiglia che è insomma sempre presentata come un pezzo fondante della storia contemporanea di Olbia ma di cui ad oggi si ignorava quando e perché da Tempio Pausania, che era da secoli il centro più importante della Gallura, si trapiantò ad Olbia. Bene: il motivo è la famosa spedizione! Il capo-famiglia Martino, che era da oltre dieci anni nel capoluogo gallurese uno degli esponenti di spicco di una sparuta pattuglia di democratici-repubblicani (il suo nome rimbalzò nel 1849 all’attenzione del parlamento di Torino per i fatti del cosiddetto Casino di Lettura di Tempio, anche questa una pagina importante del Risorgimento in Gallura [Si VEDA QUI], divenne il tramite principale (e con lui il primogenito Antonio, 24 anni) di Agostino Bertani per l’organizzazione della tappa in Sardegna della Spedizione dei Mille che aveva  nel Golfo degli Aranci e di Terranova il luogo ottimale.

Tra l’8 e il 15 agosto il mare e la quiete della grande baia avrebbero quindi ribollito della schiuma provocata dalle grandi ruote dei vapori e dai rumori degli argani delle vele di piroscafi in arrivo e in partenza, come del vociare di migliaia di giovani trepidanti sui pontili delle navi e sulle scialuppe che li portavano non di rado a terra per procacciarsi la necessaria primaria sussistenza, non alieni probabilmente anche da razzie. Approdarono qualcosa come otto/nove mila uomini, una cifra notevole. E sebbene per un insieme di circostanze, a seguito di un dirottamento forzoso governativo effettuato con la nave Gulnara” (si veda di seguito), il numero fosse presto molto diminuito, praticamente dimezzandosi, vi erano pur sempre tra le 4 e le 5 mila unità a bordo dei battelli da accudire. C’era quindi da gestire la logistica, il vettovagliamento, insomma provvedere alle varie necessità. Sarebbe un problema gigantesco oggi, si immagini nel 1860. Ecco Martino Tamponi divenne senza dubbio il principale responsabile della macchina organizzativa a terra e da terra e primo referente di Agostino Bertani.

Si deve al libro Le carte di Agostino Bertani, 1962 (SI VEDA QUI) la possibilità di asserire quanto si sta per la prima volta svelando di Martino Tamponi (e figlio) e del ruolo così rilevante avuto nel supporto materiale alla flotta dei volontari ancorata nel Golfo.

Con Martino Tamponi, e da lui probabilmente coinvolti, furono impegnati nella medesima attività di collaborazione altri nomi di spicco della vita politica di Tempio come Domenico Cabella, Filippo Altea, Cabras; inoltre di grande interesse anche la presenza di Bartolomeo Sanguinetti, mercante genovese da non molti anni stanziatosi a Tempio, che avrebbe anche lui – seguendo le orme dei Tamponi – giocato con la sua famiglia un ruolo molto importante nello sviluppo economico di Olbia tra Ottocento e Novecento: SI VEDA QUI). Tra gli olbiesi in prima fila il sindaco Giuseppe Putzu Susini.

E poi Le carte di Agostino Bertani – così preziose per questa ricerca pur nella loro scarnezza (perché si tratta sostanziamente di un libro-regesto) – ci dicono oltre ai nomi sopra detti anche delle problematiche organizzative. Dicono di soldi ma anche di danni causati dai volontari e perciò di risarcimenti. Sarebbe importante un domani saperne di più, magari dall’Archivio comunale di Olbia. (Purtroppo niente vi è al riguardo nella recente opera in due volumi Epistolario di Agostino Bertani, a cura di Sergio La Salvia e Eva Cecchinato, edito nel 2023 dall’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, di oltre 1700 pagine complessive).

Riguardo ai danni, viene da pensare a requisizioni se non vere e proprie razzie compiute dai volontari a danno degli olbiesi del paese e soprattutto delle campagne e degli stazzi per il procacciamento dei viveri, come anche vi è il sospetto di alcune tensioni e/o incomprensioni con alcuni dei comandanti delle navi e delle divisioni (lo fa pensare il dispaccio in cui si dice che fu rifiutata dal colonnello Luigi Tharrena l’offerta di Antonio Tamponi e Giuseppe Puzzu Susini di rifornire la nave di acqua e viveri per millecinquecento persone).

La situazione non era certo semplice da gestire e ci dovettero essere non pochi momenti difficili e di tensione. Del fatto «che si patisse difetto di vettovaglie, le quali in quel povero paese non si potevano tanto facilmente completare», lo scrive anche uno dei principali comandanti della Spedizione, Wilhelm [Guglielmo Friedrich] Rüstow, in La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente, 1861.

Rende bene quanto potesse essere turbolento “il clima” e il “mare” del Golfo il seguente dispaccio di Bertani (il corsivo è mio per evidenziare certi punti):

«Agosto – Colonnello Pianciani, I volontari aspetteranno d’esser tutti riuniti nel golfo degli Aranci. L’ultimo ad arrivarvi siete voi, colonnello, collo stato maggiore. Si attendono i due vapori Calatafimi e Weasel colle armi ed i cavalli. Reprimete colle buone e colle promesse finanziarie la impazienza dei capitani dei vapori. Vestite e corredate tutti i volontari. Attendete fino a lunedì, tutto lunedì, me ed il messaggio mio. Provvedetevi a Terranova e dai paesi vicini il necessario alimento. Il denaro vi basterà. Se forzato da non so quale violenza doveste partire per la Sicilia, dirigetevi a Milazzo. Dott. A. Bertani».

E il seguente ordine del giorno da leggersi ai volontari, appena radunati nel golfo degli Aranci: «Voi siete qui raccolti per attendere gli ordini del generale Garibaldi che io sono andato a prendere; aspettate quindi pazienti finchè vengano gli ordini. Attendete quindi pazienti il cenno che vi chiami alla pugna».

Il 13 agosto a Golfo Aranci e Terranova/Olbia arrivarono insieme i due massimi protagonisti della Spedizione dei Mille, Bertani e Garibaldi. La data del 13 che il sottoscritto verga va a correggere quella del 14 che si trova indicata in alcuni pur noti libri ottocenteschi, in cui però per certe vicende si attinge ai precedenti, e non sempre dandone indicazione. (Il primo libro è quello di Wilhelm [Guglielmo Friedrich] Rüstow, La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente, 1861). Si ritengono decisivi per questa correzione il fatto che nei dispacci inviati da Tempio fin dal 13 agosto figuri il nome/firma di Bertani (e così il giorno successivo). Ma interessante è anche che ce ne siano due del comandante G. Zugni a Bertani recapitati all’Ufficio telegrafico di Tempio in data 12 agosto: segno che sapeva che Bertani era in viaggio verso la Sardegna. E non solo: la prova del nove, come si suol dire, è nel famoso messaggio di Bertani sopra citato datato genericamente «agosto», in cui ordina «Attendete fino a lunedì, tutto lunedì, me ed il messaggio mio». Ecco, il 13 agosto era lunedì.

Si può immaginare l’emozione dell’incontro da parte di Martino e Antonio Tamponi e del sindaco Putzu Susini. Garibaldi ripartì o la sera del 14 o la mattina del 15 agosto per Cagliari, dove arrivò nel pomeriggio. Di Bertani non sappiamo esattamente. Ancora il 14 vi è un dispaccio da Tempio a suo nome. Non è improbabile che anche lui sia partito il 15.

Furono quindi giornate ben piene di affanni quelle che si vissero tra l’8 e il 18 agosto tra Olbia e Golfo Aranci, e ben animato dovette essere l’Ufficio telegrafico di Tempio da dove venivano poi inoltrati e ricevuti i dispacci. (Olbia contava al momento circa 2500 abitanti e non aveva un ufficio telegrafico; Tempio Pausania contava circa il doppio degli abitanti e tra i 9 e 10 mila con quelli delle frazioni).

(*** Sarebbe interessante sapere come avveniva la trasmissione dei dispacci: non è certo che i mittenti si recassero personalmente a Tempio – considerata la distanza in quegli anni tra i due centri e varie considerazioni temporali e organizzative oltre che di opportunità, come per esempio non privare dei comandanti più autorevoli migliaia di ragazzi in armi alquanto animosi –; si può ipotizzare fosse stato apprestato un efficace sistema di staffette a cavallo come cinghia di trasmissione).

Martino Tamponi sarebbe stato premiato dell’impegno profuso e delle capacità dimostrate con la nomina poco dopo, sempre nel 1860, a vice-console d’Inghilterra. Cominciava l’era della famiglia Tamponi a Terranova Pausania (Olbia). [SI VEDA QUI]

Credo di aver sufficientemente spiegato perché la Spedizione dei Mille a Golfo Aranci e Terranova/Olbia meriti di tornare ad essere una pagina centrale della storiografia sui Mille e di aver dimostrato ancor più la sua importanza sul versante della storiografia sarda sul Risorgimento oltre che della storia della Gallura, di Olbia e di Tempio nel fatidico momento 1860-61 in cui si passava dal Regno di Sardegna al Regno d’Italia.

LA SPEDIZIONE DEI MILLE A GOLFO ARANCI E TERRANOVA (OLBIA)

riassunta nei passaggi fondamentali.

*** Si ritiene fare cosa utile proporre in modo cronologicamente ordinato i fatti salienti della spedizione per permettere al lettore una comprensione più semplice. (I neretti e sottolineature nel testo sono inseriti dal curatore]

Aurelio Gotti, Quadri e ritratti dal risorgimento Italiano, 1897

Per opera di Agostino Bertani era stato messo insieme, sulla fine di giugno, un nuovo corpo di spedizione, forte di 9000 uomini, per entrare nello Stato Pontificio. Il Governo che aveva dapprima tollerata e poi aiutata la spedizione in Sicilia, era fermamente risoluto a impedire quella che erano andati preparando il Bertani ed il Nicotera per lo Stato del Papa; allora fu convenuto tra il Farini, ministro, e lo stesso Bertani, che le truppe radunate si sarebbero raccolte in Sardegna alla baja di Terranova e di là avrebbero continuato per la Sicilia.

Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, 1888

Dopo molti parlari si venne a questo: […] che avrebbe potuto farsi un concentramento generale nella Sardegna in un luogo da stabilirsi per ultimare la organizzazione dei volontari. E tutto ciò per la parte della spedizione che doveva imbarcarsi; di quella che doveva agire per via di terra non si parlava affatto, sembrava l’avessero dimenticata. E a queste condizioni si promettevano tutte le possibili facilitazioni per gli arruolamenti, pei trasporti; si faceva perfino sperare l’anticipazione di una somma ragguardevole di denaro per conto della Sicilia; e di denaro in quel momento il bisogno era urgentissimo. Il punto accordato dal ministero per il concentramento di tutti i nostri imbarcati era il golfo degli Aranci in Sardegna presso Terranova. Bertani profittò di questa circostanza per dare nome di Terranova a tutta la nostra spedizione, e lo portavano i sigilli delle nostre brigate, tanto di quelle che dovevano imbarcarsi, quanto delle altre che dovevano agire per via di terra; giacchè nel suo intendimento Terranova significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane, la terra su la quale un papa regnava ancora.

Giacomo Oddo, I mille di Marsala, scene rivoluzionarie, 1863

La spedizione per gli Stati pontifici era preparata in Genova per opera del dottore Bertani e di Mazzini, ne era comandante in capo il colonnello Pianciani. Erano circa nove mila uomini che dovevano partire a quella volta. Questa forza era divisa in sei piccole brigate; quattro delle quali dovevano partire da Genova e dalla Spezia, riunirsi vicino all’isola di Monte-Cristo, e poi disbarcando sulle coste romane ed evitando ogni conflitto coi francesi marciare verso Viterbo contra l’ala sinistra dell’armata di Lamoricière. Un’altra brigata organizzata in Toscana doveva marciare sopra Perugia, impossessarsi della città, e di là operare d’accordo colle quattro sopradette brigate. La sesta organizzata in Romagna doveva entrar nelle Marche prima del disbarco delle altre per attirare colà l’attenzione di Lamoricière e facilitare così l’operazione degli altri corpi. Dopo queste operazioni, le forze rivoluzionarie tutte concentrate dovevano per gli Abruzzi entrare nel napoletano ed operare d’accordo con l’armata di Garibaldi. […]

Il governo sardo, venuto a conoscenza di quanto si preparava e prevedendone facile la riuscita, inteso sempre ad inceppare la rivoluzione, della quale temeva gli ultimi trionfi, si affrettò a scomporre il piano di Garibaldi, ed a tal fine il ministro dell’interno Farini partì per Genova. Lunga fu la questione tra lui e Bertani circa lo scioglimento di quella vertenza, e finalmente si venne a questa decisione: il governo non avrebbe impedita la spedizione, anzi alla meglio l’avrebbe facilitata, a patto che Bertani avesse diretto i volontari ad un porto qualunque della Sicilia, facendoli partire da diversi punti, a pochi per volta, ed in vari giorni; il Farini permise pure che i volontari tutti potessero riunirsi, sulla costa settentrionale dell’isola di Sardegna, nel Golfo degli Aranci, e nella baia di Terranova.

