CAPO TESTA
di Pasquale Cugia
1892
Dall’insenatura di Vall’Alta la costa, procedendo verso nord, termina formando la notevole penisola della Testa; forse così chiamata per una somiglianza con la testa umana, ma più probabilmente perché era il caput viarum, cioè il punto da cui si diramavano varie strade che dal nord attraversavano l’isola verso sud. Dista circa due chilometri a ovest di Santa Teresa. Pare che questo sia il luogo occupato dagli antichi Tibulazi, indicati da Tolomeo come i più settentrionali della Sardegna.
Geologia
Questa penisola ha una circonferenza di quattro o cinque miglia marine; il territorio può essere paragonato a un piano leggermente ondulato e inclinato, poggiante su suolo granitico disposto a ventaglio, del quale l’istmo rappresenterebbe il “pugno”. È composta da strati successivi di notevole spessore e quasi orizzontali, che dal lato del mare formano una spiaggia sopraelevata.
L’istmo che unisce la penisola della Testa alla Sardegna è coperto da arenaria e sabbie quaternarie; ma appena si entra nella penisola compare il terreno terziario al di sopra delle sabbie. La prima roccia che si incontra è un gres che, a prima vista, può essere confuso con il gres quaternario che in alcuni punti lo ricopre, ma è più compatto e si estende in banchi più ampi: uno di questi è visibile solo dal lato orientale della penisola.
Separazione delle due isole
È di grande importanza la presenza del terreno terziario in questa località, unico punto della Gallura dove lo si riscontra, poiché identici depositi si trovano nel terreno su cui è edificata la città di Bonifacio, in Corsica, situata di fronte alla Testa. Ciò porta ad accennare alla grande questione dell’antica unione della Corsica con la Sardegna, magistralmente trattata dall’illustre Generale La Marmora; egli, in sintesi, ritiene che la separazione delle due isole sia posteriore agli ultimi depositi terziari e anteriore alla deposizione del gres quaternario mediterraneo, del quale si trovano banchi in entrambe le isole.
Secondo lui, la separazione è avvenuta dopo l’esistenza del muflone, comune a entrambe, che oggi, oltre che in Sardegna e Corsica, si trova solo nell’isola di Cipro o nelle montagne dell’Atlante. Questa circostanza potrebbe far supporre che, prima della separazione delle due isole, esse e Cipro fossero unite al continente africano; ipotesi tanto più plausibile in quanto il gres quaternario esistente sulle rive del Mediterraneo, anche oltre lo stretto di Gibilterra, è ritenuto dal nostro autore contemporaneo alle sabbie africane. Ne risulterebbe che la separazione delle isole sarebbe relativamente recente e successiva all’esistenza del muflone.
Forse anche a questa separazione, con tutta probabilità contemporanea all’uomo o al massimo di poco anteriore alla sua comparsa sulla Terra, è dovuta l’assenza totale del lupo nelle due isole. Infatti non è improbabile che questo animale, originario dei paesi freddi, non sia penetrato nell’Europa meridionale se non dal nord, quando Sardegna e Corsica erano già separate.
Granito – Cave
Il granito della Testa è lo stesso di Tempio, del Monte Limbara e di tutta la Gallura; alla Testa però si distingue per i grossi cristalli di feldspato ortoso di colore rosso leggermente violaceo; ha grana omogenea ed è facilmente scindibile in massi lunghi e voluminosi. È verosimile che tali qualità non siano sfuggite ai Romani, i quali vi aprirono cave successivamente sfruttate anche dai Pisani.
Le cave sono tre: una, presso il mare, chiamata Cava di Capicuolo; un’altra, non molto distante ma più elevata, detta Cava Grande di Capicuolo; la terza si trova ai piedi settentrionali della torre, di cui si parlerà più avanti, e da essa prende il nome.
Si ritiene che attualmente qualcuna sia stata riattivata; fino al 1862 però si trovavano nello stato descritto dal La Marmora, ossia con grandi massi abbandonati.
Presso la prima vi erano circa trenta colonne abbozzate, lunghe quasi quattro metri e con diametro di circa 50 centimetri; una però era lunga 7,30 metri e aveva quasi un metro di diametro.
Nella seconda si vedevano vari prismi, alcuni dei quali raggiungevano i 14–15 metri di lunghezza; nella terza, tra i vari pezzi, se ne distingueva uno di 15 metri di lunghezza, valutato dal Baldracco in 600 metri cubi, con una faccia superiore a 100 metri quadrati.
Uso
La Marmora, dovendo recarsi a Roma nel 1828, portò con sé campioni del granito della Testa e ritenne di riconoscere che alcune colonne del Pantheon provengano effettivamente da queste cave.
È certa la coltivazione in epoca pisana. I due annalisti Tronci (1065) e Roncioni (lib. III, p. 147) narrano che le colonne del Duomo di Pisa furono trasportate dall’Africa, dall’Egitto, da Gerusalemme, dalla Sardegna e da varie altre località. Lo stesso Roncioni (lib. VI, pp. 372, 376) afferma che nel 1115 le colonne del Battistero furono tratte in parte dalla Sardegna e in parte dall’isola d’Elba, cosa confermata ancora oggi dalle guide della città.
Roncioni parla inoltre di una grande massa di granito trasportata a Pisa da un certo Cionetto dal porto di Santa Reparata, sulla costa settentrionale della Sardegna.