Le cose furon così combinate e Bertani partì per Sicilia onde informar di tutto il generale Garibaldi; tuttavia, nell’animo dei capi della spedizione stava che dalla Sardegna si sarebbe fatta rotta sulle coste romane, senza dover prima recarsi in Sicilia.

Guglielmo [Wilhelm Friedrich] Rüstow, La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente, 1861.

Al principio di agosto un tale rinforzo potè essere a disposizione di Garibaldi. Era quella piccola armata che alla sua partenza dall’alta Italia assunse il nome di divisione o spedizione di Terranova.

La spedizione di Terranova era stata organizzata dall’attività di Mazzini e del dottor Bertani, lasciato a Genova come rappresentante di Garibaldi allo scopo di agire contro gli Stati della Chiesa. Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnello G. Rüstow, che avevano specialmente diretta l’organizzazione.

La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate. […]

Il governo Sardo concedeva inoltre che la spedizione si raccogliesse alle coste nord-est dell’isola di Sardegna, nel golfo degli Aranci e nella baja di Terranova, ove dovevasi intraprendere anche la distribuzione delle armi. Da questo luogo di ritrovo la spedizione fu detta spedizione di Terranova, al che non era estraneo il pensiero nascosto, non essere destinata per la Sicilia ma per altra nuova terra. […]

Il governo piemontese non poteva scopertamente opporsi alla spedizione di Terranova perchè aveva per sè, nel modo più evidente, la pubblica opinione di tutta l’Italia del nord. Si potevano ancora frapporre mille piccole difficoltà alla spedizione, sulle basi della convenzione di Genova fra Bertani e Farini; specialmente, facendo calcolo sulla scarsità di danaro che negli ultimi giorni, prima della partenza, regnava nelle casse della spedizione, si poteva fare in modo che questa scarsità di danaro durasse, sospendere i trasporti gratuiti dei volontarii sulle ferrovie dello Stato, e usare mille altri mezzi di tale natura.

Giacomo Oddo, I mille di Marsala, scene rivoluzionarie, 1863

Nella notte dal 7 all’8 agosto cominció la partenza della spedizione; il dì 13 partì pure lo Stato maggiore generale.

Osvaldo Perini, La spedizione dei Mille. Storia documentata della liberazione della bassa Italia, 1864

Dieci legni dovevevano comporre la spedizione: Il Bisantino, l’Isère, l’Amazon, il Garibaldi, il Torino, il Calatafimi, il Veasel, il Veloce (destinato a partire dopo gli altri colle armi) e due Clipper cui avrebbero condotti a rimorchio il Garibaldi e il Veloce.

Guglielmo [Wilhelm Friedrich] Rüstow, La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente, 1861.

La brigata Eberhard (Genova), che era arrivata la prima nel golfo degli Aranci sul Torino, era quivi stata subito sorpresa dalla Gulnara ed indotta a proseguire per Palermo, senza attendere che sopragiungessero le altre navi e le altre truppe. Senza fare grande opposizione, contro la lettera delle istruzioni, Eberhard si lasciò indurre a prendere questa strada. Avendo egli fatto vela senza lasciarsi addietro alcuna notizia, la cosa destò dell‘inquietudine fra gli uomini della seconda brigata, Tharrena (Parma), che intanto era arrivata. Alcune persone della Gulnara, che si spacciavano per plenipotenziarii di Garibaldi, attizzavano questi malcontenti; si approfittò anche, della circostanza che si patisse difetto di vettovaglie, le quali in quel povero paese non si potevano tanto facilmente completare. In tal modo anche Tharrena si lasciò indurre a partire per Palermo.

Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti.

Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, 1888

Agosto 1860.

«Colonnello Pianciani, I volontari aspetteranno d’esser tutti riuniti nel golfo degli Aranci. L’ultimo ad arrivarvi siete voi, colonnello, collo stato maggiore. Si attendono i due vapori Calatafimi e Weasel colle armi ed i cavalli.

Reprimete colle buone e colle promesse finanziarie la impazienza dei capitani dei vapori. Vestite e corredate tutti i volontari. Attendete fino a lunedì, tutto lunedì, me ed il messaggio mio. Provvedetevi a Terranova e dai paesi vicini il necessario alimento. Il denaro vi basterà. Se forzato da non so quale violenza doveste partire per la Sicilia, dirigetevi a Milazzo. Dott. A. Bertani».

E dettò un ordine del giorno da leggersi ai volontari, appena radunati nel golfo degli Aranci: Voi siete qui raccolti per attendere gli ordini del generale Garibaldi che io sono andato a prendere; aspettate quindi pazienti finchè vengano gli ordini. Attendete quindi pazienti il cenno che vi chiami alla pugna; lasciate scegliere il momento e il luogo della battaglia a chi non ha altro in cuore e nel pensiero in fuori del bene d’Italia.

Jessie White Mario, Garibaldi e i suoi tempi, Milano, Treves, 1884

L’assenza del Generale dal Faro durò ben dieci giorni e fu per molto tempo cosa oscura a tutti. Ma l’oscurità è ora chiarita da una lettera di Agostino Bertani a persona amica dal bordo del Washington, il 12 agosto:

«Ho meco Garibaldi a bordo e con lui navigo al Golfo degli Aranci, per piombare di là inaspettati sullo Stato romano e rimettere la questione italiana sulla sua vera base ed aprire i varchi alle correnti di gioventù italiana che verrà a fare di Roma la capitale della nostra Italia. Ho avuto una felice inspirazione di venire… [….]

Alle 7 di sera del 6 agosto entrarono nel Golfo degli Aranci. [*** La data 6 agosto è un errore, casomai sarebbe 16 agosto; e tuttavia è certo che il 14 Bertani fosse con Garibaldi a Olbia: lo si deduce dai passi di altri memorialisti e anche dai dispacci a nome Bertani inviati il 15 agosto da Tempio].

Garibaldi passeggiava agitato e meditabondo; evidentemente propendeva per Napoli.

«Nè io mi opponeva (scrive Bertani), io studiava la carta d’Italia e vedeva la sua unità compiuta dovunque si sbarcasse con Garibaldi. Ma, ahime! giunto nel Golfo degli Aranci mancano i due vapori, il Torino e l’Amazzone, e si viene a sapere che per ordine del comandante della Gulnara, vapore da guerra sardo, essi erano già partiti per Palermo».

Garibaldi fu assai turbato da quella notizia, fece un volo rapido alla sua Caprera mentre il Washington faceva carbone alla Maddalena. Ritorna, trova Pianciani venuto col suo stato maggiore, cala nella lancia lungo il cordame del bastimento, ordina a Pianciani di veleggiar subito per Palermo, prende 10 mila cartucce dicendo di averne bisogno per fornire la gente che da Trapani vuol mandare al golfo di Squillace, invita Bertani ad andar seco; ma questi, volendo concertare con Nicotera, suggerisce di rivedersi a Palermo.

Guglielmo [Wilhelm Friedrich] Rüstow, La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente, 1861.

Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale. Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.

Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini (Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.

Carlo Tivaroni, Storia critica del risorgimento italiano: L’Italia degli Italiani 1849-1870, 1896.

Garibaldi, informa la sig. Mario nella Vita di Giuseppe Garibaldi, «nel viaggio dal Faro al Golfo degli Aranci era molto esitante, tanto che Bertani ancora il 2 agosto, avendo Garibaldi a bordo del Washington, scriveva che stavano per piombare inaspettati sullo Stato Romano: “Garibaldi ha aderito al mio progetto”, e veramente Garibaldi nelle Memorie scrive che era andato al Golfo degli Aranci col pensiero di raggiungere quei 5000 uomini e con essi tentare un colpo di mano su Napoli”, ma avendo trovato che il maggior numero era già partito, come la brigata di Castelpucci con Gaetano Sacchi per Palermo […] trascinava con sè tutti e li conduceva a Palermo, dove arrivava il 17 agosto con le brigate Gandini e Pucci.

Spedizione dei Mille a Golfo Aranci e Olbia -Nave Washington
Nave Gulnara

LE PRINCIPALI FONTI BIBLIOGRAFICHE ORDINATE PER ANNO

(I neretti nel testo sono inseriti dal curatore)

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La guerra italiana del 1860

descritta politicamente e militarmente da

Guglielmo [Wilhelm Friedrich] Rüstow

Traduzione di G. Bizzozero

Milano, Giuseppe Civelli, 1861

pp. 257-265 – […] Garibaldi risolse di servirsi di questo mezzo, ed aumentare la sua azione col diffondere le voci più diverse ed erronee. Come questo mezzo abbia ottenuto un successo sul quale lo stesso Garibaldi appena poteva far conto, lo vedremo, quanto prima. Garibaldi non poteva sapere in anticipazione fin dove sarebbe riescito, e per quanto si figurasse ogni circostanza favorevole, doveva sempre desiderare un rinforzo di quella parte delle sue truppe, delle quali poteva immediatamente e con sicurezza disporre.

Al principio di agosto un tale rinforzo potè essere a disposizione di Garibaldi. Era quella piccola armata che alla sua partenza dall’alta Italia assunse il nome di divisione o spedizione di Terranova.

La spedizione di Terranova era stata organizzata dall’attività di Mazzini e del dottor Bertani, lasciato a Genova come rappresentante di Garibaldi allo scopo di agire contro gli Stati della Chiesa. Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnello G. Rüstow, che avevano specialmente diretta l’organizzazione.

La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate. Le quattro prime brigate, secondo il piano stabilito prima degli ostacoli sorti in processo di tempo, partendo da Genova e dalla Spezia, dovevano anzi tutto raccogliersi presso Montecristo e di là sbarcare presso Montalto sulle coste pontificie, indi, evitando uno scontro coi francesi, spingersi nella direzione di Viterbo o di Montefiascone contro l’ala sinistra dell’armata di Lamoricière, disperdendo le forze che trovassero isolate, evitando però i corpi di truppa riuniti e prevalenti di numero; la quinta brigata, formata in Toscana, doveva di là, avanzando per terra, impadronirsi della città di Perugia, e poi operare in unione alle brigate sbarcate presso Montalto. La sesta brigata, formata nella Romagna, doveva alcuni giorni prima dello sbarco gettarsi nelle Marche, attirandosi l’attenzione di Lamoricière, ed in tal guisa agevolare le operazioni dello sbarco e quelle su Perugia. Più tardi tutta la piccola armata doveva per gli Abruzzi guadagnare il napoletano ed effettuare la sua congiunzione coll’ armata principale di Garibaldi.

S’intende da sè che l’arrolamento, o checchè altro si voglia dire, e l’organizzazione di questi 9000 uomini non potevano progredire senza dar molto a parlare di sè. È naturale che il governo piemontese, il quale alla fine di luglio voleva ad ogni costo neutralizzare l’azione rivoluzionaria e veramente nazionale, dal limitato suo punto di vista non potesse essere contento del piano della spedizione romana.

Mentre Cavour induceva il re Vittorio Emanuele a scrivere a Garibaldi onde sconsigliarlo dal piano di passare sul continente napoletano, e mentre tuttora si attendeva la risposta di Garibaldi, il governo piemontese spediva a Genova Farini onde con quelle pratiche che sarebbero tornate acconcie influenzare Bertani ed evitare la spedizione sul territorio romano o renderla dipendente dal governo piemontese, in guisa che questi potesse a suo arbitrio cambiare la destinazione della medesima.

Agli ultimi di giugno Farini concluse quindi con Bertani una specie di convenzione per la quale il governo piemontese si obbligava a non impedire l’organizzazione della spedizione romana, anzi, in quanto gli fosse possibile senza dare troppo nell’occhio, volerle piuttosto venire in soccorso, obbligandosi in cambio Bertani a dirigere anzi tutto la spedizione in un porto della Sicilia, da dove potesse andare dove voleva, ma non in una sola volta, bensì in singoli piccoli scaglioni, di giorno in giorno, o di due in due giorni, e non diretta ad un solo porto ma a diversi.

Il governo Sardo concedeva inoltre che la spedizione si raccogliesse alle coste nord-est dell’isola di Sardegna, nel golfo degli Aranci e nella baja di Terranova, ove dovevasi intraprendere anche la distribuzione delle armi. Da questo luogo di ritrovo la spedizione fu detta spedizione di Terranova, al che non era estraneo il pensiero nascosto, non essere destinata per la Sicilia ma per altra nuova terra.

Bertani, il quale nutriva la lusinga che Garibaldi fosse pienamente d’accordo colla spedizione nel territorio pontificio come era da supporsi da ordini antecedenti e da uno del 30 luglio, il quale per altro non arrivò a Genova che 14 giorni dopo, che anzi Garibaldi stesso avrebbe diretti i primi passi della spedizione sul territorio pontificio, dimodochè non vi fosse alcun dubbio che si agiva dietro i suoi ordini Bertani ai primi d’agosto recossi di persona in Sicilia onde colà prendere con Garibaldi le ultime intelligenze.

Nella notte dal 7 all’ 8 agosto il primo distaccamento della spedizione abbandonò Genova, e da Genova e dalla Spezia gli tennero dietro anche gli altri, secondo le combinazioni fatte con Farini, in modo che il 13 da Genova poteva partire anche lo stato maggiore generale della spedizione ove ancora non rimaneva che una piccola porzione delle prime quattro brigate. I condottieri della spedizione speravano che loro verrebbe risparmiato il giro vizioso per la Sicilia e che da Terranova avrebbero potuto passare direttamente a Montalto sulle coste romane. Ai comandanti della quinta e sesta brigata in Toscana e Romagna vennero date istruzioni di conformità.

Intanto però si erano da due parti cambiate le condizioni in modo che da ambedue parimenti si agiva nel senso di deviare la spedizione dall’originario suo scopo.

Il governo piemontese aveva avuta cognizione della risposta data da Garibaldi alla lettera di Vittorio Emanuele. Garibaldi non voleva saperne. Il governo piemontese aveva ancora sempre l’idea che a Napoli dovesse scoppiare una rivoluzione alla sua maniera, quale esso la desiderava, una rivoluzione di palazzo od altra consimile, prima che Garibaldi arrivasse alla capitale, quand’ anche esso, senza por tempo in mezzo, avesse a passare sulla costa calabrese. Questo progetto era un po’ sconcertato, le fila erano pressochè tutte perdute, allorchè all’attivarsi della spedizione romana nacque un nuovo viluppo nel napoletano settentrionale. Il governo piemontese non poteva scopertamente opporsi alla spedizione di Terranova perchè aveva per sè, nel modo più evidente, la pubblica opinione di tutta l’Italia del nord. Si potevano ancora frapporre mille piccole difficoltà alla spedizione, sulle basi della convenzione di Genova fra Bertani e Farini; specialmente, facendo calcolo sulla scarsità di danaro che negli ultimi giorni, prima della partenza, regnava nelle casse della spedizione, si poteva fare in modo che questa scarsità di danaro durasse, sospendere i trasporti gratuiti dei volontarii sulle ferrovie dello Stato, e usare mille altri mezzi di tale natura. Tutto ciò per altro non bastava a disperdere la spedizione; il governo piemontese sapeva benissimo che questi piccoli ostacoli, da esso opposti, sarebbero stati superati. Esso quindi prese le sue misure per dirigere in ogni caso la spedizione in Sicilia.

La convenzione di Genova rendeva agevole la cosa, poichè secondo la medesima la spedizione era frazionata in un buon numero di piccoli scaglioni. Il viaggio di Bertani in Sicilia fu motivo che, non fidando nella sua parola, si facesse stazionare una nave avviso, la Gulnara, nel porto di Terranova, dando ordine al comandante della medesima che mano mano arrivassero nel golfo degli Aranci o nella baja di Terranova i singoli scaglioni della spedizione procurasse di indurre i rispettivi capi, con ordini, lusinghe, minaccie, insomma con tutti i mezzi possibili, a proseguire immediatamente per Palermo. Fra le molte dicerie che correvano sul proposito del viaggio di Bertani in Sicilia, vi era pur quella, e non infondata, che egli volesse ottenere da Garibaldi un ordine per l’immediato passaggio sul territorio romano, quindi un atto contrario alla convenzione. Questa presupposta violazione della convenzione, credette il governo piemontese doverla prevenire con un’altra violazione della medesima, impedendo alle prime quattro brigate della spedizione la riunione nel luogo da esso stesso designato sulle coste dell’isola di Sardegna.

Per capriccio delle circostanze avvenne che il governo piemontese questa volta agisse precisamente nel senso di Garibaldi. Allorchè Bertani si abboccò in Sicilia col dittatore, questi aveva già riconosciuto l’effettivo delle sue truppe, e risolto di chiamare in Sicilia a direttamente rinforzarle la spedizione di Terranova. In questo senso era anche predisposto da una parte dei suoi condottieri i quali pensavano coll’abbondante divisione di Terranova ingrossare le magre loro divisioni. E quando si pensi come taluni, dopo lo scioglimento dell’esercito meridionale, si sieno intimamente attaccati a Cavour, difficilmente si può fare a meno di sospettare che fino da prima, per tutto ciò che si riferiva alla spedizione di Terranova, agissero nelle intenzioni di Cavour.

Facciamo ora ritorno alle operazioni.

A sorvegliare le coste occidentali della Calabria meridionale il governo napoletano aveva, fino dalla fine di maggio e dal principio di giugno, disposte due brigate sotto i generali Briganti e Melendez. Briganti copriva il tratto di costa al sud di Bagnara, col centro in Reggio; al nord di Bagnara fino a Nicotera e discendendo verso Tropea, comandava Melendez. Le truppe di cui essi disponevano erano calcolate da 10 a 12 mila uomini; una riserva di forza eguale, sotto il generale Viale, era concentrata intorno a Monteleone. Dopo un viaggio di ispezione del generale Marra nella Calabria meridionale si era risolto di portare il complesso delle truppe in quella provincia fino a 30,000 uomini.

Nella notte dall’8 al 9 agosto Garibaldi presso Torre di Faro imbarcò 400 uomini su venti barche, i quali dovevano sbarcare come vanguardia sull’opposta riva di Calabria, gettarsi nell’interno ed organizzare l’insurrezione nella Calabria meridionale. Il distaccamento si divise in parecchie sezioni; una di queste sezioni alla batteria di Altafiumara fra Punta del Pizzo e Torre del Cavallo venne ricevuta da un vivissimo fuoco e dovette prendere il largo. Invece ad un’altra sezione di 150 uomini, sotto il comando di Missori, presso la quale si trovavano anche alcuni capi degli insorgenti, nativi della Calabria, riescì di sbarcare inosservata presso Cannetello vicino a Punta del Pizzo. Missori divise la sua gente in parecchie colonne; si trovarono guide del paese le quali condussero le truppe di Missori per inospiti sentieri di monte, frammezzo alle truppe napoletane, fino alle alture di Aspromonte, lontane tre miglia dal luogo dello sbarco; ivi Missori riposò: i calabresi andarono a prendere dei viveri, e parecchi di essi si unirono al piccolo corpo di Missori. Questi, così rinforzato, credeva di potere attaccare Bagnara ed in tal modo facilitare lo sbarco di maggiori corpi di Garibaldi. Marciò nella notte dal 10 all’ 11 alla volta di Bagnara e vi attaccò i napoletani la mattina dell’ 11. In breve dovette convincersi, dai rinforzi che giungevano ai regii, essere troppa la loro preponderanza, e dopo brevi scaramucce tornò a ritirarsi nei monti.

Piccoli sbarchi consimili, che non incontrarono alcuna resistenza, ebbero luogo lo stesso giorno sulle coste orientali della Calabria meridionale presso Bovalino e Bianco.

I due vapori napoletani Ettore Fieramosca e Fulminante, che incrociavano al Faro di Messina, non avevano avuto sentore dello sbarco di Missori, e chiamati ora qua, ora là, dove arrivavano non trovavano più traccia degli sbarcati. Melendez, che aveva gran voglia di rivolgersi nell’interno contro gli insorgenti calabresi raccolti da Missori, per distruggerli, non si avventurava però ad abbandonare le coste senza che la flotta garantisse per tre giorni la sicurezza della medesima contro nuovi sbarchi. Siccome tale malleveria non venne data, si attenne alle sue posizioni distese lungo la costa.

Garibaldi aveva differito l’attacco principale alle Calabrie onde prima portarsi in persona al golfo degli Aranci e di là richiamare la spedizione di Terranova. Egli ritenne necessaria la sua presenza perchè gli si era detto che la maggioranza della spedizione non voleva seguire altra destinazione tranne quella pel territorio romano.

Garibaldi il 12 agosto rassegnò al generale Sirtori, suo capo di stato maggiore, il comando supremo al Faro, lo incaricò di ultimare la concentrazione delle barche presso Torre di Faro, come pure quelle batterie, e si imbarcò sul Washington. Venne diffusa la voce (che dopo la lettera di Vittorio Emanuele e la risposta datale da Garibaldi, non era del tutto inverosimile) Garibaldi essere chiamato a Torino per ivi rendere conto della sua condotta, e rispondere esso a tale chiamata. Nella notte dal 13 al 14 [*** a parere del curatore di questa pagina è un errore, la data andrebbe anticipata: si veda la Presentazione] Garibaldi si trovava nel porto di Castellamare presso Napoli ove tentò di portar via il vascello napoletano di linea, Monarca. Questo tentativo andò a vuoto, però la comparsa di Garibaldi nel porto di Castellamare ebbe per conseguenza che i regii nella capitale perdessero affatto la testa e cominciassero a temere anche di un tentativo di sbarco in Napoli stessa o nelle sue adjacenze.

La mattina del 14 [*** a parere del curatore di questa pagina la data è sbagliata: si veda la Presentazione] Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.

La brigata Eberhard (Genova), che era arrivata la prima nel golfo degli Aranci sul Torino, era quivi stata subito sorpresa dalla Gulnara ed indotta a proseguire per Palermo, senza attendere che sopragiungessero le altre navi e le altre truppe. Senza fare grande opposizione, contro la lettera delle istruzioni, Eberhard si lasciò indurre a prendere questa strada. Avendo egli fatto vela senza lasciarsi addietro alcuna notizia, la cosa destò dell’inquietudine fra gli uomini della seconda brigata, Tharrena (Parma), che intanto era arrivata. Alcune persone della Gulnara, che si spacciavano per plenipotenziarii di Garibaldi, attizzavano questi malcontenti; si approfittò anche, della circostanza che si patisse difetto di vettovaglie, le quali in quel povero paese non si potevano tanto facilmente completare. In tal modo anche Tharrena si lasciò indurre a partire per Palermo.

Eberhard, allorchè giunse a Palermo, vi ricevette ordine di girare le coste occidentali e meridionali della Sicilia e gli venne aggiunto il Franklin con alcune centinaja di uomini. Questi corpi di truppe dovevano quindi riunirsi alla divisione Bixio, che trovavasi già sulle coste orientali della Sicilia ed ivi al 13 si occupava ancora nel sedare i tumulti a Bronte nel distretto dell’Etna. La riunione ebbe luogo a Taormina e la divisione Bixio, come abbiamo già in precedenza menzionato, col rinforzo di detto corpo di truppe, raggiunse l’effettivo di circa 4500 nomini.

La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto.

Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti.

Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale. Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.

Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini (Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone.

Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello-brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo. […]

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I mille di Marsala, scene rivoluzionarie

di Giacomo Oddo

Milano, Giuseppe Scorza di Nicola, 1863

p. 510 – Ora diremo dei giovani volontari.

Subito dopo la partenza dei Mille, nell’Italia superiore cominciarono gli arruolamenti per l’invio di nuove schiere in Sicilia. Né queste schiere dovevano esser poche; lo zelo patrio dava loro grandi proporzioni, molto più che il prode Giacomo Medici doveva mettersi alla testa di questa nuova spedizione. Centro principale degli arruolamenti era la Lombardia, e della Lombardia. Milano, il Comitato della quale città era in istrette relazioni col Comitato generale di Genova. […]

[LA SPEDIZIONE “DEI MILLE” SI DIRIGE A CAGLIARI]

pp. 513-515 – […] Erano le 3 e mezzo del mattino; alla spiaggia erano in pronto molti battelli da pescatori. Saliti così alla rinfusa, mossero verso i due bastimenti che dovevano trasportarli ai lidi di Sicilia. Il Washington comandato dal capitano di fregata Baldasserotti, veneziano ed amicissimo di Garibaldi, e l’Oregon erano i due vapori destinati al viaggio.

Sul Washington salì con una parte dei volontari Giacomo Medici col suo Stato maggiore e con gli altri capi della spedizione. Migliavacca, Simonetta, Cadolini, Lombardi, Picozzi, Mangili, Cattaneo, D’Ondes, l’inglese Peard, il famoso tiratore, ed altri prodi, i cui nomi sono scolpiti nel cuore d’ogni buon italiano, erano alla testa della spedizione.

All’aurora del giorno 10 i bastimenti si mettevano in moto. I volontari ripigliarono in breve la loro vivacità ed allegria abituale, e le onde del mare udirono ancora una volta i cantici nazionali della risorgente Italia.

Fatta la distribuzione dei viveri, cacio, vino e biscotto; i più pensarono assicurarsi un posto in qualche angolo del bastimento, ciò che non era facile cosa; perciocché il solo Washington portava più che mille volontari.

Il viaggio proseguì fino a Cagliari senza veruno incidente; il mare fu costantemente propizio; solo oltrepassata la Corsica divenne burrascoso per i venti che soffiavano dallo stretto di Bonifacio.

All’alba del 12 giugno la spedizione era in vista di Cagliari, dove i bastimenti gittavano l’ancora. Pittoresco spettacolo, offriva ai volontari il golfo di Cagliari; da un lato verdeggianti pianure, che si perdono a vista d’occhio, seminate d’aranci e d’olivi: dall’altro la città, le cui case vanno mano mano accumulandosi lungo la spiaggia le une sulle altre, e sorgono a guisa di collina; dinanzi il mare limpido e tranquillo riflettente i raggi del sole.