Nel 1836 l’ingegnere mineralogico Melchioni pubblicò nella Gazzetta Ufficiale la relazione di una visita effettuata in queste cave, con l’intento di attirare l’attenzione del Governo e degli speculatori sul buon granito della Testa, che egli calcolava costare, una volta giunto a Genova, 32 lire al metro cubo, con un peso di 2688 kg; ma non se ne fece nulla.
Torre
Al centro della penisola si eleva una roccia granitica sulla quale si vedono i resti semidistrutti della torre della Testa o di Santa Reparata. Essa servì da punto trigonometrico al venerando La Marmora, che vi eseguì triangolazioni con i punti: Asinara, Monte Limbara, Isola di Caprera, Santa Manza, La Trinità e Torre di Roccapina. Gli ultimi tre sono in Corsica; in tal modo egli si collegò alla rete precedentemente eseguita in quell’isola dagli ingegneri francesi, ottenendo ottimi risultati (differenza media di 0,23 metri) sul lato comune La Trinità – Torre di Santa Manza: infatti questo, dedotto dalle basi della Corsica, è di 11.463,24 metri, mentre dedotto dalle basi della Sardegna è di 11.462,78 metri, con una differenza di 0,23 metri.
Faro
Su un’altra collina, separata dalla precedente da un piccolo vallone, fu eretto verso il 1840 il faro della Testa, contemporaneamente ad altri, costruito d’accordo con il governo francese, allo scopo di illuminare il pericoloso passaggio delle Bocche di Bonifacio.
I dati relativi sono i seguenti: latitudine 41° 14′ 40″; longitudine 6° 48′ 45″; ordine III; apparato lenticolare a luce bianca fissa, variata da lampi rossi ogni tre minuti; portata della luce 15 miglia marine; altezza del fuoco: 67 metri sul livello del mare, 21 metri sul piede dell’edificio; ampiezza del settore illuminato 260°, con zona compresa fra l’Isola Rossa e Santa Maria.
L’edificio consiste in una torre a base quadrata sopra un fabbricato rettangolare con pareti colorate in giallo. Vi è ora anche il semaforo.
Porto di Santa Reparata
Questo porto, di cui parla Roncioni, prendeva sicuramente il nome dalla chiesa pisana, oggi distrutta, che esistette fino ai primi anni del nostro secolo quasi al centro della penisola; era chiamata, come qualcuno ancora la chiama, Santa Reparata, santa molto venerata nel pisano. Il porto è in realtà una piccola baia o cala, ma nel medioevo era molto frequentato.
Cippo funerario
Precisamente nell’istmo che unisce la penisola alla Sardegna si trovava un tempo il cippo funerario di Cornelia Tibulesia, che abbiamo visto nel museo di Cagliari. Era costantemente invaso dalle sabbie e dai flutti, per cui veniva spesso nascosto e, per rinvenirlo, bisognava quasi sempre dissotterrarlo.
Il marchese di Clavesana, comandante di un regio piroscafo stazionario in Sardegna, ricordando quanto aveva scritto La Marmora sul cippo, ebbe occasione nel 1858 di recarsi in questi luoghi, lo cercò, lo caricò sul piroscafo e lo trasportò a Cagliari, donandolo al generale Carlo De Candia, il quale a sua volta lo donò al Museo.
È un bel monolite in granito violaceo locale; sulla sommità presenta un incavo circolare dove probabilmente era collocata l’urna funeraria; su due pareti opposte sono scolpiti un vaso e un disco o patera; sulla parete frontale si trova l’iscrizione, molto ben leggibile e pubblicata da vari studiosi; la quarta parete è ora addossata al muro.
Tibula
Non molto lontano dal luogo dove fu estratto il cippo suddetto si vedono resti di antiche costruzioni romane; nel 1847 La Marmora, trovandosi sul posto con il capitano De Vecchi dello Stato Maggiore Generale, vi raccolse una moneta romana di Costantino. Successivamente furono scoperte tombe dalle quali si estrassero vari oggetti, fra cui una collana d’oro con grani in smalto azzurro e un anello pure d’oro con una pietra incisa raffigurante un cavallo.
L’anello è così stretto che può entrare solo al dito di una persona molto giovane; si dedusse quindi che la tomba dalla quale provenivano questi oggetti fosse quella della Cornelia del cippo, morta intorno ai 23 anni.
Il Martini stabilì pertanto che la Testa fosse la località dell’antica Tibula, che avrebbe occupato una posizione simile a quella di Sulcis, Tharros e in qualche modo anche Nora, situate anch’esse su istmi simili, facilmente isolabili e votate al commercio marittimo.
Antico porto di Tibula
Discostandosi dall’opinione precedentemente espressa, che collocava Tibula nel porto di Longon Sardo, La Marmora ammette quella del Martini, ma continua a ritenere che il Portus Tibulis fosse quest’ultimo e non quello di Santa Reparata.
Non mettendo in dubbio che, come dicono gli annalisti pisani, nel 1114 la flotta diretta contro i Saraceni delle Baleari abbia approdato a quel porto, sembra poco probabile che essa, carica di truppe, potesse penetrare e sostare nella baia della Testa. È quindi possibile che quegli storici abbiano chiamato Santa Reparata il porto di Longon Sardo, poco distante e molto più adatto a ospitare una grande flotta.
Esiste inoltre un’altra importante distinzione: l’itinerario di Antonino, parlando delle strade romane che partivano da questa estremità settentrionale della Sardegna, distingue quelle che muovevano da Tibula verso sud da quelle che avevano origine dal Portus Tibulis ed erano dirette verso est, cioè verso Olbia.
Su Santa Teresa Gallura si vedano altri importanti scritti QUI
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