Una miriade di barchette spiccatesi dal lido e recanti viveri d’ogni sorta circondò in breve i bastimenti: frutta, aranci, pane fresco, formaggio, salati, latte, vino, insomma tutto. I volontari comprarono ogni cosa, e fecero festa: non abituati al mare, stanchi per la ristrettezza del bastimento, i volontari desideravano di scendere a terra, ma non fu loro concesso: pare che le autoritá locali lo impedissero. Per quattro giorni la spedizione stette ferma dinanzi alla capitale della Sardegna.

Giungeva frattanto in quello stesso golfo un altro bastimento; esso recava i volontari toscani sotto il comando del colonnello Vincenzo Malenchini; esso era salpato da Livorno. I nuovi venuti vennero ricevuti fra applausi ed evviva, e da un bastimento all’altro i fratelli dell’Italia Settentrionale e quelli della Centrale si salutavano, e facevansi a gara felici auguri, gridando poi tutti insieme evviva a Garibaldi ed all’Italia.

Ma un altro legno aspettavasi, era l’Utile, quello stesso che aveva servito alla spedizione Agnelta. Questo piccolo vapore, che trasportava buona parte dei volontari della spedizione Medici, comandata da Clemente Corte, era partito sotto bandiera americana da Genova il giorno prima della partenza del Washington e dell’Oregon, sebbene si avesse notizia che un bastimento da guerra napoletano fosse stato veduto nei paraggi liguri. L’Utile arrivava la notte seguente all’altezza del Capo Corso, e nel massimo silenzio, ed a fanali spenti faceva rotta per quelle acque. Quando ad un tratto s’udì un concitato rumor di ruote e poco dopo uno sparo di cannone. All’inatteso avvenimento teneva dietro la voce del capitano del legno sopraggiunto, il quale domandava: Che rotta tenete? ed il comandante dell’Utile rispondeva: Cagliari! A questa risposta il bastimento allontanavasi rapidamente, ma pochi minuti appresso udivasi un nuovo sparo di cannone: la palla spezzava uno degli alberi dell’Utile. Indi si udì di nuovo la voce del comandante, che diceva: seguite la nostra rotta o vi caliamo a fondo; i nostri si accorsero allora esser quello un legno da guerra napoletano. Non vi era a rispondere; I’Utile dovette seguire la rotta della nave nemica a Gaeta, dove fu tenuto quasi un mese; un mese di orribili patimenti pei giovani prigionieri! e non venne rilasciato libero che per le proteste del console americano.

I quattro giorni passati nel golfo di Cagliari furono impiegati nella visita medica dei volontari e nell’organizzare e vestire le compagnie. Alcuni che avevano sofferto nel viaggio, e che furon trovati di gracile complessione furono deposti a Cagliari e dopo rinviati a Genova. Ma in loro vece giungevano a bordo non pochi giovani cagliaresi, alcuni dei quali seguirono la spedizione ed altri si dovettero di bel nuovo rilasciare per i reclami dei parenti e dell’autorità locale.

Quanto all’organizzazione le truppe che erano sul Washington e sull’Oregon, denominate prima semplicemente Colonna Medici, s’ebbero il nome di Primo Reggimento Cacciatori delle Alpi. Esse vennero organizzate in dieci compagnie, che nei primi giorni si denominavano ancora dai nomi delle diverse città, e che poi conservarono i semplici numeri progressivi.

p. 705 – La spedizione per gli Stati pontifici era preparata in Genova per opera del dottore Bertani e di Mazzini, ne era comandante in capo il colonnello Pianciani. Erano circa nove mila uomini che dovevano partire a quella volta. Questa forza era divisa in sei piccole brigate; quattro delle quali dovevano partire da Genova e dalla Spezia, riunirsi vicino all’isola di Monte-Cristo, e poi disbarcando sulle coste romane ed evitando ogni conflitto coi francesi marciare verso Viterbo contra l’ala sinistra dell’armata di Lamoricière. Un’altra brigata organizzata in Toscana doveva marciare sopra Perugia, impossessarsi della città, e di là operare d’accordo colle quattro sopradette brigate. La sesta organizzata in Romagna doveva entrar nelle Marche prima del disbarco delle altre per attirare colà l’attenzione di Lamoricière e facilitare così l’operazione degli altri corpi. Dopo queste operazioni, le forze rivoluzionarie tutte concentrate dovevano per gli Abruzzi entrare nel napoletano ed operare d’accordo con l’armata di Garibaldi.

Il governo sardo, venuto a conoscenza di quanto si preparava e prevedendone facile la riuscita, inteso sempre ad inceppare la rivoluzione, della quale temeva gli ultimi trionfi, si affrettò a scomporre il piano di Garibaldi, ed a tal fine il ministro dell’interno Farini partì per Genova. Lunga fu la questione tra lui e Bertani circa lo scioglimento di quella vertenza, e finalmente si venne a questa decisione: il governo non avrebbe impedita la spedizione, anzi alla meglio l’avrebbe facilitata, a patto che Bertani avesse diretto i volontari ad un porto qualunque della Sicilia, facendoli partire da diversi punti, a pochi per volta, ed in vari giorni; il Farini permise pure che i volontari tutti potessero riunirsi, sulla costa settentrionale dell’isola di Sardegna, nel Golfo degli Aranci, e nella baia di Terranova.

Le cose furon così combinate e Bertani partì per Sicilia onde informar di tutto il generale Garibaldi; tuttavia, nell’animo dei capi della spedizione stava che dalla Sardegna si sarebbe fatta rotta sulle coste romane, senza dover prima recarsi in Sicilia.

Nella notte dal 7 all’8 agosto cominció la partenza della spedizione; il dì 13 partì pure lo Stato maggiore generale.

pp. 722-724 – Arrivato al golfo degli Aranci, il grande capitano fu ricevuto con ogni distinzione di affetto, e festa grandissima, come a vincitore, gli fecero i novelli soldati, ansii di vittorie, di trionfi, di fama. Garibaldi ne fu contentissimo; li ringraziò delle loro dimostrazioni, poscia li arringò pronunziando sempre quelle parole calde, robuste, sincere che escono solamente dal suo nobile cuore. Indi ritiratosi coi capi della spedizione si pose a parlare con loro, condannando la timida politica di Torino, la servilità dei ministri italiani all’imperatore dei francesi. Aggiunse però che la rivoluzione non si sarebbe fermata, che gli stranieri sarebbero usciti tutti d’Italia, che la diplomazia avrebbe, suo malgrado, piegata la testa sotto l’indomabile forza della rivoluzione, che l’Italia unita in una sola volontà, non avrebbe temuto gli spauracchi dei despoti stranieri, che il tempo delle sante alleanze era finito, che l’éra dei popoli e delle nazioni era cominciata, e che nessuno al mondo sarebbe riuscito ad arrestare la rigenerazione sociale.

Finalmente fu stabilito che una parte della forza raccolta in Sardegna, lo avrebbe seguito in Messina, e che un’altra parte sarebbesi tenuta pronta a disbarcare nelle Calabrie o nelle vicinanze di Napoli, dopo la spedizione già preparata in Messina sulle Calabrie e che doveva avverarsi fra poco, traghettando lo stretto.

Bisogna però notare che quando, il dì 14 [*** a parere del curatore di questa pagina la data è sbagliata: si veda la Presentazione], Garibaldi entrò nel golfo degli Aranci, egli non vi trovò che la maggior parte della terza e quarta brigata. La prima e la seconda avevano già abbandonato il golfo e fatto vela per Palermo; il resto della terza e della quarta, non che lo Stato maggiore generale della divisione non erano ancora arrivati.

La brigata Eberhard, che era arrivata per la prima in Sardegna, spinta o persuasa dall’equipaggio della Gulnara, erasi decisa a partire per Palermo senza attendere il resto della spedizione. La brigata Tarrena l’aveva seguito. Eberhard appena arrivato in Palermo ricevè l’ordine di fare il giro dell’Isola nella parte occidentale e meridionale. Alla sua forza si aggiunse il Franklin con poche centinaia d’uomini. Questo corpo di truppa doveva fare la sua congiunzione con la divisione Bixio che trovavasi già nelle coste orientali di Sicilia. Questa congiunzione ebbe luogo più tardi in Taormina, e la divisione Bixio fu per tal guisa portata a quattromila e cinquecento uomini.

La brigata Tarrena erasi fermata in Palermo, e fra coloro che la componevano, un certo disaccordo d’idee aveva suscitata una qualche agitazione.

Il Bizantino, che doveva trasportare il resto delle brigate terza e quarta e lo Stato maggiore generale della divisione, era stato trattenuto a Genova sin dal giorno 13, quantunque le truppe fossero già state imbarcate alle ore 8 antimeridiane di quello stesso giorno. Fu un meschino espediente del governo piemontese. Il Bizantino intanto per questo ritardo non arrivava al golfo degli Aranci che ad ora tarda del giorno 14.

Garibaldi era intanto partito per Cagliari, dove il giorno 15 veniva raggiunto dal Bizantino, a bordo del quale stava fra gli altri Pianciani. A costui Garibaldi diede ordine di partire immediatamente per Palermo, dove sarebbe stato seguito dagli altri bastimenti, che in quel momento facevano provvista di carbone.

Il giorno 16 [invece fu il 17] il Dittatore metteva piede in Palermo; la popolazione appena saputo il suo arrivo corse a festeggiarlo; Palermo non cangiava mai di affetti verso il suo liberatore. Alla sera giunse il Bizantino, Garibaldi e Pianciani vennero a colloquio.

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Fasti militari della guerra dell’indipendenza d’Italia dal 1848 al 1862.

di Martino Cellai

Milano, Tipografia e Litografia degli ingegneri, 1863 – vol. IV.

pp. 409-410 – Il governo sardo inoltre doveva permettere che la spedizione si riunisse sulla costa settentrionale dell’isola di Sardegna nel golfo degli Aranci, e nella baia di Terranova, dove altresì sarebbe proceduto all’armamento; ed è di colà che la spedizione prese il nome, non senza un’allusione al luogo cui volgeva, che non era la Sicilia, ma una terra nuova (1. Rustow. op. cit. p. 248).

Il Bertani sapeva essere il Garibaldi pienamente d’accordo intorno al progetto di Spedizione nel territorio romano; e ch’ei perfino avvierebbe le operazioni affinchè non cadesse dubbio del suo operare di concerto con lui. Laonde egli recarsi in Sicilia ai primi di agosto per meglio intendersi. Questa sua andata insieme alla risposta del Garibaldi alla lettera del re fece dubitare della sua parola. Laonde il governo piemontese mandò di stazione l’avviso Gulnara nel porto di Terranova, commettendo al capitano adoperasse minacce ordini lusinghe coi comandanti delle diverse frazioni della spedizione a mano mano giungessero nel golfo degli Aranci a continuare immediatamente per Palermo.

Correva voce essersi il Bertani recato in Sicilia per ottenere un ordine del dittatore di sbarcare direttamente nello Stato romano il governo piemontese dichiarò riconoscere in quelle sollecitudini la violazione della convenzione; e vi rispose violandola egli stesso col ricusare il conceduto luogo di convegno sulla costa della Sardegna. Ma volle il caso che invece di riuscire ostile, aiutò alle brame del Garibaldi; giacche questi essendo pienamente conscio della forza reale del proprio esercito, e trovatala scarsa al bisogno, aveva risoluto di avvantaggiarsi quest’uopo della spedizione che a Terranova si andava apparecchiando. […]

pp. 411-412 – Giova conoscere le cagioni che fecero differire la spedizione del principal corpo contro la Calabria Il Garibaldi risolveva rendersi personalmente nel golfo degli Aranci per condurre seco la spedizione di Terranova. E ciò parevagli necessario, essendosi divulgato non voler quelle genti intendere di altra destinazione che non fosse la manifestata in principio, cioè per gli Stati del papa.

Il 12 agosto ei rimetteva al generale Sirtori, suo capo di Stato Maggiore, il comando supremo al Faro, commettendogli d’ affrettarsi a raccozzare tutte le barche in prossimità di Torre del Faro e far compiere la costruzione delle batterie. Egli s’ imbarcava poscia sul Washington.

Correva pel campo la voce, non però verosimile dopo la lettera del re Vittorio Emanuele e della risposta del Garibaldi, che egli fosse chiamato a Torino, per rendervi conto dell’opera sua, e che in quel momento aderiva al fattogli invito.

Ma invece nella notte del 13 al 14 il Washington gittavasi nel porto di Castellammare, presso Napoli, dove il Garibaldi tentava un ardito colpo sul vascello di linea napoletano il Monarca. Non riuscì; ma il solo fatto dell’apparizione del Garibaldi in quel porto, bastò a mettere i regii nella maggior incertezza riguardo a suoi progetti; e cominciarono a temere che egli tenterebbe uno sbarco nella stessa Napoli, o quivi intorno.

Ma il Washington volse la prora al golfo degli Aranci, dove giungeva innanzi al mezzogiorno del di 14. [*** a parere del curatore di questa pagina la data è sbagliata: si veda la Presentazione]

Colà non rinvenne se non che la maggior parte della 3a e 4a brigata. Già la 1a e la 2a erano partite dal golfo alla volta di Palermo, non pur aspettando il rimanente della spedizione, come era loro commesso, a ciò raggirati e indotti dalla Gulnara. Il restante della 3a e 4a brigata, com’anche lo Stato maggiore generale, giunti non erano ancora.

Arrivata la 1a brigata Eberhard a Palermo, ebbe ordine di fare il giro dell’isola da ponente a mezzodì, e alcune centinaia d’uomini furono aggiunti ai suoi, condotti dal Franklin. Doveva cotesto corpo raggiungere il Bixio, pervenuto ormai sulla costa orientale, dove era ancora il di 13, intento a reprimere una sollevazione in Bronte nel distretto dell’Etna. Unitisi cotesti due corpi a Taormina, la Divisione del Bixio raggiunse il numero di 4500 uomini in circa. La brigata 2a essendo trattenuta in Palermo, era in preda a qualche agitazione.

Il Bizantino, in cui era imbarcata la rimanenza della 3a e 4a brigata insieme allo Stato maggiore, non potè partire da Genova innanzi al mezzogiorno del 13, avendo il governo piemontese con meschini pretesti fermato il danaro della spedizione o ritardatone il versamento. Perciò il Bizantino non giunse che dopo il mezzodì del 14 nella baia di Terranova. Il Garibaldi in quella stessa mattina non avendovi dunque trovato che il grosso delle brigate 3a e 4a le aveva condotte con se a Cagliari; dove le seguiva il Bizantino, non avendo il Pianciani potuto raccogliere indicazioni, sebbene confuse, sul vero stato delle cose. Il di 15 dopo il mezzogiorno il Bizantino entrava nella rada di Cagliari, e il Garibaldi ordinava al Pianciani si rendesse immediatamente a Palermo, dove il seguirebbero gli altri legni, non appena avessero provveduto carbone. La sera del 16 il Bizantino stava nel porto di Palermo.

La spedizione dei Mille.

Storia documentata della liberazione della bassa Italia

di Osvaldo Perini

Candiani, 1864

pp. 357-359 – In un abboccamento avvenuto tra Farini ed il deputato Bertani si stabilirono le norme seguenti: Essere il governo dello stesso avviso col partito d’azione intorno alla necessità di liberare le provincie romane: essere per lo addietro stata quistione di tempo fra i due partiti, non d’altro, volendo i garibaldiani precipitare ed i cavouriani rattenere gli eventi. Allora pertanto convenire nello stesso pensiero essere necessario cioè si facesse al più presto. Ma non potendo il Ministero tollerare che ostensibilmente paresse favorire un tentativo sulle provincie papali, i volontari partirebbero da Genova a drappelli coll’intervallo tra l’uno e l’altro almeno d’un giorno. Eglino si raccoglierebbero al golfo degli Aranci sulle coste della Sardegna ove avrebbero trovate le necessarie provvigioni e le armi, cui la prudenza governativa vietava che eglino seco portassero. Del resto non erano che vane formalità messe in uso soltanto per salvar le apparenze ed ammutire i reclami dei gabinetti europei. I volontari, raccolti ed ordinati in Sardegna, partirebbero per quella direzione che amassero meglio, avendo però riguardo di prima toccare le coste di Sicilia.

Su tali basi Bertani firmava una convenzione la quale rendeva impossibile la spedizione degli Stati romani (1).

Dieci legni dovevano comporre la spedizione: Il Bisantino, l’Isère, l’Amazon, il Garibaldi, il Torino, il Calatafimi, il Veasel, il Veloce (destinato a partire dopo gli altri colle armi) e due Clipper cui avrebbero condotti a rimorchio il Garibaldi e il Veloce.

A norma della convenzione Bertani Farini, dovevano i legni suddetti l’un dopo l’altro partire da Genova e navigare verso il golfo degli Aranci in Sardegna punto destinato al concentramento dell’intiera flottiglia. E fu stabilito che l’ultimo a giungere al luogo fissato fosse appunto colui che avrebbe dovuto prima di tutti gli altri arrivare, cioè il colonnello comandante la spedizione collo Stato Maggiore del corpo (1).

Sul cominciare d’agosto il Torino partiva pel primo alla volta della Sardegna: ma come giunse in prossimità del luogo designato allo sbarco, ecco avvicinarsi la Gulnara, piccolo avviso da guerra della marina sarda che bordeggiava in quell’acque, ed intimare al comandante a nome del Governo l’ordine di volgere immediatamente la prora a Palermo. Il comandante intimidito dai cenni imperiosi di chi tutto poteva, ubbidì, e senza attendere più oltre istruzioni si diresse in Sicilia.

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Storia del risorgimento d’Italia

Dalla rotta di Novara alla proclamazione del regno d’Italia dal 1849 al 1861

con narrazioni aneddotiche relative alla spedizione di Garibaldi nelle due Sicilie.

Opera illustrata con incisioni eseguite da valenti artisti · Volume 2, Numero 2 –

di Piero Mattigana

Milano, Legros e Marazzani, 1864

p. 428 – […] Si voleva inoltre dal Farini che la spedizione si raccogliesse sulle coste dell’isola di Sardegna e precisamente nel golfo degli Aranci e nella baia di Terranuova, d’onde ebbe nome la spedizione e dove si sarebbero distribuite le armi. Dopo di ciò lo stesso Bertani recavasi in persona in Sicilia da Garibaldi a prendere gli ultimi accordi. Il segretario generale del ministero conte Borromeo restava a Genova per sorvegliare la spedizione, e certo per impedirla ove avesse divertita. […]

pp. 430-431 […]. Nelle notti del 7 e 8 agosto il primo convoglio della spedizione abbandonava Génova e recavasi a Terranuova per muovere in Sicilia e di là col proposito di retrocedere verso la costa pontificia. Il governo sardo, a garantirsi che i volontari avrebbero tenuto questo cammino, fece stazionare una nave avviso, la Gulvara, nel porto di Terranuova, coll’ordine d’indurre i corpi dei volontari che vi arrivassero a proseguire immediatamente per Palermo.
Però gli eventi tornavano contrari alla spedizione, e Garibaldi senza volerlo si trovò d’accordo col governo di Torino. Il dittatore non appena si abboccò col Bertani, gli fece riconoscere aver egli bisogno di molte genti per passare lo stretto, e perciò essere risoluto di chiamare in Sicilia in rinforzo la spedizione di Terranuova, al che il Bertani non si opponeva. Garibaldi dopo di ciò, lasciato Sirtori suo capo di stato maggiore al comando supremo del faro, recavasi la mattina del 14 [proabile errore: si veda la Presentazione] nel golfo degli Aranci a sollecitare la venuta della spedizione. In quella stessa notte del 15 al 14 [sic] Garibaldi si trovava nel porto di Castellamare presso Napoli, dove tentò di portar via il vascello napoletano di linea, il Monarca. Il tentativo non riusci, ma non appena si diffuse la notizia che Garibaldi era comparso in quella spiaggia, grande entusiasmo si diffuse nella popolazione, e maggiore spavento nei regii. Garibaldi non trovò al golfo degli Aranci che la maggior parte delle brigate Milano e Bologna, perchè le altre o erano già dirette alla volta di Palermo o non erano ancora arrivate da Genova. Egli se le prese con sè e si diresse a Cagliari, dove venne raggiunto dal Panciani col resto di esse brigate, a cui diede ordine di muover verso Palermo. Giunto a Palermo il Panciani alla mattina del 17 ebbe un abboccamento con Garibaldi. Questi gli disse di non poter acconsentire alla spedizione nelle Romagne, perchè non poteva far senza di quella divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. […]

p. 434 […]. Il dittatore, sempre in azione, collo sguardo intento alla Calabria, non compariva che raramente al campo, dove voci contradittorie correvano sui suoi divisamenti. Un giorno si diffondeva la novella che era ito a Genova, altra volta che era andato a Palermo, una terza che era sbarcato a Napoli. Le sue mosse rapide e misteriose davano un’apparenza di realtà a queste voci. In questo abbiam veduto come vi fosse qualche cosa di vero, anzi ne piace ricordare che quando recossi al golfo degli Aranci per trarre a sè la divisione Panciani, non seppe resistere alla tentazione di recarsi a salutare i suoi parenti a Caprera, ove si fermò un giorno per mostrare ai suoi compagni d’armi la sua cara solitudine.
Il viaggio di Garibaldi in Sardegna ebbe il duplice risultato di avere aggregato dei volontari che stavano per isfuggirgli e richiamato l’ attenzione dei regii verso il nord.

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I mille

di Giuseppe Garibaldi

Torino, Camilla e Bertoleo, 1874

pp. 151-52 – CAPITOLO XXXII – AGLI ARANCI.

Non la siepe che l’orto v’ impruna

E il confin dell’ Italia, o ringhiosi,

Sono l’ Alpi il suo lembo, e gli esosi

Son le turbe che vengon di là.
(BERCHET).

Era verso la fine d’agosto, quando il Dittatore della Sicilia, radunate le vittoriose sue legioni nel Faro, disponevasi a passare sul continente italiano.
Il numero di forze dell’esercito meridionale (1. Nome che presero i Mille accresciuti di numero) poteva ascendere ad una decina di mila uomini, aumentando ogni giorno però per l’arrolamento di meridionali e per i contingenti venuti dalle altre provincie d’ Italia, con buona mano di veterani di tante battaglie.
Cotesto accrescimento di forze dei liberi dispia-ceva certamente alla Corte Sarda, al Papato ed al padrone Buonaparte, e fra i mezzi impiegati per impedirlo, non mancarono ogni specie d’ostacoli all’ imbarco dei volontari nel settentrione.
Era naturale temessero l’invadente bufera nel mezzodi i monarchi ed i loro satelliti. Chi ha la coda di paglia, teme il fuoco. Ciò che non era naturale, che non doveva essere, e che mi ripugna scrivendolo, si è l’opposizione a noi fatta dal dottrinarismo, dagli uomini che oggi ancora sono tenuti quali archimandriti della democrazia italiana.
Essi hanno del merito, non glie lo contesto, e se al merito incontestabile avessero potuto aggiun-gere la capacità di far l’ Italia da soli senza la cooperazione d’ altri essi sarebbero senza dub-bio i sommi dei sommi. Comunque, da loro fummo attraversati anche nella spedizione del 60, apparentemente, non colla volontà di nuocere; ma in realtà pregiudicavano.
L’ organizzazione di un corpo di volontari in Toscana capitanato da Nicotera nocque, e se quelli stessi volontari si fossero inviati in Sicilia, sarebbe stato assai meglio.
La spedizione al Golfo degli Aranci, ordinata, credo da Bertani, e da lui diretta coll’oggetto d’un’operazione diversiva nello stato pontificio come la prima, fu anche nociva, perchè ritardò l’arrivo di un corpo considerevole di volontari di cui avevamo gran bisogno, e mi obbligo di abbandonare l’esercito sul Faro, imbarcarmi a bordo del Washington, ed espormi al pericolo d’incontrare gl’incrociatori borbonici, per andar a cercare a tramontana della Sardegna il suddetto forte contingente di bellissimi militi che si volevano sottrarre ai miei ordini (per una spedizione inutile, giacchè essi nulla avrebbero fatto a fianco dell’esercito sardo invadente) e forse anche per non contaminarli al contatto degli elementi poco puri dei Mille.

Era dunque verso la fine d’agosto quando pronto l’Esercito Meridionale sulla sponda sicula dello stretto di Messina, si disponeva a traversarlo.

La vigilanza dei legni borbonici a vapore era immensa le loro batterie sulla costa calabra, ben guernite di cannoni e d’uomini, protette da varii corpi di truppe sparsi nelle campagne circostanti.

Una quantità di piccole barche, raccolte nei diversi porti della Sicilia, erano state dirette a Punta di Faro, per effettuare il passaggio. – Vi furono alcuni tentativi infruttuosi. In uno però, condotto dai valorosi Missori, Nullo, Musolino, Mario ed altri prodi compagni, si assaltò uno dei forti principali della costa suddetta, e senza il timore d’una guida che s’impaurì alle prime fucilate, i nostri s’impadronivano del forte, e con questo si sarebbe agevolato grandemente il passaggio dell’esercito.

La fortuna però doveva continuare a proteggere la giusta impresa, ed al ritorno del Washington dagli Aranci, il Dittatore s’avviò verso Taormina, ove il generale Sirtori aveva diretto due piroscafi per il Mezzogiorno della Sicilia il Torino ed il Franklin. Imbarcossi col generale Bixio la di lui Divisione e felicemente giunsero a Melito sulla costa meridionale della Calabria.

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Il libro dei Mille del generale Giuseppe Garibaldi

commenti di

Maurizio Quadrio

Milano, Tipografia di Giuseppe Golio, 1879 →

pp. 45-53 – Dacchè è provato essere la devozione del Generale verso una cara persona prevalente ad ogni altro riguardo, come appare dalla sua lettera al re (vedi Unità Italiana, N. 53 del 1860), prima della spedizione prendiamo la libertà di saltare a dirittura alla pag. 151 del libro, e ne citiamo le linee seguenti:

«L’organizzazione d’un corpo di volontari in Toscana, capitanato da Nicotera, era nociva; e se quelli stessi volontari si fossero inviati in Sicilia, sarebbe stato assai meglio. La spedizione al golfo degli Aranci, ordinata credo da Bertani, e da lui diretta, coll’oggettivo d’una operazione diversiva, nello Stato Pontificio, come la prima « fu ancora nociva, perchè ritardò l’arrivo d’un corpo considerevole di volontari, di cui avevamo gran bisogno, e mi obbligo ad abbandonare l’esercito sul

Faro per andare a cercare a tramontana della Sardegna il suddetto forte contingente di bellissimi militi, che si volevano sottrarre a’ miei ordini per una spedizione inutile, dacchè nulla avrebbero fatto (a fianco dell’esercito sardo invadente) e forse anche per non contaminarli al contatto degli elementi poco puri dei Mille».

Ora vediamo un po’. La distrazione improvvisa della brigata Nicotera dall’invasione degli Stati Romani, per la via di Perugia, è dovuta a Ricasoli, che, cominciando colla perfidia, fini collo spingere per così dire, ammannettati Nicotera e i suoi sopra un vapore per la Sicilia. La spedizione così detta del golfo degli Aranci in Sardegna, ammanita di pianta da Bertani, come tutte le altre, era destinata a scendere a Montalto in maremma romana. Garibaldi le dichiara oggi ambedue nocive all’ intento della emancipazione. Le dichiara oggi; ma, come al solito, la sua memoria diventa labile, o piuttosto la devozione gliela intorbida in modo, che non si ricorda più di quanto disse o fece nel passato; e, in chi si accinge a scrivere storia, è questo un grave difetto, che trascina ad evidenti contraddizioni. E pur troppo il Generale vi cade ad ogni tratto. Ed ecco una lettera (1) del 5 maggio ed un telegramma della prima quindicina di agosto, l’una e l’altro di Garibaldi a Bertani.

(1) Vedi nell’Unità Italiana, N. 48, del 18 maggio 1860, la lettera di Garibaldi a Bertani, di cui riproduciamo i principali frammenti: L’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutaria, ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano, dovunque sono nemici da combattere. io non consigliai il moto di Sicilia, ma venuti alle mani quei nostri fratelli, ho creduto obbligo di aiutarli. 11 nostro grido di guerra sarà Italia V. E. e spero che anche questa volta la bandiera italiana non riceverà sfregi.

Vostro G. GARIBALDI,

La prima raccomanda di aiutare l’insurrezione siciliana, non solo in Sicilia, ma benanche negli Stati del Papa e del Borbone. Il telegramma di Garibaldi a Bertani è ancora più esplicito; non è più una semplice raccomandazione, come al 5 maggio; considerandosi, a giusto titolo, capo naturale di tutte le forze destinate a conquistare l’Unità Nazionale, Garibaldi trasmette per telegrafo un ordine, che deve essere obbedito.

Ecco il testuale telegramma: «io scenderò in Calabria (il 13 agosto): voi operate ad oltranza sugli Stati Romani.»

È chiaro, si o no? E non è forse in assoluto contrasto colla avventata asserzione del Generale (Libro dei Mille, pag. 151) che la progettata invasione della brigata Nicotera nell’Umbria e la spedizione degli Aranci, destinate per le coste romane, fossero nocive? (I).

(1) Il telegramma di Garibaldi ad uno dei capi della spedizione, che doveva salpare per gli Aranci, si trova testualmente citato nell’Unità Italiana del 4 settembre 1860 N. 155, pagina prima, colonna quarta, accompagnato da una dichiarazione di Maurizio Quadrio, direttore in allora dell’Unità Italiana, e autore dei presenti Commenti al Libro dei Mille, dichiarazione, la di cui realtà non fu mai contestata, nè dal Generale, nè da Bertani (il vero organizzatore delle spedizioni garibaldine), nè da Pianciani, nè da Macchi. La dichiarazione del Quadrio sta come segue: Mazzini ha, per il primo, parlato di questo dispaccio onde provare che la grossa spedizione partita da Genova nella prima metà di agosto, doveva, di pieno accordo con Garibaldi, anzi d’ordine suo, scendere sulle coste dello Stato Romano, Noi lo ripetemmo. La fazione moderata, colla stampa de’ suoi giornali e colla voce de’ suoi agenti, nega il dispaccio, lo dice invenzione Mazziniana e, calunniando, sostiene che, contro la volontà di Garibaldi, Mazzini avviava quelle ragguardevoli forze verso le spiaggie romane. Sta bene ai moderati calunniare e mentire, Sta a noi ad affermare nuovamente il fatto, addurre i testimoni e firmare, Diremo dunque che il dispaccio fu spedito in quei termini, fu ricevuto ed esiste che il signor Macchi, rappresentante di Garibaldi, ci disse di averlo letto, di serbarlo qual documento prezioso, e di serbarlo presso di sèche copia autentica di quel dispaccio fu fatta da pubblico notaro e consegnata, per sua garanzia, al colonnello Pianciani, E, scritto questo, firmiamo.

Per la Direzione M. QUADRIO.

Come? il 10 o l’11 agosto il Generale ordina di operare ad oltranza negli Stati Romani, e allorchè la spedizione è avviata al suo destino, lo stesso Generale interviene personalmente, si pone alla testa della spedizione, e invece di condurla sulle spiaggie romane, la dirige verso la Sicilia! Qual’è la ragione di siffatto mutamento a pochi giorni di distanza? Si dirà che ragioni di strategia, di cui il Generale è il giudice più competente, l’indussero a cambiare il piano delle operazioni. Benchè a noi, poveri pékins, sembri che il primo piano fosse il migliore, il solo che potesse tagliare d’un colpo il nodo della quistione romana, noi ammettiamo che il cambiamento della base d’operazioni verso il punto obbiettivo, Roma, possa apparire necessario al Generale in capo. Ma se così può essere, come spiegare l’asserzione (pag. 151 dei Mille): «La spedizione degli Aranci era nociva come quella di Nicotera, perchè ritardò l’arrivo d’un corpo considerevole, di cui si aveva gran bisogno, e mi obbligo ad andare a cercarla in Sardegna.» Come spiegare che, alla distanza di pochi giorni, la spedizione di Pianciani, creduta da Garibaldi importante operazione sulle coste romane, gli apparisse poi nociva, da persuaderlo ad andare lui stesso a rimoverla dalla sua prima destinazione? Ma c’è in quella stessa pagina una frase, che importa citare: si voleva sottrarre scrive Garibaldi quelle forze a’ miei ordini per una spedizione inutile, dacchè nulla avrebbero fatto a fianco dell’esercito Sardo invadente, e fors’anche per non contaminarla al contatto degli elementi poco puri dei Mille. Anzi tutto, l’asserzione che Bertani o altri volessero sottrarre a’ suoi ordini quelle forze, è affatto gratuita, e, per dirla chiara, è contraria alla verità. Il telegramma sopra citato è là per ismentirla, poichè la spedizione sulle coste romane era voluta e ordinata da lui; e davvero ad un uomo, quale è Garibaldi, davvero non s’addice di lasciarsi trarre a così meschine insinuazioni. E questa non bella insinuazione fa non senza fondamento supporre, che la improvvisa risoluzione di Garibaldi, così presto in assoluto contrasto col suo telegramma, fosse a lui dettata non tanto da considerazioni strategiche, quanto dalla prima causa rerum, cioè dalla sua devozione ad una venerata individualità.

È una questione che merita d’essere esaminata.

La contraddizione fra le sue precise intenzioni espresse nella lettera del 5 maggio a Bertani, e perentoriamente nel telegramma ad uno dei capi della Spedizione detta degli Aranci è chiara e salta agli occhi. Sovente le piccole passioni forviano anche gli uomini grandi, ed è gran peccato che la tentazione di percuotere i repubblicani in genere, e Mazzini e Bertani in ispecie, abbiano spinto Garibaldi, naturalmente giusto e generoso, a smentire sè stesso, ad offendere la verità ed a far torto a degni patrioti. Ma oltre la confutazione assoluta, che la lettera del 5 maggio e il dispaccio d’agosto danno all’asserzione (pag. 151) del Generale, essere, cioè, nocive le spedizioni di Nicotera e di Pianciani, a noi pare che, confrontando le date e la situazione del paese, non ha gran valore nemmeno la sentenza d’ inutilità, applicata da Garibaldi alle medesime. « La spedizione era inutile scrive Garibaldi, (pag. 151-152), accennando particolarmente a quella giacché essi nulla avrebbero fatto a fianco per mare dell’esercito sardo invadente.»

Sembra articolo di fede fra i militari, che i Pekins non siano competenti in fatto di operazioni militari. Ma il buon senso non è monopolio di nessuno, e, mediante il buon senso, si può, senza entrare nelle particolarità della professione, giudicare, anche senza aver mai toccato un fucile, del come s’abbiano a condurre le guerre, precipuamente poi se sono guerre d’ indole rivoluzionaria. G. Mazzini, la di cui parte di buon senso saliva fino al genio, non era mai stato soldato, fuorchè per alcuni giorni nella legione di Garibaldi. E tuttavia il buon senso dettava al Pekin della Giovine Italia il il libro sulla guerra per bande, il piano di campagna da farsi dalla Repubblica Romana contro l’Austria nel 1849, e il piano della guerra italiana contro l’Austria nel 1866 (vedi l’ Unitá Italiana, N. 156 del 1866). Se Garibaldi, meno alieno dal leggere gli scritti altrui, prendesse cognizione di quei piani, forse vi troverebbe un po’ di buon senso, almeno almeno nella preferenza che Mazzini dà a Garibaldi su tutti i generali italiani per capitanare un esercito di volontari o la flotta.

Ebbene, benchè il genio di Mazzini sia una rarissima eccezione, e che, al confronto del genio militare di Garibaldi, noi sappiamo di non essere se non ciò che una meschina candela è al paragone del sole; noi, nella nostra qualità di discepoli di Mazzini, pretendiamo avere la nostra parte di buon senso. E questo barlume di buon senso ci avverte, che le due spedizioni erano tutt’altro che inutili e nocive, come scrive Garibaldi. La data del telegramma d’agosto «io scendo il 13 in Calabria, voi operate a oltranza negli Stati Romani non è menzionata nel giornale, ma deve essere tra il 6 e il 10 d’agosto, poichè fino dagli ultimi giorni di luglio erano conosciuti i preparativi per passare lo Stretto di Messina, e che la spedizione per la stazione di Terranova era già quasi pronta ai primi d’agosto. La partenza delle navi da Genova con Bertani e Pianciani fu certamente accelerata dal dispaccio imperativo di Garibaldi, ed ebbe luogo prima del 15. Ammessa la fermata di tre o quattro giorni nel golfo degli Aranci (1), lo sbarco di sei a sette mila volontari sulle spiaggie maremmane poteva effettuarsi tra il 22 e il 25, forse lo stesso giorno in cui Garibaldi varcava lo Stretto di Messina.

(1) La sosta al golfo degli Aranci fu imposta dal Farini e accettata dai capi della Spedizione a fine di menomare la responsabilità del Governo.

Fino all’epoca in cui Garibaldi aveva ricusato di fermarsi in Sicilia, la monarchia aveva presentito il pericolo a cui la esponeva la marcia rivoluzionaria di Garibaldi, e s’era preparata a fermarla, e a profittarne.

Due corpi d’osservazione erano raccolti in Toscana e nelle Romagne, e appena ebbe inteso la risoluzione di Garibaldi di passare sul continente, si decise ad agire ostilmente. Il 13 agosto, Farini sospendeva ogni soccorso di volontari e di danaro a Garibaldi: poco dopo, Farini andava con Cialdini a concertare con Luigi Bonaparte il piano di campagna contro la rivoluzione. Finalmente, udito l’ingresso del Nizzardo a Napoli, fu risoluta l’invasione nell’Umbria e nelle Marche, apparentemente in uno scopo nazionale, ma effettivamente per dare, se occorresse, battaglia a Garibaldi, come disse Cavour. La monarchia si affannava per la propria conservazione, nè possiamo darle torto: così avessero fatto pel trionfo del Pensiero Nazionale coloro, che ne avevano preso la direzione!

L’11 settembre 1860, Fanti invadeva l’Umbria, Cialdini le Marche.

Ammessa, quindi, la data dello sbarco di Pianciani a Montalto, pel 20 agosto, egli aveva dinanzi a sè almeno 15 giorni per operare la rivoluzione dell’ Umbria, della Sabina e della Comarca, prima che i Sardi avessero passato la frontiera. Come può dunque Garibaldi affermare che la spedizione sarebbe inutile, giacchè si troverebbe al fianco dei Sardi, che dormivano ancora nelle caserme di Toscana e Romagna? La sentenza di Garibaldi è militarmente, politicamente e moralmente arrischiata assai, se non erronea militarmente, perchè i Sardi erano ancora ben lontani: politicamente, perchè l’iniziativa dei volontari piantando negli Stati Romani la bandiera rivoluzionaria, rendeva impotente, se non impossibile, per la monarchia, quella autorità che viene dalla iniziativa: moralmente, perchè Garibaldi tenziandola inutile al fianco dei Sardi attribuisce ad altri quella assoluta devozione, che lo indusse a trasmettere ad altri l’impresa nazionale. Non intendiamo oggi discutere intorno alla sua devozione. Ci limitiamo ad accennare al fatto prodotto da quella; ma se avessimo appartenuto, o ci avvenisse di appartenere ad una spedizione, simile per carattere e per intenti a quella capitanata da Pianciani, e che udissimo dirci da Garibaldi che l’azione d’un corpo di volontari è inutile perchè si trova a fianco di truppe comandate da Fanti e Cialdini, noi gli risponderemmo che s’ inganna. Militarmente parlando, siamo d’avviso che quel corpo di volontari non avrebbe operato quei miracoli, di cui Garibaldi aveva reso capaci i suoi ma pensiamo che la loro azione sulle popolazioni vicine e lontane avrebbe prevenuto l’invasione di Cialdini e di Fanti, e prodotto qualche cosa di più positivo d’un plebiscito. Che valore abbia avuto quel plebiscito, Garibaldi lo sa, e non è gran tempo che egli scriveva ai Napoletani, governati da moderati e da clericali: «Non è per un così triste risultato, che tanti prodi sono morti per liberare le terre meridionali.»

Il giudizio di Garibaldi su quei fatti è affatto sbagliato. È forse la devozione che gli ottenebra la memoria, o era proprio il timore che quei volontari fossero non assolutamente devoti quanto lo era il Generale? Opponendo Garibaldi a Garibaldi, vale a dire, opponendo la sua primitiva risoluzione d’invadere gli Stati Romani al suo improvviso intervento nel golfo degli Aranci per rivolgere alla Sicilia le forze destinate e preparate per gli Stati Romani, e confutando, mediante la lettera sua a Bertani e il suo telegramma d’agosto, la quasi postuma sua dichiarazione nel 1874, (pag. 151 del Libro dei Mille) abbiamo dimostrato che la Brigata Nicotera e la Divisione Pianciani potevano e dovevano essere tutt’altro che inutili e nocive.

È possibile che i volontari di Nicotera e di Pianciani non fossero tanto devoti ad una Individualità quanto lo era Garibaldi; ma di certo non erano a veruno secondi nella devozione al gran corpo collettivo della Nazione.

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Agostino Bertani e i suoi tempi

di Jessie White Mario

1888 – Volume 1

CAPITOLO DECIMOSETTIMO – LA SPEDIZIONE DEL GOLFO DEGLI ARANCI, pp. 426-

pp. 436-437 […] Anche Ricasoli dovette ubbidire al governo capitanato da Cavour. Per Bertani l’essenziale era di salvare la legione dei seimila volontari, per i futuri combattimenti nell’Italia centrale se possibile, nella meridionale, se no: con Garibaldi, in ogni caso. E a questo obbiettivo concentrò tutte le sue forze. Il segretario Borromeo era rimasto a Genova come alter ego di Farini; e dalle lettere sue quotidiane a Bertani si vede che questi stava in guardia contro le temute pressioni e mistificazioni del governo. Borтоmeo dimostra che non v’erano nè pressioni nè mistificazioni, che gli ordini erano stati dati, ma che ogni ordine era circoscritto, come ogni cosa umana, dai limiti del possibile; che furono spediti avvisi di facilitare ogni invio; che, se vi sarà regola nella spedizione, tutti i volontari o quel giorno o il giorno dopo sarebbero giunti. E giunsero. Bertani, fissati i mezzi di trasporto, nominati gli ufficiali superiori pro tempore, provvedute armi e munizioni e indotto il colonnello Pianciani a rimanere provvisoriamente al comando in capo, lasciò le seguenti istruzioni:

Agosto 1860.

«Colonnello Pianciani, I volontari aspetteranno d’esser tutti riuniti nel golfo degli Aranci. L’ultimo ad arrivarvi siete voi, colonnello, collo stato maggiore. Si attendono i due vapori Calatafimi e Weasel colle armi ed i cavalli. Probabilmente vi sarà una guardia armata su nave da guerra a custodire il golfo. Non si ascoltino le insinuazioni nè le minacce, fate obbedire gli ordini. Probabilmente si cercheranno modi di sconvolgere la spedizione, resistete e non disunitevi. Reprimete colle buone e colle promesse finanziarie la impazienza dei capitani dei vapori. Vestite e corredate tutti i volontari. Attendete fino a lunedì, tutto lunedì, me ed il messaggio mio. Provvedetevi a Terranova e dai paesi vicini il necessario alimento. Il denaro vi basterà. Se forzato da non so quale violenza doveste partire per la Sicilia, dirigetevi a Milazzo. Dott. A. Bertani».

E dettò un ordine del giorno da leggersi ai volontari, appena radunati nel golfo degli Aranci: Voi siete qui raccolti per attendere gli ordini del generale Garibaldi che io sono andato a prendere; aspettate quindi pazienti finchè vengano gli ordini. Attendete quindi pazienti il cenno che vi chiami alla pugna; lasciate scegliere il momento e il luogo della battaglia a chi non ha altro in cuore e nel pensiero in fuori del bene d’Italia.

Nessun dubbio dunque sul perfetto accordo tra Farini, il suo segretario Borromeo e Bertani di radunare la spedizione nel golfo degli Aranci, prima di salpare per la Sicilia. Ed era pure noto al conte Guido Borromeo che Bertani andava in persona da Garibaldi a riferire la nuova situazione impostagli e riceverne gli ordini. Questi nell’ultima lettera a Bertani, in data 8 agosto, finisce colle parole: T’auguro buon viaggio. Nè è da supporre per un solo istante che il ministro Farini non avesse riferito ogni minuto particolare del convenuto a Cavour. Onde il telegramma di questi a Persano coll’ordine di mandare vapori di guerra nel golfo, e l’aver lui stesso mandato vapori di guerra per disperdere la spedizione, erano una flagrante violazione del patto. Che Bertani sospettasse qualche tranello, si vede dalle sue istruzioni a Pianciani; ma, avendo fatto quanto era umanamente possibile per isventarlo, e oltremodo impensierito di non aver da dieci giorni ricevuto lettera alcuna di Garibaldi, 1’8 agosto lasciava Genova per raggiungerlo in Sicilia.

Soltanto il giorno 13 agosto giungeva in Genova la seguente lettera di Garibaldi, spedita il 30 luglio da Messina: Comando generale dell’esercito nazionale in Sicilia.

Caro Bertani, Io spero di passare sul continente napoletano prima del 15. Fate ogni sforzo per mandarmi dei fucili qui, a Messina, a Torre del Faro, prima di quell’epoca. Circa alle operazioni negli Stati pontifici e napoletani spingetele a tutta oltranza. Vostro G. Garibaldi.

Se questa lettera fosse giunta, come doveva, il 2 agosto (nè mai si seppe per colpa di chi fosse trattenuta quindici giorni in viaggio), Bertani non si sarebbe dipartito da Genova; avrebbe presieduto egli stesso alla spedizione per il golfo degli Aranci, e Garibaldi arrivandovi l’avrebbe trovata riunita. Non diciamo che avrebbe persistito nel voler salpare da Genova per gli Stati pontifici, perchè egli sapeva benissimo che in Genova stessa il governo aveva mezzi per impedir la partenza. Vogliamo soltanto dimostrare da una parte, che Bertani non era nè debole nè inetto nè ammaliato da Farini (come anche dopo la campagna, e per anni, i benevoli dissero e scrissero), e dall’altra che egli manteneva fedelmente l’impegno preso per quanto da lui dipendeva.

[..] Cogli amici affettuosi, affollati sul ponte del vapore che fumava, rideva degli affanni del buon Macchi e dell’instancabile Antongini, impensieriti della responsabilità ch’egli aveva loro addossata, e diceva:

Audacia e costanza, al largo gli intriganti. Dite agli esigenti che i vostri rifiuti sono imposti da me; sbarazzatevi dei poltroni e paurosi; fatemi trovar per Garibaldi la spedizione pronta nel golfo, e da qui a una settimana ci troveremo in azione.

Allude all’insistenza di Bertani per indurlo a raggiungere Garibaldi a Palermo.

I suoi rappresentanti eseguirono a puntino le istruzioni sue, facendo partire in tre riprese l’intera spedizione pel golfo degli Aranci. Essi fecero, altri disfecero. […]

p. 429 – [Dispaccio primi di agosto 1860]: Navi con volontari, dopo formale promessa di portarsi in Sicilia, stanziano da due giorni nel sorgitore degli Aranci della Sardegna. Pensiamo intendano sbarcare negli Stati pontifici: cotesto rovinerebbe ogni cosa. Mandi senz’altro il Monzamhano in quelle acque, dove troverà il Tripoli, e dia ordini positivi d’impedire lo sbarco in quelle terre, a qualunque costo.

Per spiegare questo telegramma bisogna ritornare a Genova, ove Bertani, mentre dirigeva l’azione sul Napoletano e mandava armi e volontari a Garibaldi in Sicilia, aveva allestito finalmente la spedizione per l’Umbria e le Marche. […]

p. 432 […] Il Pianciani, il quale vide spesso il ministro, nella sua chiara e imparziale narrazione scrive (Dell’andamento delle cose in Italia: rivelazioni, memorie e riflessioni, del colonnello Luigi Pianciani):

Dopo molti parlari si venne a questo: che i volontari di quella spedizione non partissero da un punto solo, ma che gl’imbarchi dovessero aver luogo in porti diversi: che non si facessero troppo grossi concentramenti nè in Genova nè altrove, e che i volontari, arrivando, partissero successivamente in uno o due legni al più, e alla distanza di uno o due giorni da una spedizione all’altra: che le armi e le munizioni non potessero imbarcarsi nei legni stessi dove erano i volontari: che si andasse pure dove si volesse, ma a condizione di toccare prima un porto della Sicilia: che avrebbe potuto farsi un concentramento generale nella Sardegna in un luogo da stabilirsi per ultimare la organizzazione dei volontari. E tutto ciò per la parte della spedizione che doveva imbarcarsi; di quella che doveva agire per via di terra non si parlava affatto, sembrava l’avessero dimenticata. E a queste condizioni si promettevano tutte le possibili facilitazioni per gli arruolamenti, pei trasporti; si faceva perfino sperare l’anticipazione di una somma ragguardevole di denaro per conto della Sicilia; e di denaro in quel momento il bisogno era urgentissimo. Il punto accordato dal ministero per il concentramento di tutti i nostri imbarcati era il golfo degli Aranci in Sardegna presso Terranova. Bertani profittò di questa circostanza per dare nome di Terranova a tutta la nostra spedizione, e lo portavano i sigilli delle nostre brigate, tanto di quelle che dovevano imbarcarsi, quanto delle altre che dovevano agire per via di terra; giacchè nel suo intendimento Terranova significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane, la terra su la quale un papa regnava ancora.

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Garibaldi

di Giuseppe Guerzoni

1882

DAL FARO AL VOLTURNO.

pp. 154-157 – In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ordinamento d’una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno.

Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.

Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo, com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d’esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata spedizione anche colla forza, le due parti vennero pel minor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi.

Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono.

Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Toccata con mano, dopo quindici giorni di vani sperimenti, la difficoltà del passaggio dello Stretto, misurata l’esiguità delle proprie forze e persuaso che in essa stava il maggior ostacolo all’impresa; udito dal Bertani che in Sardegna stava aspettando una bella ed agguerrita legione di circa ottomila armati, co’ quali poteva d’un colpo solo addoppiare il suo esercito; convinto anche più che la spedizione romana, utile un tempo, era divenuta intempestiva e che a Roma si poteva marciar più spediti e sicuramente per la via di Napoli, delibera, quasi all’improvviso, di correre egli stesso nel Golfo degli Aranci a prendere quel prezioso soccorso e portarselo seco in Sicilia.

Di tutte le azioni di Garibaldi questa fu quella che i repubblicani gli perdonarono meno; ma pochi converranno nella loro sentenza. Certamente egli, non che approvata aveva consigliata e affrettata la spedizione negli Stati pontificii; talchè fa meraviglia che nel suo libro de’ Mille, dopo d’averla dichiarata inutile, anzi nociva, la rinfacci poi con amare parole a coloro che pur la ordinarono e apparecchiarono col suo esplicito consenso, stimolati e spinti fino all’ultimo istante da lettere e telegrammi suoi, che lo scrittore dei Mille, più labile di memoria del loro Capitano, può aver dimenticato, ma che la storia non può scancellare.

Ma ciò detto, il torto di Garibaldi si ferma qui. Generalissimo di tutte le forze popolari in Italia, Dittatore d’uno Stato, garante in quell’ora delle sorti della patria che a lui principalmente si affidava, egli non solo aveva il diritto di muovere le sue insegne e mutare i suoi disegni a seconda delle opportunità, e giusta il criterio ch’egli via via se ne formava; ma n’aveva il preciso dovere. Pessimo de’ Capitani colui che ad una male intesa fedeltà a formole preconcette e convenzioni partigiane sacrifica la vittoria, prima e suprema sua norma. I Mazziniani che consideravano di quella spedizione più l’aspetto politico che militare, potevano credere sufficiente trionfo della parte loro, anche la sola iniziativa; ma di questo Garibaldi, uomo di guerra, non poteva appagarsi.

Più che alla gloria d’un partito egli guardava alla grandezza d’Italia, e in ciò stava la sua eccellenza.

Che fossero primi a entrare nelle Marche e nell’Umbria le camicie rosse o i cappotti bigi: che di far l’Italia egli dovesse dividere l’onore con Vittorio Emanuele nulla gli caleva, se non è anche più giusto il dire che gli caleva questo solo: di veder tutti gli Italiani uniti e concordi affinchè la grand’opera si compisse più presto. Oltre di ciò era naturale che giunto vittorioso al Faro, e in procinto di tentare un altro passo decisivo, egli reputasse assai più saggio afforzarsi nel suo campo per fornire prestamente la ben incominciata impresa, anzichè sperdere le sue forze in un’avventura nuova, lontana e piena tuttora d’alea e di difficoltà, osteggiata dal Governo nazionale, temuta da buona parte degl’Italiani, e conducente ad una mèta, se pur vi conduceva, alla quale per una via più lunga, ma più certa, poteva e voleva arrivare quando che sia egli stesso.

E il successo gli diede ragione. Lasciato nella notte del 12 il Faro, delude prodigiosamente la crociera borbonica e dà fondo, sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fáscino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, fa prima un’escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.

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Garibaldi e i suoi tempi

di Jessie White Mario

1882

p. 250 – L’assenza del Generale dal Faro durò ben dieci giorni e fa per molto tempo cosa oscura a tutti. Ma l’oscurità è ora chiarita da una lettera di Agostino Bertani a persona amica dal bordo del Washington, il 12 agosto:

«Ho meco Garibaldi a bordo e con lui navigo al Golfo degli Aranci, per piombare di là inaspettati sullo Stato romano e rimettere la questione italiana sulla sua vera base ed aprire i varchi alle correnti di gioventù italiana che verrà a fare di Roma la capitale della nostra Italia, Ho avuto una felice inspirazione di venire… [….]

Alle 7 di sera del 6 agosto [sic] entrarono nel Golfo degli Aranci. [*** La data 6 agosto è un errore, casomai si intendeva scrivere 16 agosto; e tuttavia sarebbe stato comunque un errore: infatti è certo che il 14 Bertani fosse già arrivatp con Garibaldi a Olbia: lo si deduce dai passi di altri memorialisti e anche dai dispacci a nome Bertani inviati il 15 agosto da Tempio].

Garibaldi passeggiava agitato e meditabondo; evidentemente propendeva per Napoli.

«Nè io mi opponeva (scrive Bertani), io studiava la carta d’Italia e vedeva la sua unità compiuta dovunque si sbarcasse con Garibaldi. Ma, ahime! giunto nel Golfo degli Aranci mancano i due vapori, il Torino e l’Amazzone, e si viene a sapere che per ordine del comandante della Gulnara, vapore da guerra sardo, essi erano già partiti per Palermo».

Garibaldi fu assai turbato da quella notizia, fece un volo rapido alla sua Caprera mentre il Washington faceva carbone alla Maddalena. Ritorna, trova Pianciani venuto col suo stato maggiore, cala nella lancia lungo il cordame del bastimento, ordina a Pianciani di veleggiar subito per Palermo, prende 10 mila cartucce dicendo di averne bisogno per fornire la gente che da Trapani vuol mandare al golfo di Squillace, invita Bertani ad andar seco; ma questi, volendo concertare con Nicotera, suggerisce di rivedersi a Palermo.

Storia critica del risorgimento italiano: L’Italia degli Italiani 1849-1870. (3 v.)

di Carlo Tivaroni

1896

p. 251 – Bertani “rigido, loico, animo audace, e tenacissimo, e sopra ogni cosa partigiano”, come erano tutti in quell’epoca, in cui ognuno andava profondamente convinto che solo il proprio sistema salvasse la patria e l’altrui la rovinasse, accettava bensì di condurre la spedizione a Terranova, per intanto evitare ogni impedimento alla partenza, ma col proposito di spingerla di là verso lo Stato Pontificio credendo che tale fosse la risoluzione di Garibaldi. Bertani avvisava Garibaldi dell’avvenuto e i volontari cominciavano a partire la notte dal 7 all’8 agosto.

Garibaldi, informa la sig. Mario nella Vita di Giuseppe Garibaldi, « nel viaggio dal Faro al Golfo degli Aranci era molto esitante, tanto che Bertani ancora il 2 agosto, avendo Garibaldi a bordo del Washington, scriveva che stavano per piombare inaspettati sullo Stato Romano: “Garibaldi ha aderito al mio progetto”, e veramente Garibaldi nelle Memorie scrive che era andato al Golfo degli Aranci col pensiero di raggiungere quei 5000 uomini e con essi tentare un colpo di mano su Napoli”, ma avendo trovato che il maggior numero era già partito, come la brigata di Castelpucci con Gaetano Sacchi per Palermo, o sia che con quel profondo buon senso che lo caratterizzava comprendesse come quel corpo gli fosse indispensabile pel passaggio sul continente, mentre nello Stato Romano non avrebbe fatto altro che creare gravi imbarazzi, trascinava con sè tutti e li conduceva a Palermo, dove arrivava il 17 agosto con le brigate Gandini e Pucci. […]

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Quadri e ritratti dal risorgimento Italiano

di Aurelio Gotti

1897

p. 306 – Dopo la bella vittoria di Milazzo, Giuseppe Garibaldi, padrone di tutta l’Isola, pensò di passare in terra ferma, perchè l’impresa sua non sarebbe compita se non in Napoli, dopo cacciati i Borboni, e fatti Italiani quei popoli che da tutti si tenevano e volevano come all’Italia stranieri. Il passaggio dello stretto, che separa la Sicilia dalla Calabria, non era nè facile, nè senza pericoli, ma le difficoltà e i pericoli non bastavano a trattenere Garibaldi e i suoi. Per opera di Agostino Bertani era stato messo insieme, sulla fine di giugno, un nuovo corpo di spedizione, forte di 9000 uomini, per entrare nello Stato Pontificio. Il Governo che aveva dapprima tollerata e poi aiutata la spedizione in Sicilia, era fermamente risoluto a impedire quella che erano andati preparando il Bertani ed il Nicotera per lo Stato del Papa; allora fu convenuto tra il Farini, ministro, e lo stesso Bertani, che le truppe radunate si sarebbero raccolte in Sardegna alla baja di Terranova e di là avrebbero continuato per la Sicilia. Il Garibaldi, come seppe di questo grosso corpo di volontari in Sardegna, la notte del 12 agosto partì improvvisamente per il Golfo degli Aranci, si fece vedere ed intendere da quei bravi e baldi giovani e se li trasse dietro. Il 17 approdava con la nuova gente a Palermo, e senza mettere tempo in mezzo, alla prima alba del di venti, toccava presso Melito la spiaggia calabrese.

Golfo Aranci - Thomas Asby
Spedizione dei Mille

La spedizione dei “Mille” a Golfo Aranci e Terranova (Olbia)

in

Le carte di Agostino Bertani

Museo del Risorgimento e raccolte storiche del comune di Milano, 1962

 

Tempio. 29 luglio 1860 – Pietro Cabras a egregio Signore. Ne invoca l’interessamento affinché la Sardegna non venga ceduta alla Francia.

[Golfo degli Aranci]. A bordo dell’Isère, 11 agosto 1860 – Antonio Tamponi e Giuseppe Puzzu Susini al colonnello Luigi Tharrena. Si obbligano a rifornire la nave di acqua e viveri per millecinquecento persone. Il colonnello Tharrena rifiuta l’offerta.

S.l., 12 agosto [1860] Sanguinetti a Bart[olomeo] Sanguinetti e figlio, Tempio – Paghi L. 10.000 a Martino Tamponi.

Sullo stesso foglio: [Giuseppe] Brambilla a Martino Tamponi, Tempio Passi le 10.000 lire ai comandanti la spedizione al golfo degli Aranci.

Tempio, 12 agosto 1860G. Zugni a Bertani. I piroscafi Amazon e Torino sono partiti improvvisamente. Il piroscafo Isère è invece rimasto a Terranova senza denaro, viveri e acqua. Si attendono ordini.

Tempio, 12 agosto 1860Zugni a Bertani. Stesso contenuto del dispaccio n. 302. [Cfr. il precedente]

Tempio, 13 agosto 1860 – G. Zugni a Bertani. Sono giunti il vaporino inglese e il piroscafo Calatafimi. Si attende la nave con le provviste e l’Isère è partito per rimorchiarla.

Tempio, 13 agosto [1860]Bertani ad A. Sulliotti. Dispaccio telegrafico. Chiede sia inviato a Depretis, in Palermo, il «Queen of England» e sia risarcito il sindaco di Tempio.

Golfo degli Aranci, 13 agosto [1860]Bertani ad [Alessandro] Antongini. Disposizioni relative alla spedizione che si sta effettuando. (Su carta intestata della Cassa centrale).

Golfo degli Aranci, 13 agosto [1860] – Bertani ad Anastasio Sulliotti. Dispone che sia mandato il Queen of England a Depretis a Palermo e che sia saldato, al sindaco di Tempio, il suo credito. (Su carta intestata della Cassa centrale).

Terranova, 14 agosto 1860 – Spedizione Pianciani – Rendiconto per spese sostenute inerenti alla spedizione stessa.

Terranova, 14 agosto 1860 – G. Zugni, Paolo Emilio Evangelisti (dei Mille), commissario di guerra della 2a brigata (col. Tharrena), ad Antonio Tamponi e a Giuseppe Puzzu Susini, sindaco di Terranova. Li incaricano di procedere alla perizia dei danni apportati dai volontari. Acclusi quattro verbali di perizia firmati dal sindaco di Terranova.

Tempio (Golfo degli Aranci), 14 agosto 1860Bertani ad A. Antongini. Sospendere fino a nuovo ordine i pagamenti al Torino e all’Amazon. L. Pianciani troverà istruzioni qui. Fra le avversità è contento.

Tempio, 14 agosto 1860 Dr. E [sic. Ma certamente Domenico] Cabella, assessore, a Bertani. Ha spedito i tre dispaoci inviatigli. (Su carta intestata del comune di Tempio).

Tempio, 15 agosto 1860 – Martino Tamponi ad Anastasio Sulliotti. Invia il testo di un dispaccio di Alessandro Antongini a Bertani e invita a farlo conoscere a Luigi Pianciani. In esso si accenna a difficoltà finanziarie ed alla partenza di piroscafi. (Dispaccio telegrafico).

Tempio, 15 agosto 1860 – [Comitato di soccorso a Cassa centrale). Elenco  di una sottoscrizione a favore di Garibaldi.

Cagliari e Tempio, 9-15 agosto 1860 – Copie di dispacci trasmessi da Bertani o da lui ricevuti nel periodo 9-15 agosto 1860.

Tempio (Isola della Maddalena), 18 agosto 1860 – G. Somaglio a Alessandro Antongini. L’Utile è giunto al golfo degli Aranci e poi ripartito per Palermo. L’Oregon è giunto anch’esso al golfo degli Aranci con dispacci per Garibaldi.

Tempio, 29 ottobre 1860D. Cabella a Martino Tamponi di Tempio. Accusa ricevuta di una somma di denaro.

Tempio, 4 novembre 1860Martino Tamponi a [Cassa centrale]. Rendiconto relativo ad incassi e spese sostenute l’11 agosto per la spedizione.

Tempio, 2 dicembre 1860 – Martino Tamponi, D. Cabella, Salvatore Cossu, Filippo Altea, Pietro Cabras, Giuseppe Cabella, per il Comitato di soccorso, a Bertani. Protestano contro le calunnie de L’Unione. (Su carta intestata di M. Tamponi).

Tempio, 6 dic 1860 M. Tamponi a Bellazzi. firmato la procura per ritirare 941 lire da Nino Costa di Sassari (su carta intestata: Vice consolato britannico di Terranova)

[Su Domenico Cabella si veda QUI]

E si veda QUI, in Istituto per la storia del Risorgimento italiano

sui perduranti rapporti con ambienti cosiddetti repubblicani-democratici

Lettera di Maria Antonietta Puzzu Tamponi a Benedetto Cairoli

Fondo Garibaldi » B.925 » Carte riguardanti Benedetto Cairoli » Da: Puzzu Tamponi Maria Antonietta, Cairoli Benedetto (s.l.) A: [senza destinatario] (s.l.)

Data: 1878/04/13

Lettere di Maria Webber Tamponi a Giuseppe Garibaldi – 1878/04 – 1880/01

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